Dittongo ascendente con «i»

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Sandro1991
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Dittongo ascendente con «i»

Intervento di Sandro1991 »

Si può parlare di dittongo ascendente quando una parola con «i» vocalica (o «u») e tonica è seguita da vocale? ['viˑa] Oppure tali dittonghi s’hanno solo con [j w] piú vocale tonica?
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SinoItaliano
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Intervento di SinoItaliano »

L'unica cosa che ho capito leggendo gli scritti del Canepari, è che [j, w]+vocale non sono dittonghi foneticamente, ma «sequenze eterofone» essendo [j, w] consonanti e non vocali.
Anche se sono «dittonghi» secondo la terminologia tradizionale.
Non ho mai capito se ['viˑa] sia formata da una sillaba sola o da due.

Qui è bene tacere e lasciare la parola ai sapienti :).
Questo di sette è il piú gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l'ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno.
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Carnby
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Re: Dittongo ascendente con «i»

Intervento di Carnby »

Sandro1991 ha scritto:Si può parlare di dittongo ascendente quando una parola con «i» vocalica (o «u») e tonica è seguita da vocale? ['viˑa] Oppure tali dittonghi s’hanno solo con [j w] piú vocale tonica?
La grammatica tradizionale ovviamente lo considerebbe «ïato». In realtà in metrica poetica (e anche nella lingua comune) sia i «dittonghi ascendenti» che gl'«ïati» possono essere tautosllabici o eterosillabici.
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Sandro1991
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Intervento di Sandro1991 »

Bene, grazie a entrambi. :)
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Carnby
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Intervento di Carnby »

Mi accorgo che la mia risposta è stata un po' sbrigativa: aggiungo quindi un contributo dal Dizionario di linguistica Einaudi (ci sono alcune imprecisioni da me segnalate):
Giorgio Bertone ha scritto:dieresi/sineresi

