Influssi dotti nei dialetti

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Ferdinand Bardamu
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Influssi dotti nei dialetti

Intervento di Ferdinand Bardamu » lun, 12 nov 2018 20:19

Nel mio dialetto ci sono molte parole che mostrano un influsso dotto (toscano o latino), evidente nella pronuncia o nella natura stessa delle parole. Qualche esempio:
  • òbito, «funerale», voce semidotta;
  • pàndare, «palesare, rivelare», voce semidotta;
  • dumínica, «domenica», che mostra un esito di /k/ intervocalico non etimologico (in altre aree si ha infatti doménega) e chiaramente influenzato dal latino ecclesiastico;
  • cróxe, «croce», con -e finale di CRŬCE(M) conservata, senza il metaplasmo che si nota, per esempio, in bòta «botte» ‹ BŬTTE(M);
  • giòvedi e vènardi, «giovedí e venerdí»*, chiaramente influenzati dai giorni della settimana in italiano.
Questi sono i primi che mi vengono in mente: ce ne saranno certamente molti altri. Tralascio i tanti esempi di latino liturgico rianalizzato dalla mente popolare (es. nare in catinòra, «morire», da un’errata interpretazione del verso dell’Ave Maria latina nunc et in hora [mortis nostrae]).

Ci sono latinismi o voci dotte anche nel vostro dialetto?

* A tale riguardo, mi è stato detto, da persone evidentemente digiune di qualunque nozione di grammatica storica e, piú in generale di linguistica, che il mio dialetto in questo rispetto sarebbe imbastardito da un prestito italiano («è un’italianata», le esatte parole). Ma una simile obiezione, tralasciando la sua palese non scientificità e il suo occulto carattere ideologico, disconosce un fatto fondamentale: la sequenza dei giorni della settimana genera al suo interno speciali solidarietà linguistiche, come la tendenza all’isosillabicità, il ricorso all’omeoteleuto, ecc. I nomi originari di questi due giorni sarebbero stati zòbia e vènare (o varianti simili): è di tutta evidenza che il mantenimento di queste due forme avrebbe interrotto la continuità nella terminazione in -i della sequenza, almeno per i nomi dei primi cinque giorni: luni, marti, mèrcodi, giòvedi ~ zòbia, vènardi ~ vènare, sabo, duminica.

domna charola
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Intervento di domna charola » mar, 13 nov 2018 10:48

In effetti, mia nonna e in generale quando andavo dai parenti, ho sempre sentito e usato vènere e una cosa tipo ziòba, con un suono al posto della z che non so come scrivere (prima o poi mi sforzerò di imparare...). Quindi il problema della sequenza da non interrompere in questo caso era poco sentito. Dipenderà dalle varianti locali, sarebbe interessante indagare...

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » mar, 13 nov 2018 14:50

domna charola ha scritto:In effetti, mia nonna e in generale quando andavo dai parenti, ho sempre sentito e usato vènere e una cosa tipo ziòba, con un suono al posto della z che non so come scrivere (prima o poi mi sforzerò di imparare...).
Se ne riesce a trovare qualche esempio, in rete?

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 13 nov 2018 15:27

A mio parere la cosa potrebbe essere andata cosí: prima è caduto in oblio lo «strano» zòbia, dopo si è adottato l’italianismo modificato nell’accentazione per l’influenza del giorno precedente (originariamente mèrcoli), cioè giòvedi. Conseguentemente mèrcoli è diventato mèrcodi e vènare è diventato vènardi, e si è creata cosí una sequenza con la medesima terminazione -di.

