Giacomo Leopardi e i forestierismi

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Marco1971
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Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di Marco1971 » dom, 14 mag 2006 1:41

A chi mi dirà che bisogna inquadrare storicamente i discorsi io rispondo che Leopardi aveva un grande senso del passato e del futuro, e che il suo pensiero si può definire atemporale.

Trascrivo alcuni passi dello Zibaldone di pensieri. I corsivi sono originali; miei sono i grassetti.
Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di sapore, e ripugna sí dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocché se noi usassimo p.e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare perché questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei barbarismi quali sono p.e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi italianizzati, e non già trasportati p.e. colle stesse forme e terminazioni e pronunziazioni francesi, ché questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E domando perché il barbarismo cosí definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle scritture. [...]

Torno a dire che questo non ripugna naturalmente al bello, se quelle voci e modi non sono di forma assolutamente discorde e ripugnante alle forme della propria lingua. [...]

Quanto all’arricchimento, questo è il punto in cui la lingua nazionale comincia a scadere e scemare sensibilmente, e impoverirsi, e indebolirsi fino al segno che dimenticate e antiquate la maggiore o certo grandissima parte delle sue voci e modi, e anche delle sue facoltà, ella non ha piú forza né capacità di supplire ai bisogni del linguaggio, e di fornire un discorso del suo, senza ricorrere al forestiero. (E la nostra lingua è già vicina a questo segno, non solo per le ricchezze proprie ch’avrebbe dovuto venire acquistando, e non l’ha fatto, ma anche per quelle infinite ch’aveva già, ed ha perdute, e molte irrecuperabilmente). [...]

Quanto poi all’eleganza, quelle voci e modi, non essendo piú pellegrini, non sono piú eleganti. Anzi non c’è cosa piú volgare e ordinaria di quelle voci e modi forestieri. Come accade appunto in Italia oggidí, che non si può né parlare né scrivere in un italiano piú volgare e corrente, che parlando e scrivendo in un italiano alla francese. Il che è ben naturale e conseguente, secondo le cagioni che ho assegnate, le quali introducono questo secondo barbarismo in una lingua. Perocché esse l’introducono ed influiscono direttamente, non negli scritti de’ grandi letterati e degli uomini di vero e raffinato buon gusto (come ho detto di quel primo barbarismo) ma nella favella quotidiana, e da questa passa il barbarismo nei libri degli scrittorelli che non istudiano, non sanno, non conoscono, e neanche cercano, né si vogliono affaticare ad indagare altra lingua da quella che son soliti di parlare, e sentire a parlar giornalmente, e non si saprebbero esprimere in altro modo, né possiedono altre voci e forme di dire. Di piú seguono ed approvano (secondo il poco e stolto loro giudizio) l’uso corrente, la moda ec. ed accattano l’applauso e la lode del volgo, e si compiacciono di quella misera novità, e vogliono passar per autori alla moda: cosí che oltre all’ignoranza, li porta al barbarismo anche la volontà, ed il cattivo loro giudizio; e l’esempio gli strascina ec. Di piú formandosi a scrivere sui soli o quasi soli libri stranieri divulgati nella loro nazione, non conoscono altre voci, frasi, e maniere di stile, che quelle di que’ libri, o non si vogliono impazzire a scambiarle coll’equivalenti nazionali, che non hanno punto alla mano. E cosí imbrattano sempre piú la lingua e letteratura nazionale di cose forestiere, anche oltre all’uso della favella ordinaria de’ loro compatrioti. [...] (Zibaldone di pensieri, 29 giugno 1822)

*********************************************************

La lingua spagnuola, secondo me, può essere agli scrittori italiani una sorgente di buona e bella ed utile novità ond’essi arricchiscano la nostra lingua, massimamente di locuzioni e di modi. [...]

Aggiungasi a questo che tale commercio onde la lingua italiana si arricchí della spagnuola, fu, come ho detto, nel secolo in che la nostra lingua si formò e perfezionò, e prese o determinò il suo carattere, cioè nel cinquecento; ond’è ben naturale che molte parti della lingua spagnuola non ancora da noi ricevute, convengano e consuonino colle proprietà della nostra lingua, poiché non poche forme e locuzioni, ed anche non poche voci spagnuole e significazioni di voci, entrarono nella composizione della nostra lingua appunto quand’ella ricevé la sua piena forma e perfezionamento e la distinta specifica impronta del suo carattere.

