«Scespiriano, dickensiano...»

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Marco1971
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«Scespiriano, dickensiano...»

Intervento di Marco1971 »

Siccome di questo s’è parlato recentemente, trascrivo da Il museo degli errori, di Aldo Gabrielli (Milano, Mondadori, 1977, pp. 88-90).
È possibile stabilire una regola per la formazione degli aggettivi derivati da nomi propri stranieri o di forma straniera? C’è chi scrive shakespeariano, ma anche chi scrive scespiriano attenendosi alla pronunzia del nome.

Anche questo è un problema che si dibatte da tempo tra i linguisti; ma è chiaro che una regola rigida non è possibile stabilirla potendo le soluzioni essere multiple, suggerite di volta in volta dalla struttura stessa del nome straniero. Ci sono infatti nomi stranieri di struttura prossima all’italiana, sia come suono sia come grafia, e in questi casi l’italianizzazione è generalmente facile, e viene spesso spontanea; altri invece ne sono lontanissimi, e qui l’italianizzazione diventa spesso ardua se non addirittura impossibile.

Appartengono alla prima serie nomi come Hugo, Molière, Balzac, Dickens, Kant, Wagner, Lamartine, ecc.; appartengono alla seconda nomi come Shakespeare, Rabelais, Boileau, Rousseau, Baudelaire, Nietzsche, Joyce, e via dicendo. Da Hugo è facile fare hughiano, anzi, unendolo al prenome, addirittura vittorughiano, e cosí da Molière faremo molieriano, da Balzac, balzachiano o anche, come sotto vedremo, balzacchiano, da Dickens, dickensiano, da Kant, kantiano, da Wagner, wagneriano, e italianizzando di piú, vagneriano, come scriveva l’Ojetti. I nostri cognomi preceduti dal de generalmente rispettano questo prefisso: cosí da De Sanctis si è fatto desanctisiano, da De Amicis, deamicisiano, da D’Annunzio, dannunziano; i Francesi invece in genere lo aboliscono, e sul loro modello abbiamo fatto lamartiniano, sansimoniano, mussetiano o mussettiano.

Assai diverso diventa il discorso con i nomi della seconda serie. Qui le soluzioni potrebbero essere due: o rispettare fin dove è possibile il nome straniero nella sua grafia facendolo seguire dal suffisso italiano opportunamente adattato, o trascrivere il nome secondo la pronunzia piú o meno fedele, con l’aggiunta del solito suffisso. È il caso appunto di shakespeariano e di scespiriano. Molti si allineano con la prima soluzione, molti altri con la seconda, e non si può dare ovviamente torto a nessuno. Io propenderei per la seconda, per pura coerenza linguistica che mi consiglia, tutte le volte che mi è possibile, l’italianizzazione totale della parola e non una composizione ibrida, mezzo straniera e mezzo italiana. Insomma preferirei in tutte lettere quel che pronunzio: pronunzio «scespir» e scrivo scespiriano, pronunzio «bodlèr» da Baudelaire, e faccio bodleriano, (il caro Baldini usò bodeleriano: fece un primo passo, ma gli mancò l’animo di fare un passetto di piú [no, caro Gabrielli, qui sbagli e aveva ragione il Baldini]; e cosí da Rabelais («rablè») avrò rablesiano, meglio a mio avviso che rabelesiano e rabelaisiano; da Goethe («götë»), goethiano, da Schiller («scíler»), schilleriano o anche scilleriano; da Heine («hàinë»), heiniano; da Nietzsche (italianizzato in «nicce»), nicciano, e non nietzschiano, se non vogliamo distorcerci le ganasce. Fin qui però le cose sono andate abbastanza facili per la possibilità di una buona sutura tra prefisso e suffisso. Ma ecco i nomi di Boileau [Bevilacqua ;)], per esempio, di Rousseau, con quella finale tronca; da Boileau hanno fatto boleviano che ci sarà solo l’inventore a capirlo [e invece no, caro Gabrielli, è del tutto regolare]; io direi semmai bualoiano; da Rousseau è in uso l’aggettivo russoviano, con quella solita finale in -viano che è difficile da giustificare [e che invece si giustifica facilmente]. Piú ragionevole è il gioissiano da Joyce, che infatti già di frequente s’incontra. Io però in questi casi consiglierei di soprassedere all’aggettivazione del cognome, dicendo piú chiaramente di Boileau, di Rousseau, di Joyce.