È indubbio che in origine, anche qui da me, i nomi di questi tre giorni erano mèrcoli/mèrcori, zòbia e vènare, ma per ragioni che sarebbe interessante indagare piú a fondo (quella summentovata è soltanto una mia ipotesi) sono stati modificati. Giòvedi e vènardi non sono in uso soltanto nei centri piú grandi della bassa veronese (Legnago fa circa ventimila abitanti) ma anche nella campagne, da lunga pezza, tanto che i lessici in mio possesso attestano anche queste forme. Naturalmente non si tratta di un uso diffuso ovunque; da qualche parte c’è sicuramente chi adopera ancora le forme tradizionali.
valerio_vanni ha scritto:
domna charola ha scritto:In effetti, mia nonna e in generale quando andavo dai parenti, ho sempre sentito e usato vènere e una cosa tipo ziòba, con un suono al posto della z che non so come scrivere (prima o poi mi sforzerò di imparare...).
Se ne riesce a trovare qualche esempio, in rete?
Non saprei dirle quale sia il suono a cui fa riferimento Domna Charola, ma sul sito del progetto Vivaldi si trovano diverse pronunce. Zobia, nelle zone della bassa veronese in cui è usato, si pronuncia con un suono iniziale che è lo stesso di zare (=leggere) di Cerea, Fratta Polesine e Villa Estense (il mio orecchio poco allenato non riesce a sentir differenze fra le tre), conformemente all’etimo *IOVIA (DIES), /j/ › /ʤ/ › /ʣ/. Il suono in questione mi sembra diverso da /ʣ/ italiano, ma non saprei in che altro modo rappresentarlo con l’AFI.

domna charola
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Intervento di domna charola » mar, 13 nov 2018 18:08

valerio_vanni ha scritto:
domna charola ha scritto:In effetti, mia nonna e in generale quando andavo dai parenti, ho sempre sentito e usato vènere e una cosa tipo ziòba, con un suono al posto della z che non so come scrivere (prima o poi mi sforzerò di imparare...).
Se ne riesce a trovare qualche esempio, in rete?
Non sono in grado di cercarlo perché come detto ho dei forti limiti nella trascrizione e nella lettura fonetica.
Diciamo che è una via di mezzo fra la s di casa e la zeta di zeta.

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Intervento di u merlu rucà » mar, 13 nov 2018 19:36

Anche nel mio dialetto la forma per giovedi deriva da *iovia: zögia ['zø:ʤa], ma oggi si sente dire quasi sempre giuvedì.
Per quanto riguarda l'esito di croce e botte, non direi che cróxe, "croce" sia un esito colto. Dalle mie parti, non nel mio dialetto, si dice, al contrario, porte invece di porta "porta". I passaggi da una declinazione all'altra a volte sono diversi tra un paese e l'altro.
Largu de farina e strentu de brenu.

Ligure
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Intervento di Ligure » mar, 13 nov 2018 20:48

Ferdinand Bardamu ha scritto:Non saprei dirle quale sia il suono a cui fa riferimento Domna Charola, ma sul sito del progetto Vivaldi si trovano diverse pronunce. Zobia, nelle zone della bassa veronese in cui è usato, si pronuncia con un suono iniziale che è lo stesso di zare (=leggere) di Cerea, Fratta Polesine e Villa Estense (il mio orecchio poco allenato non riesce a sentir differenze fra le tre), conformemente all’etimo *IOVIA (DIES), /j/ › /ʤ/ › /ʣ/. Il suono in questione mi sembra diverso da /ʣ/ italiano, ma non saprei in che altro modo rappresentarlo con l’AFI.
Il VIVALDI indica il sistema di trascrizione adottato. Per chi si fida - ma relativamente alle varietà linguistiche di cui ho competenza diretta le incongruenze e le palesi inesattezze risultano frequenti - si tratta di fricativa leggermente interdentale sonora. La fricativa interdentale sonora corrisponderebbe al fonema dell'articolo inglese the.

Un fonetista quale il Canepari impiegherebbe il termine occlusivo, in quanto riferito direttamente allo specifico atto articolatorio, mentre fricativo non può che avere un significato di tipo uditivo.

Per quanto anche nei testi del Canepari si possa riscontrare l'aggettivo interdentale, l'Autore stesso specifica opportunamente che il termine interdentale rischia d'essere fuorviante. Soprattutto per chi tentasse effettivamente di produrre davvero un suono colla punta della lingua tenuta tra i denti superiori e quelli inferiori. Normalmente - attesta il Canepari - risulta significativo soltanto l'avvicinamento ai denti superiori.

L'Autore - con espressione drastica, come se ne possono, talora, riscontrare nei suoi testi - dichiara tranquillamente che quelli inferiori potrebbero anche mancare.

Eventualità non eccezionale ai tempi dell'AIS, oggi, fortunatamente, assai meno frequente. E non soltanto per le scienze fonetiche...