Finalmente è da osservarsi che mentre i nostri antichi non solo nel cinquecento, ma fin dal ducento e dal trecento introdussero nella lingua nostra moltissime voci, locuzioni e forme francesi che ancora in buona parte vi si conservano, queste, da tanto tempo in qua, e similmente quelle altre infinite che i moderni v’introdussero e v’introducono tuttavia [= tuttora], serbano sempre, chi ben le guarda, una sembianza e una fisonomia di forestiere, massime le locuzioni e forme. Laddove le frasi e i modi, ed anche i vocaboli spagnuoli introdotti nella nostra lingua, stanno e conversano in essa colle nostre voci italiane cosí naturalmente che paiono non venuti ma nati, non ispagnuoli ma italiani quanto alcun altro mai possa essere e quanto lo sono i nostri propri vocaboli. Anzi io so certo che pochissimi, ma veramente pochissimi, sanno, o sapendo, avvertono questi tali esser modi e vocaboli o significati d’origine spagnuola. Ben ne veggo assai sovente de’ riputati e battezzati per purissimi italiani natii. [...]

La lingua spagnuola è carnal sorella dell’italiana, non di famiglia solo e di nascita e di eredità, ma di volto, di persona e di costumi. [...] E intanto allontanandosi da’ suoni dalle forme e dal genio della lingua madre, l’idioma francese col medesimo passo si divise eziandio dall’indole, dallo spirito e dalla qualità de’ suoni delle lingue sorelle, che sempre alla madre si attennero quanto comportarono i tempi e le circostanze; [...] Veramente la lingua spagnuola e per carattere e per forme e per costrutti e per suoni e per che che sia, è cosí conforme all’italiana, che altre due lingue colte cosí tra loro conformi non si trovano ch’io mi creda, né mai, ch’io sappia, si ritrovarono. [...]

Venendo alla conchiusione, ripeto che da una lingua cosí conforme alla nostra, come ho mostrato essere la spagnuola, per ogni verso, e per tante cagioni naturali, accidentali, intrinseche, estrinseche ec.; da una lingua sorella com’essa è all’italiana; da una lingua ec. ec. ; molto bella ed utile novità possono trarre gli scrittori italiani moderni, come ne trassero gli antichi e classici nostri. Ma voglio io perciò introdotti nella lingua italiana degli spagnuolismi? Tanto come, consigliando di attingere dal latino, intendo consigliare che s’introducano nell’italiano de’ latinismi. [...]

La novità in una lingua, o la rarità ec., insomma il pellegrino, da qualunque luogo sia tolto (o da’ forestieri, o dagli antichi classici nazionali ec.), deve sempre parere una pianta, bensí nuova nel paese o rara, ma nata nel terreno medesimo della lingua nazionale, e non pur della nazionale, ma della lingua di quel secolo, della lingua conveniente a quel genere a quello stile a quel luogo della scrittura. Sempre ch’ella par forestiera (e recata d’altronde) per qualunque ragione, e in qualunque di questi sensi, ella è cattiva. Nel caso contrario è sempre buona. [...]

...noi ci avveggiamo che l’italiano può adoperare un tal modo, forma, voce, significazione, ch’e’ non ha mai adoperato; la può adoperare, non perché latina, greca, spagnuola, ma perché conforme all’indole dell’italiano stesso, perché questa lingua per se medesima, e tale qual ella è n’è capace; perché appunto adoperata nell’italiano, non parrà né latina né greca né spagnuola, ma parrà e sarà subito italiana. [...]

