[LIJ] Gabibbo

Spazio di discussione su questioni di dialettologia italiana e italoromanza

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ippogrifo
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EROS

Intervento di ippogrifo »

Animo Grato ha scritto:Mi spiace portare una nota di trivialità in questo filone, ma mi è venuto in mente che qualche anno fa un certo tipo di stampa aveva dato un considerevole rilievo al fenomeno del cosiddetto habibi ("amor mio"), il cicisbeo/gigolò a caccia di (o cacciato da?) generose turiste occidentali (italiane in primis) in località come Sharm el-Sheikh.
Trivialità? Non necessariamente! :wink: "Habibi" è il termine nobilitato dalla letteratura mozarabica - lingua neolatina con prestiti dall'arabo - in cui designa il ruolo dell'amante - presente, ad esempio, nelle liriche erotiche - . :wink:

Evidentemente, il termine superò - nel continente europeo - Gibilterra e s'inserì in un linguaggio, per altro, neolatino, ma non riuscì a oltrepassare i Pirenei. Poi, a seguito della "Reconquista" effettuata dai sovrani di Castiglia, molti vocaboli di origine araba declinarono, anche se lo spagnolo odierno - "castellano" - ne conserva tuttora un buon numero.
Daphnókomos
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Re: [LIJ] «Gabibbo»

Intervento di Daphnókomos »

Laüstic ha scritto: sab, 06 mar 2010 21:03 Tiro su questa discussione di qualche tempo fa per condividere una riflessione sull'etimo di gabibbo (che io a dire il vero a Genova ho sentito più spesso nella variante non sonorizzata 'cabibbo'); accertata la derivazione dall'arabo habib mi sono sempre chiesto quale fosse la trafila semantica. Il passaggio a cui avevo pensato presuppone che la parola dovesse indicare inizialmente lo straniero o il forestiero (il riferimento all'immigrato meridionale sarebbe una specializzazione successiva) e che la parola araba per 'amico' avesse assunto questo significato forse per il fatto che arabi con cui si veniva a contatto la pronunciassero come formula fissa di cortesia (un po' come capita, e credo sia esperienza comune, con molti venditori africani che ci apostrofano con 'amigo, amigo' e simili). Quindi la parola habib > gabibbo sarebbe passata a indicare senz'altro la persona a cui la parola stessa si sentiva in bocca così spesso e così meccanicamente (quindi lo straniero).
Dal dizionario Zanichelli Parole per ricordare:
Gabibbo è un termine genovese, appellativo che i marinai liguri assegnavano agli scaricatori di porto eritrei tra i quali il nome Habib o Habibi "mio amato" è frequente, questo soprattutto dopo l'acquisto del porto di Assab in Eritrea da parte dell'armatore genovese Raffaele Rubattino (1810-1881). Cabibo o cabibbo è un termine in uso a Trieste con analogo significato.
Ligure
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Re: ABERRAZIONI ACUSTICHE & PARONIMIE

Intervento di Ligure »

Pur non essendoci alcun vero motivo per non poter attendere il nuovo anno per un'eventuale piccola precisazione, ho preferito concludere l'attuale senza risultare costretto - in primis nei confronti di me stesso - a dover indossare l'abito "comportamentale" dell'ignavo, il quale mi avrebbe richiesto di non testimoniare - senza immotivati indugi - un dato oggettivo che, in realtà, conosco perfettamente come, d'altronde, moltissime altre persone.

L'unica pronuncia praticata a Genova - e priva d'alternative - è gabibbu /ga'bibbu/ nel dialetto e "gabibbo" quale "genovesismo" d'impiego gergale nell'italiano locale.

Tant'è vero che l'omonimo pupazzo televisivo (per altro, sinceramente detestato da moltissimi abitanti dell'antica città di mare, non soltanto per la cadenza della pronuncia) è stato denominato Gabibbo, proprio in quanto "ideato" da un autore ligure e "riferito" esplicitamente a un "contesto" specificamente genovese (tramite l'effetto "intenzionale" della cadenza adottata, indipendentemente dal fatto che il risultato conseguito si possa definire davvero riuscito anche agli orecchi del pubblico locale… o - piuttosto - molto dozzinale…).

Adempiuto il mio personale dovere, avendo reso attendibile testimonianza alla verità di fatto e avendo cercato di farlo col massimo tatto di cui sono capace (dal momento che non ho mai dovuto svolgere alcuna attività di tipo diplomatico né seguire alcun "curriculum" di tale indirizzo), ritengo opportuno limitarmi a riferire di seguito quanto scritto - anni addietro - da un altro utente, evidentemente a conoscenza della voce e di come venga usata.
ippogrifo ha scritto: mer, 18 set 2013 20:05
Laüstic ha scritto:Tiro su questa discussione di qualche tempo fa per condividere una riflessione sull'etimo di gabibbo (che io a dire il vero a Genova ho sentito più spesso nella variante non sonorizzata 'cabibbo')
A Genova nessuno pronuncia né ha mai pronunciato “cabibbu”.