Tornando alla preferenza che io consiglierei di dare alla italianizzazione il piú possibile completa del nome straniero, aggiungerò che quest’uso di italianizzare non è certo cosa nuova, ma in moltissimi casi stabilizzata da anni. Scriviamo tutti, senza eccezione, donchisciottesco, e non «donquijottesco», scriviamo ghigliottina e non «guillottina». Nessuno scriverebbe cavouriano o voltairiano, come un tempo si faceva, ma cavuriano (o cavurriano), volteriano (o volterriano) come la cosa piú naturale del mondo; e i recenti gollista e gollismo hanno presto spazzato via il gaullista e il gaullismo che si usarono sul principio.

E qui voglio aggiungere una piccola coda a proposito delle doppie forme ora viste, come balzachiano e balzacchiano, cavuriano e cavurriano, volteriano e volterriano. Come si spiegano? Si spiegano col fatto che questi nomi tronchi una volta italianizzati tendono a rafforzare la consonante finale, come appare particolarmente evidente nella corretta pronunzia toscana; da vermut i Toscani han fatto vèrmutte o vermútte, col normale diminutivo vermuttino; da bar i Toscani han fatto il barrista e non il barista. Cosí, Balzac italianizzato suona «balzacche» e non «balzache», Cavour diventa «cavurre», Voltaire diventa «volterre». E di qui le forme rafforzate balzacchiano, cavurriano, e volterriano. Quale delle due forme preferire? Premesso che sono entrambe corrette, avverrà che un Settentrionale preferirà le forme semplici, un Toscano, e piú genericamente un Centrale, non saprà usare altro che le forme raddoppiate.
La mia posizione (drastica, lo so) è questa: o si ricorre a «di X», rispettando la grafia originaria, o si fa l’aggettivo in italiano «stretto». Nel caso, ad esempio, di Trotskij, la cosa piú semplice sarebbe troschiano, troschismo.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

Bue
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Intervento di Bue »

dunque devo correggere il mio intervento in "forestierismi", parlando di "moto brauniano"... :roll:
E la meccanica di Newton sara` "niutoniana" (mutuando dal all'inglese britannico moderno) o "nutoniana" (dall'inglese americano)? O "neotonnellatesca"? :mrgreen:

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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

Bue ha scritto:…O "neotonnellatesca"? :mrgreen:
Semmai, neocittadina. :mrgreen:

Bue
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Intervento di Bue »

Right! O meglio ancora Neapolitana!

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Federico
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Intervento di Federico »

Ringrazio Marco per questa lunga citazione. (Ho posto il problema l'ultima volta qui.)

Però anche Gabrielli non mi sembra molto rigoroso nell'applicazione del proprio criterio: come giustifica goethiano e heiniano? Nel primo bisognerebbe come minimo sopprimere la h, e nel secondo sostituire he con a...
Infatti Gabrielli si trova costretto a consigliare di evitare questi derivati, per uscire dall'imbarazzo.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

In realtà, il piú delle volte, questi aggettivi si presentano solo nella critica letteraria, e non riguardano – tranne rari casi, come appunto scespiriano – la lingua dell’uso. Ciò detto, sarei ancora per ghetiano e ainiano. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Federico
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Intervento di Federico »

Marco1971 ha scritto:Ciò detto, sarei ancora per ghetiano e ainiano. :)
In effetti anche ghetiano non si allontana molto dalla pronuncia comune (e del resto questo criterio vale poco perché tutti pronunciano leninista all'italiana, anche chi dice liénin); ma mi sembra strano che abbiamo trovato una soluzione univoca per tutti (a parte Trotsky, per il quale credo sia impossibile). Farò attenzione.

Bue
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Intervento di Bue »

Io sfido chiunque a scrivere ghetiano o ainiano senza preavviso in un testo da rendere pubblico e vedere quanti capiscono.
Ma tanto è ovvio che stiamo come sempre avvoltolandoci in discussioni onaniche la cui influenza sul mondo esterno è nulla.
Ultima modifica di Bue in data mer, 20 feb 2008 9:04, modificato 1 volta in totale.