Nello stesso modo che sono italianismi, e degnissimi d’entrare in uso, infiniti vocaboli, locuzioni (significati) e forme nuove, che l’abile e giudizioso e ben perito scrittore, può inesauribilmente e incessantemente derivare, formare, comporre ec. dalle stesse radici, degli stessi materiali, degli stessi capitali e fondi della lingua nostra, profondamente conosciuti e perfettamente posseduti, seguendo sempre e intieramente la vera indole e proprietà d’essa lingua, e conformandosi con tutte le sue qualità sieno intrinseche, sieno estrinseche ec. (9-10 settembre 1823)

**************************************************

...perocché noi veggiamo sotto gli occhi , che sebben forestiere di origine, elle [= voci e maniere] in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie della lingua, e cosí sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto, onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia o sappia usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benché sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; ché ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità; [...] (20 ottobre 1823)
Quasi un neopurismo ante litteram... :D

Uri Burton
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AITA AITA CHI M'AITA

Intervento di Uri Burton » dom, 14 mag 2006 12:22

Molto interessante lo scritto del Leopardi, ma devo chiedere aiuto per un passaggio. Il secondo paragrafo non contraddice il primo? E quell’affatto significa «del tutto» o «per nulla»? Mi sembra d’essere come quel tale che dopo avere letto l’Eneide non aveva capito se Enea era maschio o femmina. Attendo lumi.
Uri Burton

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Intervento di Marco1971 » dom, 14 mag 2006 12:47

Sí, affatto vale del tutto, completamente. Io non percepisco la contraddizione, ma sarà per via dei tagli (era troppo lungo da ricopiare :().

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Intervento di Marco1971 » dom, 14 mag 2006 16:37

Provo a sintetizzare. Il Leopardi parla dell’eleganza riferendosi alla letteratura e dice che il forestierismo (italianizzato: a Giacomino non sarebbe passato per l’anticamera del cervello d’usare forestierismi crudi se non come citazioni in corsivo) è elegante solo se «pellegrino», cioè raro, come una perla sapientemente incastonata nella prosa o nella poesia; ma è inelegante quando corre sulle bocche di tutti perché allora diventa comune, volgare, triviale e perde quel suo squisito sapore, la sua intrinseca peregrinità. Bisogna pensare che nell’Ottocento si viveva una situazione in parte simile a quella che viviamo oggi: c’era l’invasione dei francesismi (ma, ripeto, adattati), molti dei quali oggi scomparsi. Eccone qualche esempio: cadò (cadeau), mantò (manteau), mería (mairie), tirabusson* (tire-bouchon), ecc. (regalo, mantello/cappotto, municipio, cavatappi). Ho fatto chiarezza? :D

*Meglio tirabusciò, come diceva il Castellani.

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bubu7
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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di bubu7 » lun, 15 mag 2006 12:22

Marco1971 ha scritto:A chi mi dirà che bisogna inquadrare storicamente i discorsi io rispondo che Leopardi aveva un grande senso del passato e del futuro, e che il suo pensiero si può definire atemporale.
:shock:
Appena mi sarò ripreso da quest'affermazione proverò a dire la mia sul pensiero di Leopardi, sul taglia e cuci operato nella citazione e sulle parti evidenziate in grassetto.
Nel frattempo spero che qualcun altro voglia scendere in lizza.
Non sarò l'unico in questa piazza a condividere le conclusioni raggiunte dalla ricerca linguistica contemporanea e le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi del Duemila? :(

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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di Infarinato » lun, 15 mag 2006 12:37

bubu7 ha scritto:Non sarò l'unico in questa piazza a condividere le conclusioni raggiunte dalla ricerca linguistica contemporanea e le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi del Duemila? :(
No, anche se talora, caro Bubu, ho l’impressione che sia Lei a considerarsi l’unico ad averle capite e quindi a ritenersene il «detentore»… ;) Ma di questo, appunto, e di altro discuteremo piú avanti.

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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di bubu7 » lun, 15 mag 2006 12:57

Infarinato ha scritto:
bubu7 ha scritto:Non sarò l'unico in questa piazza a condividere le conclusioni raggiunte dalla ricerca linguistica contemporanea e le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi del Duemila? :(
No, anche se talora, caro Bubu, ho l’impressione che sia Lei a considerarsi l’unico ad averle capite e quindi a ritenersene il «detentore»… ;) Ma di questo, appunto, e di altro discuteremo piú avanti.
Impressione che non corrisponde al vero, caro Infarinato.
Ovviamente la mia era una domanda retorica e un invito ad ascoltare altri interpreti dei traguardi raggiunti dalla conoscenza linguistica moderna.
Questi interpreti dovrebbero dire la loro, quando vengono messe le mani avanti sul fatto che qualsiasi dichiarazione deve essere storicizzata (una delle conquiste più importanti, mai revocata in dubbio, non solo della linguistica ma di tutte le discipline che aspirano ad essere accompagnate dall'aggettivo scientifico).