La pronuncia riferita può solo essere l’effetto del primo termine inserito nel titolo [cioè gabibbu /ga'bibbu/].

Può accadere benissimo quando si ascoltano una o più parole di una lingua, una parlata che non si padroneggia completamente e di cui, quindi, ci manca la corrispondente rappresentazione mentale fonetica nel lessico interno – che possediamo, invece, per le lingue note -.

Ascoltare non è solo “sentire” , anzi, soprattutto “riconoscere” … La smetto …

A Genova si dice esclusivamente “gabibbu” .

Il Pellegrini - che lo riporta correttamente come “gabibbu” - lo riferisce come arabismo - “habib” = amico - e può benissimo essere stato così.

Si potrebbe paragonare - nell'uso - al lombardo “terun” che, essendo noto e godendo d'una fonetica perfettamente compatibile col genovese, viene talora usato, anche se – evidentemente – non si tratta di “vero” genovese.

Di “gabibbu” non esistono attestazioni antiche e potrebbe anche essere derivato da qualche altro dialetto.

Solitamente gli studiosi fanno riferimento a lingue straniere, ma esistono e sono esistite circolazioni e prestiti anche tra un dialetto e l’altro, il quale, ad esempio, poteva essere quello che aveva mutuato direttamente il vocabolo da una lingua straniera per, poi, trasferirlo ad altre parlate.

Non è detto che i genovesi avessero l’esclusiva delle relazioni con i “mondi” di cultura e lingua araba, ma, nel caso del genovese, un arabismo diretto può sembrare plausibile.

La pronuncia – s’è scritto – è “gabibbu” perché … è così … e NON può essere “cabibbu” - inesistente - anche per due altre specifiche motivazioni - ed è qui che interviene l’effetto della paronimia -.

Il parlante genuino, “ingenuo” , che utilizzava il vocabolo, vi “sentiva” – nel suo interno – il dileggio e il disprezzo.

Il dileggio è relativo alle sonorizzazioni – “g”,”b” & “bb” – tipiche delle parlate meridionali e alla geminazione di “b” , fenomeno fonetico anch’esso caratteristico del Meridione (e non solo) - “possibbile” , “Robberto” et c. … - .

Il “gabibbu” è colui che non sa parlare in modo appropriato, col quale non si può comunicare correttamente.

L’esecrato “bàrbaros” [βάρβαρος] … !

Il disprezzo è insito nella “radice” della parola.

Il “gabibbu” è colui che gabba - dal verbo “gabâ” = gabbare ( minoritario in genovese rispetto a sinonimi più “gergali”, ma pur esistente ) - , colui che t’inganna e col quale non si possono e non si devono avere rapporti perché non rispetta il codice etico della comunità che l’ha accolto.

Certamente, con molta probabilità può trattarsi di paronimie e non di effettivi etimi, ma le persone che parlavano abitualmente in dialetto non conoscevano la lingua araba e sicuramente non leggevano le opere del Pellegrini.

Se un vecchietto dà irosamente di “gabibbu” a una persona, implica quanto ho scritto e non prende certamente in considerazione alcun riferimento all’inoffensivo pupazzo televisivo.

Forse, almeno in questo, aveva ragione Heidegger: non è tanto e/o solo l’uomo che parla, ma è proprio il tipo di linguaggio adottato che parla in lui.

In parole povere, se si adotta un certo tipo di dialetto o lingua - e ciò vale (a maggior ragione) per i vocaboli “gergali”- non si possono, poi, prendere le distanze dai campi semantici che – per etimo o paronimie o incrostazioni storiche – il vocabolo stesso veicola.

Al di fuori di Genova – o della Liguria – si può benissimo sorridere di un termine che appare e suona buffo, ma in città , a fronte di una società che ci si prospetta - inevitabilmente (che ci piaccia o no) - come multiculturale, potrebbe risultare opportuno affidare il vocabolo all’elucubrazioni degli eruditi.
Per altro, oltre a non conoscere l'arabo, non mi sono mai occupato di etimologie. Riferisco, tuttavia, a mero titolo informativo (anche in quanto l'autore cita correttamente il termine locale "gabibbu") quanto riportato da Antonio Giusti nel num. XIV, pag. 126 del Giornale storico e letterario della Liguria:

