Il «nocciuolo» di Nievo

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Animo Grato
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Il «nocciuolo» di Nievo

Intervento di Animo Grato »

Dopo essermi fatto i complimenti da solo per la musicalità del titolo del filone, espongo i termini della questione. Per come mi è stata tramandata, la regola del dittongo mobile prevede che la -ĕ- e la -ŏ- delle parole latine generino rispettivamente -ie- e -uo- nelle parole italiane da esse discese, quando la sillaba che le contiene è accentata, e non producano nulla in mancanza d'accento: da qui, piede ma pedale, fuoco ma focoso. Fatta questa premessa, in italiano esistono nòcciolo e nocciòlo: il primo parrebbe derivare dal latino nucleus e, come il suo parente stretto (il cultismo italiano nucleo), indica la parte solida posta all'interno e al centro (anche metaforico) di un'altra cosa, e per estensione il punto essenziale (il nòcciolo della pesca, il nòcciolo del problema). Il nocciòlo, invece, prende il nome dal suo frutto, la nocciola, che deriverebbe da un supposto latino nuceŏla, "piccola noce". Solo questo secondo "nocciolo", dunque, per la presenza della -ŏ- in latino e grazie al "tocco magico" dell'accento, può produrre il dittongo, e infatti i dizionari riportano, solo per lui, la variante letteraria "nocciuolo".
Nelle Confessioni d'un italiano, però, compaiono ben tre nocciuoli, e nessuno dei tre ha la parvenza di una pianta.

CAPITOLO IV:
Tutto si agita, si move, si cangia; ma torno ancora a ripeterlo, il nocciuolo dell'ordine futuro si è già composto, e ad ogni giorno agglomera intorno a sé nuovi elementi[.]
CAPITOLO VIII:
Tanto è vero che, come negli individui, cosí nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciuolo, senza il fuoco spirituale, nemmeno l'organismo materiale prolunga di molto i suoi moti.
CAPITOLO XXI:
A poco a poco intorno a quel primo nocciuolo s'erano appostati altri elementi di società: patrizi di vecchio o nuovo conio, per la maggior parte persone che rimpiangevano in fondo l'antico ordine di cose, e lodavano e facevano lor pro' delle presenti per non esser costretti alle fatiche, e condannati all'inedia di nuove rivoluzioni.
Come si spiega questa confusione dei due "noccioli"? O forse - non mi si tacci d'eresia - Nievo non era nemmeno consapevole di trovarsi davanti a due parole diverse, ma pensava solo a diversi significati di una stessa parola? E come l'avrà pronunciata? "Nocciuòlo" (la sola legittimata dalla grafia, ma che rimanderebbe al significato sbagliato) o "nòcciuolo" (con un dittongo spuntato da chissà dove)?
Come sempre, attendo il responso dei più esperti.
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
«Prima l'italiano!»

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Non voglio affatto usurpare il nome d’esperto, tuttavia proverò a risponderle. Nievo è un autore dallo stile diseguale e dalla lingua men che pura. Al riguardo, riporto un passo della Storia della letteratura italiana edita dalla Garzanti, tratto dal capitolo di Sergio Romagnoli dedicato a Ippolito Nievo (vol. VIII, 1968, p. 109):

Se osserviamo la lingua dello scrittore Nievo dobbiamo riconoscere che al di là di tante incertezze e mancanze, delle quali egli medesimo era cosciente e si doleva, essa corrispose, soprattutto nel romanzo maggiore, a queste esigenze [cioè accogliere il contributo linguistico dei dialetti]; e se forme auliche ed eccessivamente letterarie continueranno a suonare in quelle pagine, tuttavia la «prudente pratica» del dialetto tante volte s’armonizzerà con questa concezione di una lingua italiana spontaneamente costituentesi in unità; non dunque, come si volle credere per tanto tempo, sciatteria dovuta alla fretta, la presenza di forme dialettali nel Nievo scrittore, ma piuttosto programmatica velocità d’espressione, che, senza freddezza e calcolo, s’affidava in lui, veneto-lombardo, al suo naturale linguaggio di italiano del Settentrione.

«[I]ncertezze e mancanze» e tendenza a scrivere di getto: questo nocciuolo si potrebbe spiegare cosí. I nostri Marco e Infarinato, che sono veri esperti, potranno confermare, o smentire, questa ipotesi.

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato »

Grazie per il contributo. Certo, potrebbe essere così. Allora però mi stupisce che la mia edizione, prodiga (forse troppo) di note al testo che spiegano le forme arcaiche (ghiottornia per "ghiottoneria"), i venetismi (panchiana per "panzana"), i termini regionali (erba pappagallo, "nome regionale dell'Amaranthus tricolor, detta anche erba arlecchina") e chi più ne ha più ne metta (ho aperto tre pagine a caso), non batta ciglio di fronte a questo nocciuolo. Mi rimetto perciò a chi saprà dire una parola definitiva; anche se temo che, per me, l'attesa sarà lunga, perché da domani pomeriggio entrerò in un periodo di buio informatico che si protrarrà per almeno una settimana.
Il che mi ritarderà - noto di sfuggita - il raggiungimento dell'agognato traguardo dell'intervento numero CINQUECENTO! :wink:
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Molto semplicemente, si tratta di una variante antica, attestata dal Quattro al Novecento, ma scarsamente. È inadoperabile oggi.
Animo Grato ha scritto:...perché da domani pomeriggio entrerò in un periodo di buio informatico che si protrarrà per almeno una settimana.
Mi permetto, caro Animo Grato, perché so che lei tiene alla buona lingua, di farle notare che i verbi ingressivi rifiutano la preposizione da. Quindi Domani pomeriggio entrerò in un periodo di buio informatico, non da domani. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato »

Marco1971 ha scritto:Molto semplicemente, si tratta di una variante antica, attestata dal Quattro al Novecento, ma scarsamente.
Perfetto. Quindi si legge "nòcciuolo", giusto?
Marco1971 ha scritto:Mi permetto [...] di farle notare [...]
Si permetta, si permetta senza téma: sono qui (anche) per essere brutalizzato! :wink:
Però non sono sicuro di aver capito bene, e vedo che anche nel filone a cui rimanda il Suo collegamento cervelli migliori del mio si sono lambiccati non poco, finché la minacciosa comparsa del "verbo telico" non ha stroncato la discussione. Approfitterò della pausa forzata per dare una forma comprensibile ai miei dubbi, e li esporrò al mio ritorno.
Ma quel che conta veramente è che sono giunto alla meta tanto a lungo vagheggiata: 500!
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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Marco1971 ha scritto:Molto semplicemente, si tratta di una variante antica, attestata dal Quattro al Novecento, ma scarsamente. È inadoperabile oggi.
L’hai trovata nel Battaglia? Ho provato a cercare nelle diverse edizioni del Vocabolario della Crusca, ma non c’è, segno che non era consigliabile nemmeno in antico.

P.S. Complimenti a Animo Grato. :)

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Animo Grato
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Intervento di Animo Grato »

Ferdinand Bardamu ha scritto:Complimenti a Animo Grato. :)
Grazie, grazie, sono commosso!
Ma ora è davvero giunto il momento: cinque, quattro, tre, due, uno...
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Ferdinand Bardamu ha scritto:L’hai trovata nel Battaglia? Ho provato a cercare nelle diverse edizioni del Vocabolario della Crusca, ma non c’è, segno che non era consigliabile nemmeno in antico.
Sí, è nel Battaglia come variante antica. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Ti ringrazio. :) Allora questa variante rientra in quelle «forme auliche ed eccessivamente letterarie» che sono fra i tratti distintivi della prosa del Nievo.

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