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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di Uri Burton » lun, 15 mag 2006 13:01

bubu7 ha scritto: Non sarò l'unico in questa piazza a condividere le conclusioni raggiunte dalla ricerca linguistica contemporanea e le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi del Duemila? :(
Chissà perché mi viene voglia di parafrasare l’umorista americano James Thurber: I’m amused by your presumption.
Cordialmente,
Uri Burton

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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di bubu7 » lun, 15 mag 2006 13:13

Uri Burton ha scritto:
bubu7 ha scritto: Non sarò l'unico in questa piazza a condividere le conclusioni raggiunte dalla ricerca linguistica contemporanea e le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi del Duemila? :(
Chissà perché mi viene voglia di parafrasare l’umorista americano James Thurber: I’m amused by your presumption.
Cordialmente,
Non si lasci prendere dall'istinto del branco, caro Uri.
Io sono, in questa piazza, una specie da proteggere, non da attaccare. :wink:
Come dicevo, la mia domanda era retorica. So benissimo che siete tutti pronti a sottoporre l'intervento di Marco1971, ad una stringente analisi sulla base delle più moderne acquisizioni della linguistica.

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Intervento di Marco1971 » lun, 15 mag 2006 17:57

Attendiamo trepidanti il verbo del messia. :D

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Re: Giacomo Leopardi e i forestierismi

Intervento di Roberto Crivello » gio, 18 mag 2006 1:21

Marco1971 ha scritto:A chi mi dirà che bisogna inquadrare storicamente i discorsi io rispondo che Leopardi aveva un grande senso del passato e del futuro, e che il suo pensiero si può definire atemporale.

Trascrivo alcuni passi dello Zibaldone di pensieri. I corsivi sono originali; miei sono i grassetti.
Una replica stringata potrebbe limitarsi a fare osservare che proprio le parole iniziali "Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non siano affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini" indicano il punto debole del ragionamento presentato con queste citazioni: non si devono ostracizzare i forestierismi ai quali ci sia abituati. E tanti forestierismi sono ormai saldamente entrati a far parte dell'italiano e gli italiani ci hanno fatto l'abitudine.

Ma si può articolarla di più: anzitutto teniamo presente che in altre parti dello Zibaldone Giacomo Leopardi ha spiegato bene come i forestierismi siano necessari quando si riferiscono a oggetti non inventati sul suolo nazionale e come il concetto di forestierismo possa essere superato da quello di europeismo, e oggi, aggiungo, da quello di globalismo.

Partiamo quindi dal presupposto che quasi due secoli fa un grande poeta italiano abbia detto quanto riportato. Questo significa forse che la lingua e le condizioni in cui si andava sviluppando si sono congelate? Al contrario, il cambiamento è stato ininterrotto.

Le posizioni di rifiuto dei forestierismi hanno trovato l'espressione più retriva nel purismo. Poi nella prima metà dello scorso secolo due grandi linguisti, Giacomo Devoto e Bruno Migliorini, hanno fatto luce su vari aspetti della lingua legati ai forestierismi.

Il primo ci ha mostrato, attraverso un'analisi storico-linguistica che ha spaziato su millenni, come la nostra lingua si sia sviluppata e ci ha fatto osservare le modifiche strutturali legate alla massiccia entrata di forestierismi. Il terzo sistema fonologico da lui individuato viene oggi sempre più confermato dallo stato della nostra lingua e dall'uso che ne fa la maggior parte dei parlanti.

Il secondo ci ha fatto capire perché il purismo era destinato a soccombere, ci ha illustrato i suoi limiti, con le sue analisi ci ha indicato la strada da seguire per eventuali sostituzioni di forestierismi, ossia basarsi sulla consapevolezza dei metodi adatti da usare e su analisi razionali e approfondite delle parole e delle loro relazioni con tutte le altre, non su maldestri tentativi di proscrizione.

