Del sociolinguisticamente accettabile

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Ladim
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Intervento di Ladim »

La lingua comune, senza aggettivi, non è una lingua viva, è solo un modello cui si tende: la diastratia, per certi versi, segnalerebbe un grado di approssimazione (il «neostandard» di Berruto è una lingua innovata, sì, da una variante diastraticamente alta, ma destinata, col tempo, a perdere la propria valenza diastratica per divenire lingua senz'altro; e anzi la sociolinguistica osserverebbe esclusivamente la lingua usata). Come vede il discorso si complica. Inoltre la diastratia si interseca con le altre varietà, ingenerando il rischio d'incorrere in qualche imprecisione – la Sua ultima espressione disfemica, infatti, non si marcherebbe diastraticamente, ma diafasicamente (lo stesso si dica per la variante eufemica). E si consideri che, per un sociolinguista, nessuno di noi usa una lingua che non sia diastraticamente connotata: anzi, 'connoteremmo' il nostro discorso approssimandoci più e meno alla lingua comune (letteraria, neostandard etc., insomma, quella accettata come modello) – in questo caso l'italiano comune serve per descrivere... (le precisazioni tendono all'infinito, e quindi faccio punto). La diastratia potrebbe spiegare come mai Pino Paletta, impiegato di banca, ragioniere etc. adoperi un 'tipo' di lingua simile a quello di Pinco Pallino, geometra laureato in architettura etc.: è il lavoro, lo studio, l'appartenenza a un determinato ceto, oppure il confronto costante con l'«italiano trasmesso»? Che cosa, oggi, caratterizza e rende 'simile' il loro eloquio?
quando dico che i composti italiani produttivi hanno la testa a sinistra (o dico che un suffisso è produttivo), non sto facendo considerazioni predittive basate su elementi sociolinguistici?
Sta descrivendo un aspetto esattamente strutturale (o, se vuole, penserebbe a una 'socialità' intesa come un'interezza non stratificata, riconducibile in generale alla presente sincronia linguistica): per definirne la valenza sociolinguistica dovrebbe dimostrare che la neoformazione spontanea con 'testa a destra' può conoscere esiti diastraticamente marcati (si potrebbe dire, ad esempio, che il rispetto della pronuncia inglese produce, in italiano, un detto diastraticamente alto; il rispetto di quella italianizzante, basso: ma pensi, per certe parole nostrali, alla doppia freccetta di Canepari!).
Non è importante il numero di termini di una categoria produttiva; quello che importa è che, se conio un neologismo con un suffisso produttivo, ho una certa probabilità che esso venga accolto, se lo conio con un suffisso non più produttivo, a parità di altre condizioni, le probabilità dell'accoglimento precipitano
Senza precisare, dico che sono d'accordo. Tuttavia: se questo suffisso produttivo fosse per Lei diastraticamente connotato, come me lo descriverebbe?
Avrei più semplicemente potuto dire che la parola risulta difficilmente associabile, da parte del giovane utente, all'oggetto.
Questo è lo scoglio. Di solito è superato appunto grazie alla spinta culturale (un allenatore non esattamente colto, che si fa chiamare 'mister', nonostante non sia in grado di gestire i relativi significati sonori, arriva comunque a preferire un maldestro «cempioscìp» a 'coppa dei campioni'): il problema è che tale spinta, quando non agisce contro l'italiano, è sempre troppo debole.