CarloB
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Intervento di CarloB »

Chi scrive o dice goethiano, heiniano, rousseauiano, voltairiano eccetera sta rivolgendosi, mi pare, a un lettore o ascoltatore che sa benissimo chi siano stati Goethe, Heine, Rousseau, Voltaire eccetera e magari li tiene sul comodino in lingua originale. Chi non lo sa, capisce di dover cercare sull'enciclopedia alle voci Goethe, Heine e via elencando.
Insomma, a me sembra che sarebbe meglio, sotto il profilo della chiarezza, rispettare il più possibile le grafie dei cognomi stranieri anche quando questi danno vita ad aggettivi.
E per i seguaci di Lev Trockij si potrebbe adottare il compromesso trotzkisti: rende abbastanza la pronuncia originale; somiglia abbastanza alla grafia corrente in varie lingue europee. Non sarà perfetto, ma forse funziona. :D

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Infarinato
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Intervento di Infarinato »

Bue ha scritto:E la meccanica di Newton sara` "niutoniana" (mutuando dal all'inglese britannico moderno) o "nutoniana" (dall'inglese americano)? O "neotonnellatesca"? :mrgreen:
Fuor dello scherzo, la variante italianizzata [registrata] è neutoniano, che, contrariamente a quanto [tra]scrive il GRADIT, si pronuncia completamente all’italiana: /,nEuto'njano/.

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bubu7
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Intervento di bubu7 »

Infarinato ha scritto: ...che, contrariamente a quanto [tra]scrive il GRADIT, si pronuncia completamente all’italiana: /,nEuto'njano/.
Ci può dire su quale dizionario ha trovato queste indicazioni di pronuncia? :)
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Intervento di Infarinato »

bubu7 ha scritto:Ci può dire su quale dizionario ha trovato queste indicazioni di pronuncia? :)
Implicitamente sul Treccani (che altrimenti segnalerebbe [e normalmente segnala] una pronuncia difforme da quella direttamente desumibile dalle elementari regole dell’ortografia italiana), e un po’ piú esplicitamente sul DOP, s.v. neutonianesimo. ;)

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Bue ha scritto:Ma tanto è ovvio che stiamo come sempre avvoltolandoci [in] discussioni onaniche la cui influenza sul mondo esterno è nulla.
Anche dall’onanía possono scaturire flussi fecondi. ;) E il mondo non è certo chiuso in compartimenti stagni per quanto riguarda gli influssi. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Il solito GRADIT registra a lemma trotskismo, trotskista colle varianti trotzkismo/trotzkysmo, trotzkista.

Riguardo alla comprensibilità, francamente, se uno sta leggendo un saggio su Goethe o Heine, ghetiano e ainiano non dovrebbero porre troppe difficoltà. Ricordo d’aver letto, nell’introduzione a una raccolta di poesie di Rimbaud, l’aggettivo rimbaldiano, che, pur non essendo registrato, non dovrebbe perplimere neanche il lettore meno «attrezzato».
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello »

Marco1971 ha scritto:Il solito GRADIT registra a lemma trotskismo, trotskista colle varianti trotzkismo/trotzkysmo, trotzkista.

Riguardo alla comprensibilità, francamente, se uno sta leggendo un saggio su Goethe o Heine, ghetiano e ainiano non dovrebbero porre troppe difficoltà. Ricordo d’aver letto, nell’introduzione a una raccolta di poesie di Rimbaud, l’aggettivo rimbaldiano, che, pur non essendo registrato, non dovrebbe perplimere neanche il lettore meno «attrezzato».
Mi stupisco che lei senta il bisogno di usare perplimere invece di un banale, diciamo così, lasciare perplesso. Se però si sente veramente la mancanza del verbo, perché non perplettere per diretta derivazione etimologica (perplexus participio passato di perplectere) anziché perplimere che nasce per semplice analogia (comprimere/compresso ecc.) e ignoranza di un verbo esistente in potenza?

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