A parte quel fosse, che si riesce a giustificare col passato prossimo e l’espressione temporale nel corso degli anni, la frase stessa mi suona male. Affermare la necessità? Avrei detto Abbiamo sempre insistito sulla necessità. Comunque, son d’accordo, meglio sia, che sottolinea il perdurare della situazione.
Per il resto, non so rispondere (e poco men cale).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
bartolo ha scritto:2) «La necessità che l'assistenza sanitaria sia garantita...»: che tipo di proposizione è?
Grazie!
Non vorrei sbagliare (nel caso sarò fustigato da Teo o da Infarinato). Si tratta di una proposizione soggettiva.
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi) «Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»
Sí, penso anch’io che sia una soggettiva, visto che corrisponde a È necessario che...
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Grazie, ancora una volta. Mi piace, e mi conforta, la letizia con cui Marco manifesta il suo disinteresse per certe questioni nominalistiche. Io, ahimè, qualche volta non posso farne a meno.
M’incuriosisce questa necessità, che io non sento. Lei quando parla o scrive, deve analizzare il tipo di proposizione che impiega? Mera domanda.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
A causa dei vari mestieri che faccio, mi capita di avere che fare con persone che mi pongono questioni di tal genere. Quindi, la risposta è "sì": quando parlo o scrivo, qualche volta mi trovo costretto ad analizzare il tipo di proposizioni che impiego.
Capisco. Per me, rimane una cosa molto curiosa. Mi domando se non sia una «ossessione» figlia degli esercizi scolastici.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Che sia un'ossessione, è probabile. Ma non figlia di esercizi scolastici: quelli hanno generato "mostri" nel ventre delle lingue morte, ma in quell'ambito - e segnatamente nel latino, che non ho mai del tutto perso di vista - la tendenza "ossessivo-compulsiva" all'analisi grammaticale delle proposizioni è probabilmente più comprensibile