Insomma, soltanto la cultura soggiacente, io credo, veicola la nostra accettabilità sociale (qualcosa o qualcuno mi deve persuadere a usare una parola al posto di un'altra, e non è in questione la praticità: il principio del minimo sforzo qui consisterebbe nell'adeguarsi a un comportamento tipico, sovraindividuale, diffuso... e in questo caso una parola varrebbe l'altra: francesismo, anglismo, latinismo, grecismo, popolarismo, tecnicismo, persino un italianismo)...
L'analisi diastratica ...Ci può far capire quali siano le strategie più produttive per la diffusione di un traducente.
Questo è il nodo, ciò che avrebbe bisogno di essere razionalizzato attraverso indicazioni precise, possibilmente formalizzabili entro i parametri di una teoria (ciò che suscita, caro Bubu7, la mia perplessità).
Le considerazioni sociolinguistiche ci spingono solo a non proporre parole latine a un pubblico giovanile e termini volgari a un pubblico colto
Su questo punto inciampiamo: io credo che al parlante comune, così come a quello colto (che non abbia preso su di sé alcun partito linguistico) non importi granché della latinità o della popolarità di una forma originaria (in più, la «volgarità» – se per essa intende 'oscenità' – 'diastraticamente alta' potrebbe anche non coinciderebbe con quella 'diastraticamente bassa', e quindi, per una stessa diastratia, varrebbero sorvegliatissime considerazioni diafasiche etc.) etc.
Non ho capito bene il suo pensiero (mi sembra che quel che dice tra parentesi contraddica la frase che precede le parentesi)
Mi perdoni. La stessa espressione, per più aspetti connotata 'popolarmente', può essere diastraticamente alta oppure bassa (la differenza, in questo caso, è fatta dalla 'situazione', da 'chi' parla e dal 'perché': l'uso).
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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Ladim ha scritto:
bubu7 ha scritto:quando dico che i composti italiani produttivi hanno la testa a sinistra (o dico che un suffisso è produttivo), non sto facendo considerazioni predittive basate su elementi sociolinguistici?

Sta descrivendo un aspetto esattamente strutturale (o, se vuole, penserebbe a una 'socialità' intesa come un'interezza non stratificata, riconducibile in generale alla presente sincronia linguistica)...
Era proprio questo che intendevo. In precedenza avevo anticipato che stavo forzando il significato di sociolinguistica riferendomi alle influenze della società sulle caratteristiche della lingua.
Ladim ha scritto:
bubu7 ha scritto:Avrei più semplicemente potuto dire che la parola risulta difficilmente associabile, da parte del giovane utente, all'oggetto.
Questo è lo scoglio. Di solito è superato appunto grazie alla spinta culturale [...] il problema è che tale spinta, quando non agisce contro l'italiano, è sempre troppo debole.

Come sa questa è anche la mia posizione. Il problema è soprattutto culturale. Risolto questo problema non ci sarebbe bisogno neanche di superarlo lo scoglio, perché sparirebbe. I forestierismi avrebbero un impatto ancora più modesto di quello che già hanno e la scelta di traducenti (non la moltiplicazione degli onomaturghi) sarebbe un'operazione spontanea dei parlanti (anche la sensibilità delle istituzioni nei confronti di un osservatorio linguistico sarebbe maggiore).
Ladim ha scritto:
bubu7 ha scritto:L'analisi diastratica ...Ci può far capire quali siano le strategie più produttive per la diffusione di un traducente.
Questo è il nodo, ciò che avrebbe bisogno di essere razionalizzato attraverso indicazioni precise, possibilmente formalizzabili entro i parametri di una teoria (ciò che suscita, caro Bubu7, la mia perplessità).
Non penso che questo nodo si possa sciogliere completamente. Si possono fare razionalizzazioni su singoli casi; si possono tentare con successo alcune generalizzazioni; mi sembra difficile una formalizzazione: io non ne sarei capace.
Ladim ha scritto:
bubu7 ha scritto:Le considerazioni sociolinguistiche ci spingono solo a non proporre parole latine a un pubblico giovanile e termini volgari a un pubblico colto
Su questo punto inciampiamo: io credo che al parlante comune, così come a quello colto (che non abbia preso su di sé alcun partito linguistico) non importi granché della latinità o della popolarità di una forma originaria...
Non lo so... Io credo che l'intellegibilità e la familiarità di forma e significato possano favorire l'accoglimento del termine.
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič
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