«Patota: chi va in tv rispetti l’italiano», Avvenire

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Ferdinand Bardamu
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«Patota: chi va in tv rispetti l’italiano», Avvenire

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Ieri sul quotidiano Avvenire è uscita un’intervista al professor Giuseppe Patota. La trovate qui.

Fausto Raso
Interventi: 1679
Iscritto in data: mar, 19 set 2006 15:25

Intervento di Fausto Raso »

Anche il linguista Patota cade - a mio avviso - nel trabocchetto del "no olofrastico"
musicali e non
Luca Serianni
L'avverbio negativo olofrastico (detto così perché, da solo, costituisce un'intera frase) in italiano è soltanto no. L'uso tradizionale richiede dunque o no in coordinate disgiuntive ridotte appunto alla sola negazione olofrastica. Gli esempi sono numerosissimi, antichi e moderni: da Dante («non disceser venti / o visibili o no» Paradiso, VIII, 22-23) al recente modulo giornalistico o no?, come «domanda dubbiosa a conclusione di un discorso apparentemente sicuro (Parigi val bene una messa! o no?)» (cfr. M. Cortelazzo - U. Cardinale, Dizionario di parole nuove 1964-1987, Torino, Loescher, 1989, p. 171). Lo stesso si dica di altri costrutti omologhi: e no (si pensi al romanzo di Vittorini Uomini e no), perché no, come no, se no oltre all'ormai raro anziché no. Ma in un certo numero di casi si è fatto strada un altro costrutto, con non in luogo di no. Con se si può risalire fino a Dante: «Ditel costinci; se non, l'arco tiro» (Inferno, XII, 63); con o, invece, gli esempi antichi sono dubbi o appartenenti a scrittori non toscani e poco sensibili alla norma grammaticale, come Giordano Bruno («o voglia o non» Gli eroici furori). Perché non tende a sostituirsi a no? Per il fenomeno, proprio dell'italiano di ogni tempo (e non solo dell'italiano), dell'ellissi, cioè della cancellazione di strutture di alta prevedibilità: dalla sequenza «ti piaccia o non ti piaccia», attraverso la soppressione del secondo elemento della coppia, si è passati al tipo «ti piaccia o non». Giustificare storicamente la genesi di un costrutto non significa necessariamente giustificarlo dal punto di vista normativo. Nonostante la sua attuale diffusione, il costrutto infastidisce ancora orecchie particolarmente sensibili. Un illustre dantista svizzero, Remo Fasani, ha scritto qualche anno fa un vivace libello (De vulgari eloquentia, Padova, Liviana, 1978) prendendosela tra l'altro proprio con o non, «forse lo sfregio più grande - e più gratuito - che si poteva fare all'italiano» (pag. 15). È un giudizio che può non essere condiviso, ma che dimostra come o non possa essere avvertito da taluni un elemento tuttora estraneo alla struttura dell'italiano.
«Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume» (Carlo Gozzi)
«Musa, tu che sei grande e potente, dall'alto della tua magniloquenza non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate»

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Roberto Crivello
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Intervento di Roberto Crivello »

Ma se Serianni scrive "...il fenomeno, proprio dell'italiano di ogni tempo ( e non solo dell'italiano), dell'ellissi, cioè della cancellazione di strutture di alta prevedibilità" non si contraddice poi aggiungendo "...un elemento tuttora estraneo alla struttura dell'italiano"?

Insomma l'ellissi (e i suoi risultati, ossia in questo caso 'un elemento') sono o no parte della struttura dell'italiano?

Cos'è esattamente 'il punto di vista normativo'? Perché tale punto di vista boccia il fenomeno dell'ellissi?

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Penso che se i fatti di lingua si riducessero solo a una serie di fenomeni piú o meno prevedibili, probabilmente non ci sarebbe mai una norma. E la norma è legata a una storia, alla sensibilità e, spesso, a errati precetti inculcati. Credo che non ci sia contraddizione in quel che Serianni scrive nel brano riportato da Fausto: da una parte c'è l'analisi dei processi, dall'altra, il vaglio dell'accettabilità in base alla tradizione dell'uso. E Serianni è fra gli ultimi a possedere questo senso acuto del vaglio, ignoto agli odierni facitori di lessici.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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