«Cocktail»

Spazio di discussione su prestiti e forestierismi

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domna charola
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Intervento di domna charola » ven, 03 nov 2017 10:15

Vero, però qui si tratta pur sempre di dibattito fra "esperti della lingua", che ragionano a tavolino.
Resta il fatto che, nella pratica della lingua parlata, interagiscono non solo tutti i livelli culturali, ma soprattutto senza pensare al problema linguistico in sé e privilegiando la comunicazione istintiva.
Per certi versi, è proprio dall'abitudine nel parlato che alla fine un termine viene sdoganato e diviene termine scritto ufficiale; anche i termini scritti a tavolino dai pubblicitari hanno successo e si diffondono perché ripetuti all'infinito dai programmi televisivi, sino a girare nei discorsi delle persone, estrapolati dal contesto originario e applicati ad altro.
Tutta questa massa parlante, di fatto, non solo non ha alcun anticorpo culturale per rifiutare le contaminazioni, ma persino non le riconosce come tali. Probabilmente a tavolino scrivendo una lettera formale - che leggerebbe peraltro una solo persona o poco più - ci penserebbe su e inorridirebbe a inserire un vocabolo terminante per consonante, proprio perché vedendolo scritto ci si accorge che è anomalo, che stona rispetto al resto dell'italiano scritto. Ma nel parlare, si mimetizzerà perfettamente, fra tanti altri della lingua locale che si mescolano con la lingua italiana colloquiale. Quindi troverà molte meno barriere.
Non è una giustificazione al fenomeno, si badi bene, ma solo una considerazione dei meccanismi inconsci contro cui dobbiamo lottare.

Carnby
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Intervento di Carnby » dom, 10 dic 2017 16:02

Segnalo l’adattamento franco-quebecchese coquetel che è usato anche in portoghese (coquetel, anche come evento, cocktail-party), che potremmo importare come coquetello.

Avatara utente
Marco1971
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Re: «Cocktail»

Intervento di Marco1971 » dom, 26 mag 2019 22:19

Solo di passata, sulla cimmeria nube – anziché nebbia – della letteratura…

Via via, con le successive separazioni, essa imparò a consumare le proprie giornate in una attività febbrile, adeguandosi al suo stato di Signora. Correva dalle «Sorelle» già note verso nuove Sorelle piú economiche le quali copiavano, in privato, i «modelli» dalle riviste; e da loro al parrucchiere (anche qui, si trattava, se non proprio di fratelli, di una coppia: la loro insegna diceva: «Ferruccio & Ugo»). E poi dalle modiste. E alle solite partite o tè benefici o codedigallo (cosí la zia Monda chiamava i cocktails, in ossequio alla linguistica di Stato, che proscriveva i termini esteri). (Elsa Morante, Aracoeli, Einaudi, 1982 e 1989, p. 186)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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