Il purismo ha avuto un sussulto neopuristico circa 30 anni fa con Arrigo Castellani, alfiere e pressoché unico esponente di questo movimento. Il suo tentativo di sostituire i forestierismi era destinato al fallimento sia per la radicalità degli interventi che si proponeva sia per il metodo, ossia il quasi esclusivo ricorso a calchi che si appoggiavano a moduli linguistici, come l'adattamento con vocale finale, ormai rifiutati dalla maggior parte dei parlanti perché considerati "plebei", come già del resto aveva osservato Migliorini.

La conclusione allo stato attuale delle cose? Ci saranno corsi e ricorsi, com'è ovvio. Quindi di tanto in tanto ci saranno sussulti puristici, ma nel frattempo la lingua continuerà a evolversi. Io concordo con linguisti come Luca Serianni e Tullio De Mauro che la nostra lingua è in ottima salute. Ci sono sì degli eccessi, degli abusi per quanto riguarda i forestierismi - ma non quelli necessari, si badi bene tenendo presente quando detto da Giacomo Leopardi (pp. 791-798 dello Zibaldone) ma non riportato nella citazione - ma questi malvezzi non possono essere certo corretti da chi si dà al contrario la zappa sui piedi lanciandosi in eccessi che vogliono frenare la flessibilità della lingua, ingabbiandola in schemi datati nei quali la maggior parte degli italiani non si riconoscono.
Ultima modifica di Roberto Crivello in data gio, 18 mag 2006 5:47, modificato 2 volte in totale.

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Intervento di Marco1971 » gio, 18 mag 2006 2:23

Caro Roberto, che lei possa avere idee contrarie a quelle di Giacomo Leopardi o a quelle di Arrigo Castellani, è un suo diritto. Che lei, come bubu7, sia soddisfatto della situazione attuale perché reputa normali i cambiamenti in corso, lo è ancor di piú. Ma che lei parafrasi il Leopardi senza citarlo e ignori la maggior parte di quello che io di lui ho citato, non mi sembra degno di lode.

E ricordo di passata che questo filone s’intitola Giacomo Leopardi e i forestierismi, casomai fosse stato frainteso.

Del terzo sistema fonologico non parlo neanche, perché definirlo sistema sulla base di poche parole straniere davvero quotidiane nella parlata spontanea non mi pare francamente ragionevole di fronte alla gran massa dei vocaboli comuni di forma italiana. Quante, fra le circa 7000 parole di base, non hanno fisionomia italiana, a parte jazz, film, sport?

Come possono una sparuta schiera di vocaboli costituire un sistema? Per me sono solo delle eccezioni al sistema.

Di Leopardi riparliamo con le sue parole.

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Intervento di Roberto Crivello » gio, 18 mag 2006 2:30

Marco1971 ha scritto:Del terzo sistema fonologico non parlo neanche, perché definirlo sistema sulla base di poche parole straniere davvero quotidiane nella parlata spontanea non mi pare francamente ragionevole di fronte alla gran massa dei vocaboli comuni di forma italiana. Quante, fra le circa 7000 parole di base, non hanno fisionomia italiana, a parte jazz, film, sport?.
Ma se ci sono poche parole straniere, perché vi preoccupate tanto del loro influsso? Perché nell'introduzione alla lista di proscrizione iniziate con "Stante l’afflusso massiccio di forestierismi nella lingua d’oggi..."?

Insomma mettetevi d'accordo: o ci sono poche parole straniere e allora non c'è motivo di preoccuparsi tanto, o c'è un'entrata massiccia di parole straniere, tale da preoccupare i puristi (ma non i linguisti né la maggioranza dei parlanti), e allora è confermata l'esistenza di un terzo sistema fonologico.

Per quanto riguarda le parole di Leopardi, purtroppo non ho come lei o il tempo di digitare pagine intere o di riprenderle con lo scanner o di copiarle da una versione elettronica che non ho (esiste?) Forse sarebbe auspicabile, prima di riportare pagine e pagine di un'opera, che tutti i partecipanti ne abbiano una copia così si possono citare solo i numeri delle pagine.