P.S. Per un confronto immediato tra la nomenclatura adottata dal Canepari e quella del vivaio acustico si può notare che la coppia di fonemi - a tutti nota - /s,z/ è definita, ovviamente, costrittiva dentale - a punta bassa - dal Canepari, ma - in questo caso -, diversamente rispetto a quanto avviene per /θ,ϑ/, il Canepari aggiunge il termine solcata.

Esso fa riferimento al solco longitudinale caratteristico dell'articolazione di questa tipologia di fonemi.

Infatti, la lamina - o l'apice - della lingua può formare un canale - il solco - lungo la sua parte longitudinale.

Basta provare. Si fa molto prima che a spiegarlo. Ad es., il fonema sordo /θ/ - presente, ad es., nella voce inglese thing - non risulta solcato, ma /s/ sì.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 13 nov 2018 20:55

u merlu rucà ha scritto:Anche nel mio dialetto la forma per giovedi deriva da *iovia: zögia ['zø:ʤa], ma oggi si sente dire quasi sempre giuvedì.
Interessante, grazie. Posso chiederle quali sono le forme correnti di mercoledì e venerdì? È per capire se il prestito può avere qualche funzione all’interno della sequenza dei nomi dei giorni.
u merlu rucà ha scritto:Per quanto riguarda l'esito di croce e botte, non direi che cróxe, "croce" sia un esito colto. Dalle mie parti, non nel mio dialetto, si dice, al contrario, porte invece di porta "porta". I passaggi da una declinazione all'altra a volte sono diversi tra un paese e l'altro.
Piú che un esito cólto, avevo pensato a un’azione di «sorveglianza» esercitata dal latino sul dialetto, ché altrimenti avremmo avuto *cróxa. Però, ora che mi ci fa pensare, anche nel mio dialetto ci sono casi in cui non si presenta l’esito atteso: si dice per esempio sarte invece che sarto e guante invece che guanto.

Mi è venuto in mente, poi, un altro esempio di influsso dell’italiano sul dialetto: sbagliare si dice sbaljare. Tralasciando la possibilità che sia un prestito dall’italiano (prestito che potrebbe aver sostituito l’originario falare), si nota che la sequenza /-lj-/ non è sviluppata nella maniera consueta (/-j-/, es. ajo «aglio», ojo «olio»).

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 13 nov 2018 21:07

Ligure ha scritto:Il VIVALDI indica il sistema di trascrizione adottato. Per chi si fida - ma relativamente alle varietà linguistiche di cui ho competenza diretta le incongruenze e le palesi inesattezze risultano frequenti - si tratta di fricativa leggermente interdentale sonora. La fricativa interdentale sonora corrisponderebbe al fonema dell'articolo inglese the.
Molte grazie, ho colpevolmente trascurato di consultare la pagina sul sistema di trascrizione. :oops: Di fonetica m’intendo molto poco; ho comunque fatto delle prove pronunciando zéola (=cipolla) e ho notato che la lingua non sta a contatto con gli alveoli dietro agli incisivi superiori. Ma è meglio che non vada oltre per non meritarmi le sacrosante bacchettate d’Infarinato. :mrgreen:

Ligure
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Intervento di Ligure » mar, 13 nov 2018 22:55

Ferdinand Bardamu ha scritto:Mi è venuto in mente, poi, un altro esempio di influsso dell’italiano sul dialetto: sbagliare si dice sbaljare. Tralasciando la possibilità che sia un prestito dall’italiano (prestito che potrebbe aver sostituito l’originario falare), si nota che la sequenza /-lj-/ non è sviluppata nella maniera consueta (/-j-/, es. ajo «aglio», ojo «olio»).
In genovese - almeno - non si può pensare che a un prestito dall'italiano. Infatti, fino a non molto tempo fa, si poteva ancora ascoltare - dai vecchi - Vuscià Scia se zballia = (Lei, letteralm. Vostra Signoria) si sbaglia - con /'-llj-/, dal momento che /'-ʎʎ-/ non risulta più presente, da molti secoli, nell'inventario fonematico locale (è sempre lo stesso discorso) -.

L'esito urbano di /'-lj-/ sarebbe, invece, /'-ʤʤ-/< /'-ʎʎ-/, testimoniato già da grafie del XII sec. (nonostante alcuni siti della provincia caratterizzati da uno stadio arcaico del dialetto mantengano tuttora la pronuncia /'-ʎʎ-/, esattamente corrispondente a quella fiorentina).

