«Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

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Marco1971
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«Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Marco1971 » lun, 13 mag 2019 13:14

Segnalo questo importante e documentatissimo articolo di Antonio Zoppetti, che, con grande acume, realismo e senso civico, dispiega i mezzi concreti per arginare l’abuso di anglicismi, additandone le cause, fra cui la debolezza dei criteri della Crusca nel sancire l’intraducibilità di certi termini inglesi.

Non avrei saputo dir meglio.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Animo Grato » lun, 13 mag 2019 14:15

Costatare che l'unico (parziale) successo del gruppo Incipit è stato non tanto l'invenzione di una nuova parola (configlio) per tradurre l'inglese stepchild, quanto la destituzione del legittimo equivalente italiano (figliastro), mi ha depresso oltre ogni dire. :cry:
«Ed elli avea del cool fatto trombetta». Anonimo del Trecento su Miles Davis
«E non piegherò certo il mio italiano a mere (e francamente discutibili) convenienze sociali». Infarinato
«Prima l'italiano!»

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Ferdinand Bardamu » lun, 13 mag 2019 23:32

Un articolo perfetto, incisivo, ben documentato. Condivido appieno il giudizio sul gruppo Incipit, che ha una funzione poco piú che simbolica: limitarsi a contrastare, o tentare di farlo, i forestierismi incipienti è chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Se ci si dà un obbiettivo cosí piccolo, s’indebolisce la propria voce.

Mi piace molto che Zoppetti ponga l’accento sulla libertà di scelta, che il «monolinguismo» imposto dall’itanglese preclude. Con questo si può rispondere alle solite critiche di chi evoca il dirigismo linguistico del fascismo quando qualcuno auspica un’azione di contrasto all’abuso di anglicismi.

Mi sento di fare solo un piccolo appunto (ma, in un discorso tanto ben argomentato, è una minuscola menda): sport e film sono sí anglismi ormai acclimati, ma violano, eccome, il nostro sistema fonetico. La soluzione ideale, lo sappiamo, sarebbe l’adattamento, con l’epitesi di /e/, ma sappiamo anche, perché in queste stanze ne abbiamo discusso abbondantemente, che oggi si fatica a far accettare simili adattamenti.

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Animo Grato » mar, 14 mag 2019 16:20

Ferdinand Bardamu ha scritto:
lun, 13 mag 2019 23:32
[S]port e film sono sí anglismi ormai acclimati, ma violano, eccome, il nostro sistema fonetico.
Probabilmente intendeva riferirsi al sistema grafematico, ma non ha voluto complicare troppo il discorso e lo ha approssimato con un concetto noto a tutti (almeno per sentito dire). Insomma, detto ancora più alla buona, sport e film se non altro si scrivono come si leggono, a differenza di know how.
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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Roberto Crivello » mer, 15 mag 2019 18:27

Concordo con Marco che si tratta di un ottimo articolo. Antonio Zoppetti fa un lavoro benemerito, e mi piace il suo tono misurato. Non esiste alcun dubbio che know how possa anche essere tradotto, e non esclusivamente con competenza. Secondo il contesto e per variatio, si possono usare diverse alternative. Giovanardi ha ragione nel senso che non si può pensare che proponendo un'alternativa valida tutti cesseranno di usare know how a sproposito, ma sbaglia nel momento in cui parlanti che non sanno districarsi bene con l'abuso degli anglismi chiedono un parere a un'autorità linguistica e non gli si risponde come fa Zoppetti e come anche ho appena suggerito.

Un'osservazione di passaggio su quanto scrive Ferdinand, che sport e film violano il nostro sistema fonetico. Entrambe le parole violano il sistema fonetico del fiorentino del Trecento. Il sistema fonetico dell'italiano parlato nel 2000 da 60 milioni di persone non è più quello. Mi fermo qui perché chi voglia approfondire questo argomento potrà leggere le infinite discussioni che abbiamo avuto in questo forum.

Infine: la vera, unica soluzione al problema trattato da Zoppetti è indicata nell'ottimo articolo di Tullio De Mauro a cui Zoppetti fa riferimento, e ne abbiamo pure parlato in queste stanze, ossia, per ripetere quella De Mauro definisce un'ipotesi, «dietro tutti gli usi linguistici c’è una questione di “densità della cultura”, come Ascoli insegnava centocinquanta anni fa. A chi conosce a fondo una lingua straniera non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva l‘“americano” di Sordi e di Carosone e come fanno troppi ignoranti. Correggere il grave, persistente analfabetismo nazionale in materia di lingue straniere, inglese compreso, è una via più lunga, ma forse più produttiva di qualche ukaz contro i mali anglismi».