Nel merito di quanto scritto da Leopardi, ho risposto: sono parole scritte circa 200 anni fa. Nel frattempo ne è passata di acqua sotto i ponti. Il mondo in cui viviamo non è quello in cui viveva Leopardi.

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Intervento di Marco1971 » gio, 18 mag 2006 2:51

Devo concludere dalle sue parole che non ha inteso bene, o ha sorvolato, il mio discorso – e quello del Leopardi. E visto che lei considera vano quello che facciamo e quello che fu scritto meno di dugento anni fa, non capisco neanche perché anche lei «sprechi energie» in questa sede.

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Intervento di bubu7 » gio, 18 mag 2006 10:47

Marco1971 ha scritto: Caro Roberto, che lei possa avere idee contrarie a quelle di Giacomo Leopardi o a quelle di Arrigo Castellani, è un suo diritto. Che lei, come bubu7, sia soddisfatto della situazione attuale perché reputa normali i cambiamenti in corso, lo è ancor di piú. Ma che lei parafrasi il Leopardi senza citarlo e ignori la maggior parte di quello che io di lui ho citato, non mi sembra degno di lode.
[...]
E ricordo di passata che questo filone s’intitola Giacomo Leopardi e i forestierismi, casomai fosse stato frainteso.

Di Leopardi riparliamo con le sue parole.
Marco1971 ha scritto:Devo concludere dalle sue parole che non ha inteso bene, o ha sorvolato, il mio discorso – e quello del Leopardi. E visto che lei considera vano quello che facciamo e quello che fu scritto meno di dugento anni fa, non capisco neanche perché anche lei «sprechi energie» in questa sede.
Ringrazio Roberto per l’ampio e illuminato intervento.
Veramente il ringraziamento sarebbe dovuto venire da Marco1971. Ma la sua giovane età, unita ad un carattere che lo rende più incline ad apprezzare le lodi che le critiche, lo porta a censurare quello che invece dovrebbe apprezzare.
Ricordo ancora una volta il titolo di una raccolta di saggi di filosofia della scienza che indica, nella sua stringatezza, quale sia la strada maestra che porta al progresso del sapere: Critica e crescita della conoscenza.

Di sfuggita segnalo che la comprensione dei fenomeni linguistici in atto non implica, per quanto mi riguarda, la soddisfazione per la situazione attuale e non esime, sempre per quanto mi riguarda, dall’indicare delle proposte ragionevoli per migliorare la situazione stessa.

Sempre di sfuggita voglio dire che una parafrasi che interpreta lo spirito dell’autore è spesso più efficace di accostamenti di spezzoni di brani, in cui vengono evidenziate, tra l’altro, parti dello scritto marginali rispetto all’argomento trattato dall’autore stesso, per fargli dire, con le sue parole, cose contrarie alle sue intenzioni.
Con questo sistema si può arrivare a far dire al Papa, che egli ama il diavolo.

Ma per ora non voglio occupare il podio col mio intervento. Spero che altri che ci leggono non si lascino intimidire dall’atteggiamento di Marco1971.

Voglio solo ricordare, per rispondere ad una richiesta di Roberto Crivello, che una versione elettronica dello Zibaldone è presente su questa pagina del Progetto Manuzio.

Non sarebbe inutile riguardarsi anche un po’ di storia letteraria relativa al Leopardi. Ad esempio la sua posizione di estrema critica (ricambiata) nei confronti del purismo.
E forse anche un po’ di storia politica, con l’Italia che aveva subito l’occupazione francese (con la sua politica linguistica) e che si trovava allora in piena Restaurazione.

Leggetevi comunque, con attenzione, il primo Pensiero del 29 giugno 1822.
Vedrete quale sia il vero tema che Leopardi affronta, quanto siano illuminanti, e spesso attuali, le sue osservazioni e quanto sia forzata l’interpretazione che ne dà Marco1971.
Ultima modifica di bubu7 in data gio, 18 mag 2006 13:26, modificato 2 volte in totale.

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