Ma oggi, gli ultimi parlanti cittadini sopravvissuti dicono tranquillamente Vuscià Scia se zbaglia (con /'-ʎʎ-/).

Infatti, ormai, tutti i fonemi della lingua nazionale, occorrendo il caso, possono essere impiegati anche nel dialetto.

P.S. Usare il /'le:/ = L/lei, ad es., da parte di chi non abbia mai parlato effettivamente il dialetto locale implica automaticamente una risposta del dialettofono nel migliore italiano possibile e l'evitamento per sempre del ricorso al codice dialettale con un interlocutore così ingenuamente sprovveduto.

Il Voi - Vuî /'vwi:/ -, in città, è praticamente scomparso anche nel dialetto, mentre, ovviamente, permane il Tu - /'ti/ -.

Vuscià /vu'ʃa/ corrisponde al siciliano Vossìa = Vostra Signoria, ma l'accento è sull'/'-a/.

Il saluto per le persone cui si dà/dava il Vuscià /vu'ʃa/ è/era, ovviamente, Scignurîa /ˌʃiɲɲu'ri:a/ (italianismo perché il dialetto non ammette /-r-/ nelle voci di tradizione diretta): Scignurîa, Sciâ X, Scignurîa, Sciû Y,... = Buongiorno, signora X, buongiorno, signor Y,...

L'auspicio di una buona giornata era ritenuto una frivola cortesia. In quanto frivola, di scarso interesse e, quindi, da considerarsi sottintesa. Veniva, al contrario, apprezzato il riconoscimento del ruolo sociale.

P.S. Sono, quasi consapevolmente, andato fuori tema :oops:

Concedo ampia facoltà ai moderatori di tagliare il superfluo - cioè quasi tutto -. :wink:
Ultima modifica di Ligure in data mar, 13 nov 2018 23:42, modificato 1 volta in totale.

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » mar, 13 nov 2018 23:30

domna charola ha scritto:
valerio_vanni ha scritto:Se ne riesce a trovare qualche esempio, in rete?
Non sono in grado di cercarlo perché come detto ho dei forti limiti nella trascrizione e nella lettura fonetica.
Diciamo che è una via di mezzo fra la s di casa e la zeta di zeta.
Lasciando stare la trascrizione, non si trova un esempio su YouTube?
E' una pronuncia così rara?

valerio_vanni
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Intervento di valerio_vanni » mar, 13 nov 2018 23:47

Ferdinand Bardamu ha scritto:Non saprei dirle quale sia il suono a cui fa riferimento Domna Charola, ma sul sito del progetto Vivaldi si trovano diverse pronunce. Zobia, nelle zone della bassa veronese in cui è usato, si pronuncia con un suono iniziale che è lo stesso di zare (=leggere) di Cerea, Fratta Polesine e Villa Estense (il mio orecchio poco allenato non riesce a sentir differenze fra le tre), conformemente all’etimo *IOVIA (DIES), /j/ › /ʤ/ › /ʣ/. Il suono in questione mi sembra diverso da /ʣ/ italiano, ma non saprei in che altro modo rappresentarlo con l’AFI.
Ho ascoltato "Zobia" di Fratta Polesine. Concordo con Ligure, il suono è un parente del "th" inglese. E' molto presente in Romagna (anche nell'italiano locale) come realizzazione di "z".
Lì, però, ha un'opposizione decisa con "s". Credo che nessuno parlerebbe di "suono intermedio tra "s" e "z"".

Ligure
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Intervento di Ligure » mer, 14 nov 2018 0:26

Rispondo a Ferdinand relativamente ai nomi dei giorni della settimana per quanto concerne il dialetto urbano di Genova. Le denominazioni tradizionali sono, rispettivamente, mācurdì /ˌma:kur'di/, zöggia /'zɵʤʤa/ e vennardì /ˌvennar'di/, ma mācurdì /ˌma:kur'di/ risulta, ormai, desueto e si dice soltanto mærculedì /ˌmɛ:rkule'di/. Resiste meglio zöggia /'zɵʤʤa/, ma giuvvedì /ˌʤuvve'di/, per quanto criticato, si sente.