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FT Accettabilità di consonanti/gruppi consonantici in finale di parola

Intervento di Ferdinand Bardamu » mer, 15 mag 2019 18:50

Roberto Crivello ha scritto:
mer, 15 mag 2019 18:27
Un'osservazione di passaggio su quanto scrive Ferdinand, che sport e film violano il nostro sistema fonetico. Entrambe le parole violano il sistema fonetico del fiorentino del Trecento. Il sistema fonetico dell'italiano parlato nel 2000 da 60 milioni di persone non è più quello. Mi fermo qui perché chi voglia approfondire questo argomento potrà leggere le infinite discussioni che abbiamo avuto in questo forum.
Approfitto di quest’osservazione per rimandare al filone di discussione sul «terzo sistema fonologico» di Giacomo Devoto e in particolare, per le ragioni della mia affermazione criticata da Roberto Crivello, alle considerazioni d’Infarinato.

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Marco1971 » dom, 01 dic 2019 23:01

Torno brevemente su know-how con un esempio tratto da questa pagina (qui citata per la sostanza):

Abilità: indicano le capacità di applicare conoscenze e di usare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi…

In soldoni, know-how è il saper fare qualcosa (con tutto quello che ciò presuppone, ma alla fine, dietro quel termine c’è solo e soltanto quello: sapere come [si fa qualcosa]). In francese c’è savoir-faire e basterebbe, volendo una soluzione facile di sostituzione anche automatica, cancellare know-how e sostituirlo con saperfare (o saper-fare o saper fare).

Il risultato non ostacola la comprensione e non rende meno preciso il concetto, anzi, toglie di mezzo quell’occultante nube:

Abilità: indicano le capacità di applicare conoscenze e di usare saperfare per portare a termine compiti e risolvere problemi…

Concludo con quanto scrive il Diccionario panhipánico de dudas:

saber hacer. Esta locución nominal masculina significa ‘habilidad para desenvolverse con tacto en cualquier situación’ y ‘conjunto de conocimientos y técnicas acumulados, que permite desarrollar con eficacia una actividad en el ámbito artístico, científico o empresarial’. […] La existencia de esta locución española hace innecesario el uso del anglicismo know-how, muy usado en el ámbito empresarial, y del galicismo savoir faire. El inglés know-how no debe traducirse literalmente por saber cómo.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di marcocurreli » lun, 02 dic 2019 23:03

Marco1971 ha scritto:
dom, 01 dic 2019 23:01
[...] cancellare know-how e sostituirlo con saperfare (o saper-fare o saper fare).
[...]
Abilità: indicano le capacità di applicare conoscenze e di usare saperfare per portare a termine compiti e risolvere problemi…
Io lascerei solo "saper fare" (meglio: il saper fare);
... e di usare il saper fare per portare a termine …
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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Ferdinand Bardamu » mar, 03 dic 2019 23:58

Marco1971 ha scritto:
dom, 01 dic 2019 23:01
In francese c’è savoir-faire e basterebbe, volendo una soluzione facile di sostituzione anche automatica, cancellare know-how e sostituirlo con saperfare (o saper-fare o saper fare).
Ho segnalato le tue proposte anche nel dizionario delle alternative agli anglicismi di Antonio Zoppetti, che le ha inserite insieme agli altri traducenti con un rimando al tuo intervento (ne approfitto per ringraziarlo della disponibilità).

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Re: «Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come ʺknow howʺ»

Intervento di Marco1971 » gio, 05 dic 2019 18:06

Ringrazio anch’io Antonio Zoppetti dell’inclusione nel suo pregevole dizionario. :)

Vorrei ancora segnalare che la locuzione è ben attestata nella stampa, come dimostra il piccolo campionario che segue.

I fratelli tappezzieri e le lezioni aperte: così il saper fare diventa spettacolo. (Corriere della Sera, 16.03.2018)

«Saper fare», se innovazione e cura delle persone fanno la tradizione (Corriere della Sera, 16.11.2016) [Qui però si trovano anche : «per policy e mission» e «i propri competitors»…]

Il master si propone di formare figure poliedriche nel settore dei beni di alta gamma, della moda e del lusso, in grado di comprendere la creatività e il saper fare e di valorizzarli sul mercato di riferimento attraverso l’acquisizione di competenze manageriali. (Academy Business School, Corriere della Sera)

Marta Guglielmi, responsabile del Servizio Istruzione, Pari opportunità e sviluppo sociale di Città Metropolitana di Genova sottolinea il valore esemplare della figura di Leonardo da Vinci, testimonial del Salone di questo anno e sintesi perfetta di scienza e tecnica, ingegno, creatività e manualità, artigianato e arte, ci insegna quanto sia importante il saper fare, slogan del Salone di questo anno, ma anche quanto sia importante coltivare il pensiero. (Corriere della Sera, 20.11.2019)

Ma includere saper fare nei dizionari non fa notizia come registrare soft skills
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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