Nella poesia classica d metrica è la pausa ritmica che cade nel verso alla fine d'una parola e alla fine (non nel mezzo) d'un piede (simile, dunque, ma da distinguersi bene da → cesura). D prosodica (→ prosodia 1) è invece il contrario di s o → sinizesi, ovvero è il fenomeno per cui due vocali contigue, generalmente pronunciate con una sola emissione di fiato, vengono sillabate e contate come sillabe distinte (di solito la d è un arcaismo). S è, allora, la fusione in un'unica sillaba di due vocali contigue come se costituissero un solo fonema tenuto.
Nella metrica italiana si parla di d quando si dividono metricamente in sillabe staccate vocali contigue all'interno della stessa parola, che linguisticamente costituiscono una sola sillaba; di s quando si uniscono metricamente in una sola sillaba vocali contigue di sillabe linguisticamente distinte. La d venne segnata diacriticamente con due puntini a partire dall'Ottocento col Foscolo dei Sepolcri. Per tendenza linguistica si ha s (come, tra due parole, si ha → sinalefe), ma vi sono eccezioni, per ragioni metriche e financo espressive e stilistiche. Esempi: «Voi cittadini mi chiamaste Ciacco» (Dante, Inferno): in Voi c'è s, metricamente si tratta di una sillaba sola; «O grazïosa luna, or mi rammento» (Leopardi, Alla luna) in cui c'è, invece, d. Rabbiosa la d in «S'i fosse fuoco, arderëi 'l mondo» di Cecco. Nei casi di cielo, saggio, figlio non si tratta di s perché in questo caso la i non è una vocale ma un segno diacritico che indica la pronuncia palatale di c o g. Benché D'Ovidio [1932] avverta che usare la d in simili casi equivale al tentativo di salire una scala dipinta su un muro, non mancano esempi del genere anche in Carducci: ciglïa, figlïa, trifoglïo, Campidoglïo e pure tempïo, ampïa (già in Manzoni), soverchïo, secondo le rilevazioni di D'Ovidio medesimo: «falsi sdruccioli procurati con dieresi assolutamente erronee». Nel caso di dittongo discendente (vocale tonica + vocale atona) il nesso vocalico all'interno del verso forma di norma s, all'uscita sempre d (già in Antonio da Tempo; → metricologia). Si tratta di norma peculiare del sistema italiano al contrario di quello provenzale che distingue, in punta di verso, ïa bisillabico (verso femminile, cioè piano), da ai, eu, ecc., monosillabici (verso maschile). Dentro il verso ia può essere sia mono- che bisillabico; ai, eu di norma monosillabici [cfr. Beltrami 1991]. Esempi italiani: «Mio fosse un giorno! e no 'l vorrei già morto», «Forse del sangue empir del popol mio» (Tasso, Gerusalemme Liberata): nel primo caso Mio interno vuole s, nel secondo il medesimo mio, esterno, vuole d non segnata diacriticamente perché ovvia, anzi obbligatoria. Lo scarto della norma della s interna si dice d d'eccezione; es. ïo bisillabico usato piú d'una volta da Dante dentro il verso. Il dittongo discendente in → cesura di → alessandrino non potrà che comportarsi come in fine-verso. Bisillabici i trittonghi all'interno e alla fine di verso (-aio-, -aia-, ecc.) [trittonghi?] e le combinazioni del tipo -aiuo-, -oiuo-, poiché i ha valore di [j] semiconsonante separativa. Talvolta il trittongo può valere una sola sillaba: nelle origini (gioia) [trittongo?] ma anche oggi («dolce dirimpettaia del quinto piano», endecasillabo). Nei casi di a, e, o seguiti da vocale tonica si ha di regola d; es.: «quanto piú pò, col buon voler s'aïta» (Petrarca; il segno della d è aggiunto in sede ecdotica). Normalmente d nel caso di dittongo ascendente: 1) päura [dittongo ascendente?], nïuno, vïaggio (ma viaggio bisillabo nei settentrionali, in Goldoni, in Montale e altri del Novecento), scïenza [dittongo ascendente?], lezïone, radïoso; 2) nei latinismi, grecismi, ebraismi, arabismi: Flegïàs, Averröís [dittongo ascendente?] (Dante). D'Ovidio [1932] ha spiegato tra l'altro che la scelta dei poeti tra s e d non è arbitraria. Uno dei principî basilari lega appunto la d con i latinismi e le forme latineggianti di scansione sillabica: la d è insomma, per lo piú, almeno nei secoli passati, indice di scansione sillabica latineggiante. Per cui, in generale, la d non è tollerata: a) quando i dittonghi ascendenti ie e uo derivano da e, o brevi latine; es.: pedem > piede, homo > uomo; cor > cuore; b) con [j] semiconsonante che deriva da: 1) lat. l, es. flumen > fiume, clarum > chiaro; 2) lat. -ri-, es. librarium > libraio; 3) lat. i, con raddoppiamento, es. obiectum > obbietto; c) con u semiconsonante piú, di solito, raddoppiamento: es. placui > piacqui; wastjan (germ.) > guastare. Caso particolare au lat. che dà it. o: aurum > oro, laudare > lodare. Per scelte auliche latineggianti si usa pure laudare, e il nesso di norma è monosillabico conformemente al monosillabismo latino. Cosí Dante e Petrarca. Ma numerose le eccezioni dalle origini in poi. Straripante l'uso della d nell'Ottocento (anche perciò gli ammonimenti coevi di D'Ovidio) e poi nella poesia simbolista-liberty quasi come marchio d'origine, fino all'«eruzione di d» nelle govoniane Fiale (1903) [Mengaldo 1987]. Mentre Pascoli: «io non ci sto a segnalarla [la d] coi puntolini, perché il poeta non deve pretendere che si pronunzi nel verso la parola diversamente da quel che suona in prosa » [cfr. Beccaria 1975 e ora Menichetti 1993].
Per quanto riguarda la situazione nel parlato, qui c'è il paragrafo 5.1.2 del MªPI di Luciano Canepari.
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Intervento di Infarinato »

Grazie dell’ampia [e interessante] citazione dal Dizionario di linguistica, caro Carnby… e d’averci poi «riportato alla realtà [fonetica]» col MªPI di Canepari.

Bertone ci propone una bella «carrellata» dei luoghi comuni (come la ben nota leggenda dell’unica emissione di fiato, quando, come ci ricorda lo stesso Canepari, intere frasi possono essere pronunciate con «una sola emissione di fiato»!) e della cervelloticità della metrica (non solo italiana, per la verità), delle giuste invettive del D’Ovidio (e il Camilli era con lui), per concludere con le belle parole del saggio Pascoli.

Qui mi limiterò semplicemente a citare un esempio [canoro (*)], che contraddice alla ferrea regola che stabilisce che un dittongo discendente forma sempre dieresi all’uscita del verso (…in realtà, la «regola» si potrebbe spiegare in maniera foneticamente molto semplice: in fin di verso un dittongo —[(ˌ)VV] fuor di tonia, [ˈVˑV] in tonia— si ripartisce [ai fini della scansione metrica] in due sillabe, ché in italiano una sillaba aperta [lunga, perché in tonia] non può stare in fin d’enunciato): nell’esempio, ai dittonghi tonici [uˑo, iˑo] dei tuo, mio italiani corrisponde la vocale lunga (sempre tonica) [ɜː] (brit.; amer. [ɝː]) dell’inglese world. ;)

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(*) Disney, lo so: d’altra parte, cj ho du’ bimbi piccini! :D
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