Esistono ancora, in provincia, zone (ad es., in val Trebbia, a Rovegno e altrove) nelle quali /'-bbj-/ non ha ancora subito la transizione a /'-ʤʤ-/ e si pronuncia tuttora ȝöbbia /'ʣɵbbja/ = giovedì.

In queste zone neppure il fonema /ʣ/ è ancora passato a /z/.

E la transizione avvenuta - ormai, da molti secoli - in città non si svilupperà più perché, prima che ciò possa accadere, il dialetto locale si sarà già definitivamente estinto.

P.S.: chi ha voglia può ascoltare - raccolte dagli studiosi tedeschi - le pronunce locali di giovedì relative a Genova e a Rovegno come quelle di altri punti della Regione indagati:

https://www2.hu-berlin.de/vivaldi/?id=m3141&lang=it

Chiunque si rende immediatamente conto che i tedeschi - in base allo sciocco pregiudizio che già più volte ho avuto modo di evidenziare - non trascrivono le geminate dove effettivamente esse esistono.

E - relativamente a questa voce - risulta presente geminazione tanto a Genova quanto a Rovegno. Ma non solo.

Chi è del posto, inoltre, riesce anche a rendersi conto (da tutta una serie di altri tipi d'indizi) che, ad es., gl'informatori di Genova e di Rovegno - per quanto le loro pronunce risultino accurate - non sono effettivamente parlanti genuini.

Normalmente gli studiosi tedeschi si sono avvalsi di persone socialmente attive in associazioni locali. Individui dotati di molte relazioni personali e interessati a farsi registrare.

Frequentemente non anziani.

Quasi sempre, quindi, persone con caratteristiche personali praticamente opposte a quelle dei dialettofoni attendibili delle rispettive località. O - almeno - a quelle dei dialettofoni più rappresentativi della parlata locale o - per lo meno - esenti da svarioni macroscopici.

Relativamente alla voce mulino si può ascoltare il "grande esperto" genovese riferire alle persone dotte venute dalla lontana Germania l'esito mulin:

https://www2.hu-berlin.de/vivaldi/?id=m3181&lang=it

Esito del tutto inesistente perché si dice esclusivamente muin /'mwiŋ/!

Inoltre, esito impossibile in Liguria in quanto /-l-/(come, per altro, anche /-r-/)>/-ŕ-/>(a Genova)/-0-/!

Mi sono avvalso del simbolo /-ŕ-/ per indicare pronuncia approssimante.

Intendo dire che - data la qualità degl'informatori (almeno, relativamente alla Liguria) - il livello di attendibilità delle risposte ottenute risulta assai inferiore a quello dell'AIS - già criticabile -.

Nell'AIS i problemi dipendevano spesso dal raccoglitore, qui vanno attribuiti agl'informatori, non più in grado, ormai, di poter padroneggiare adeguatamente il medium linguistico dialettale.

Medium linguistico che - come si può evincere per l'informatore di Genova - è stato da lui appreso in epoca adulta e non - come avveniva in precedenza - con modalità naturali nell'ambito della famiglia d'origine.
Ultima modifica di Ligure in data mer, 14 nov 2018 14:23, modificato 1 volta in totale.

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Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 14 nov 2018 2:13

La ringrazio. È indicativo, io credo, che, in una grande città e in una regione in cui la dialettofonia resiste meno rispetto al Veneto (mi arrischio ad affermarlo, ma smentitemi pure), gl’italianismi prendano piede.

Vorrei però precisare una cosa riguardo ai miei mèrcodi, giòvedi e vènardi. Per prima cosa, il primo e il terzo sono attestati nel Lessico dei dialetti del territorio veronese di Giorgio Rigobello, mentre il secondo si trova nella Grammatica del dialetto veronese di Filippo Bonfante. In secondo luogo, i nomi della settimana in questa forma li usava anche mia nonna classe 1919, semianalfabeta, poco amante della tivvú, nata e vissuta sempre a Legnago, in un contesto di dialettofonia esclusiva. Usava correntemente parole che oggi sarebbero considerati arcaismi, es. butièro, baxaricò, sgolmarin per burro, basilico, rosmarino. Insomma, mi pare che sia quella che si può definire una buona informatrice.

Se si tratta d’italianismi, o di parole influenzate dall’italiano, non sono certamente entrati in veneto per il tramite dell’italiano «mediatico», ché altrimenti si userebbe la parola italiana senza alterazioni, come succede per destra e sinistra, che hanno obliterato drita e zanca.

Ligure
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Intervento di Ligure » mer, 14 nov 2018 11:05

Ringrazio anch'io lei per quanto ci comunica.

Relativamente a Genova spero sia chiaro quanto ho riferito.

In un atlante linguistico gl'italianismi ci devono stare e tutti i dialettofoni veri li conoscono bene. Indipendentemente dal fatto che li adottino o meno.

Un italianismo è, per altro, sempre legato a una convenzione sociale.

Gli errori sono un'altra cosa e riguardano produzioni idiosincratiche che si possono riscontrare soltanto in un determinato individuo volenteroso.

Non sono cioè usati da nessun altro e non rappresentano un fatto sociale, condivisibile o meno, come, invece, si verifica per gl'italianismi.

Detto più semplicemente, la persona interpellata non conosce l'unico termine d'uso effettivo - nel caso di specie muin /'mwiŋ/ (/mo'li:no/>/mu'ŕiŋ/>/mu'iŋ/>/'mwiŋ/) - e inventa. Quindi, ad es., mulin, prodotto idiosincraticamente da chi possiede un desiderio d'essere registrato più forte dell'effettiva competenza, non assurge ipso facto al livello di un italianismo semplicemente perché non risulta essere condiviso. Nessuno l'ha mai detto né lo dice. Già i testi dell'Anonimo genovese - sec. XIII-XIV - riportano morin, cioè /mu'ŕiŋ/ e testimoniano che la transizione evolutiva da /-l-/>/-ŕ-/, in città, s'era già da tempo generalizzata. Quindi, un
mulin ai giorni nostri - spiace che gli esperti tedeschi possano davvero prenderlo sul serio! - altro non potrebbe essere se non una sonora lampionata!

Si tratta, per altro, di appassionati cultori, non certamente di persone competenti.

Infatti, le informazioni dei dialettofoni genuini - sia relativamente a voci arcaiche quanto a italianismi - coincidono, mentre le risposte - e la pronuncia - dei cultori variano al variare della persona. Semplicemente perché dipendono dal livello di comprensione e di apprendimento del medium linguistico di chi non l'adopera più per comunicare quotidianamente ma per conseguire un ruolo sociale, godere di un certo protagonismo ...

P.S.: segnalo, ad es., per burro e basilico le forme di Rovegno, non, poi, così lontane da quelle venete da lei riportate: bitîru /bi'ti:ru/ e bāxaŕicò /ˌba:ʒaŕi'kɔ/. A Genova bāxaicò /ˌba:ʒai'kɔ/. In periferia bāxeicò /ˌba:ʒei'kɔ/. Infatti, a Genova /-ŕ-/ - in questo caso, </-l-/, se pure appartenente a un altro sistema linguistico (quello del greco dell'epoca dell'acquisizione del prestito) - passò allo zero fonico, mentre l' /-r-/ di bitîru deriva da /-rr-/ e rappresenta, quindi, un'antica geminata -butirro -. La posizione dell'accento in bāxaŕicò rende chiaro che si tratta di un grecismo. Dall'aggettivo βασιλικός /basili'kɔs/ = regio, reale - nome della piantina - assunto quale prestito prima che β /b/ passasse alla pronuncia moderna, che è /v/.

A Genova, per altro, si tratta delle uniche forme effettivamente usate. Non esistono italianismi sostituibili alle voci riferite. Se qualcuno proponesse in merito improbabili italianismi, ciò avrebbe lo stesso valore esclusivamente idiosincratico dell'ἅπαξ λεγόμενον mulin. :( :wink:

Infatti, la competenza risulta socialmente condivisibile, l'ignoranza è destinata a permanere patrimonio esclusivamente idiosincratico del singolo. Ognuno ne può conservare una struttura del tutto peculiare!

Le risposte corrette possono essere agevolmente comprese e condivise.

Gli errori possibili sono, teoricamente, infiniti e ci pongono sempre di fronte allo sgomento dell'assenza della loro numerabilità, alla mancanza del limite e di eventuali tentativi di contenimento.

Tutto ciò risulta inevitabilmente connesso alle testimonianze - registrazioni incluse - relative alla fase di declino di un sistema linguistico sempre più imperfettamente conosciuto.

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