"5. Il vocabolo gabibbu s’incontra in parecchie zone della Liguria (per es. La Spezia, Cogoleto ecc.) e indica un uomo scaltro e senza scrupoli, a volte manesco e prepotente; viene dall'arabo cabib « capo ». Non posso far a meno di pensare al protagonista di quel film « Il bandito della Casbah », che gli indigeni di Algeri chiamano appunto cabib; l’eroe del romanzo cinematografico ha non poche caratteristiche del ligure gabibbu."
brg
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Iscritto in data: mer, 12 gen 2022 20:53

Re: [LIJ] Gabibbo

Intervento di brg »

Non è da trascurare il fatto che "Cabibbo" e le sue numerose varianti sia un cognome meridionale abbastanza diffuso e molto caratteristico. Potrebbe essere stato il cognome, piuttosto che direttamente il nome arabo, ad essere il genitore del "gabibbo".
Ligure
Interventi: 431
Iscritto in data: lun, 31 ago 2015 13:18

Re: [LIJ] Gabibbo

Intervento di Ligure »

In teoria, perché no?

In pratica, le informazioni disponibili in rete forniscono una diffusione bassissima in Liguria del cognome Cabibbo, il quale ricorrerebbe 2 sole volte - non in provincia di Genova -, mentre comparirebbe ben 152 volte in Sicilia e risulta, pertanto, un cognome molto ben radicato nell'isola.

D'altronde, localmente si tratta di un cognome praticamente sconosciuto e, perciò, in quanto tale avvertito (almeno, attualmente) come totalmente privo di qualsiasi eventuale connotazione specifica o aspetto particolare.

Insistendo garbatamente con diverse persone per tentare di far emergere un collegamento tra il cognome e il pupazzo o il termine gabibbu /ga'bibbu/, sono state ottenute risposte cortesi, ma nette, tutte mirate a far osservare che tali voci implicano "g-, non c-", come se chi aveva posto la domanda risultasse disattento o non conoscesse bene la parola…

Per altro, la probabilità a priori d'incontrare casualmente un eventuale esperto di etimologie derivanti dall'arabo (dotato, quindi, di una certa flessibilità nel merito della questione) era, ovviamente, nulla e tutti gl'interpellati non hanno mancato di far notare che - almeno per la loro sensibilità linguistica - /k-/ e /g-/ non potrebbero essere confusi…

In realtà, neppure in altre posizioni…

P.S.: a livello personale ritengo che non fosse molto lontano dal vero l'utente che ipotizzava paronimie et c., mentre rischia di diventare davvero fatica vana tentare di perseguire un percorso etimologico attendibile su una voce gergale, nata, molto probabilmente, in seno alle cabîrde delle bettole dei bassifondi. Composte da chi non parlava certamente il socioletto borghese, ma quello popolare, ignoto attualmente anche ai "cultori", com'è sempre risultato tale - ovviamente - anche agli studiosi, anche a quelli a conoscenza dell'arabo.

D'altronde, dato l'ambiente nel quale venivano a formarsi voci del tipo di gabibbu, non è affatto da escludersi che potesse trattarsi d'una contaminazione col verbo gabâ /ga'ba:/ = gabbare, ingannare del sost. agibbu /a'ʤibbu/ (che, a sua volta, dette origine alla forma verbale aggibâ /ˌaʤʤi'ba:/), per cui - ovviamente! - non sono mancate le derivazioni etimologiche provenienti dalla lingua araba . . .

Alla parola - resa nota all'esterno della sua area originaria di diffusione per un effetto sonoro ritenuto buffo e per un tocco di folclore/colore che s'è inteso attribuire a un pupazzo televisivo (ben poco apprezzato da chi s'avvaleva del termine "gabibbu" nell'accezione originaria) non si possono negare a priori collegamenti col vastissimo contesto della lingua e della cultura araba e dei contatti col nostro universo linguistico.

Tuttavia, l'ambiente linguistico che l'ha introdotta nel genovese borghese e, da questo, nel folclore delle comunicazioni televisive non è l'arabo classico né una delle sue varietà linguistiche, ma il contesto delle cabîrde delle bettole (comunque esso l'abbia "formata", sia mediante prestiti linguistici o tramite paronimie et c., ma certamente in modalità "furbesca", "gergale").

Questo momento - evolutivamente cruciale - rimane, per altro, destinato a rimanere sconosciuto, dal momento che il socioletto popolare urbano non è più parlato da nessuno, non è più conosciuto da nessuno, non ne restano sufficienti attestazioni scritte (in quanto risultava soggetto a interdizione - per mancanza di prestigio sociale e a causa del "pudore" provato nei suoi confronti dagli altri concittadini -) e non è mai stato investigato adeguatamente da nessuno studioso.

In effetti, oltre a non esserci mai stati studiosi, non ci sarebbe, comunque, più nessun informatore . . .

In generale, per altro, risulta molto improbabile riuscire a cogliere davvero i processi formativi di voci - originariamente - d'impiego estremamente ristretto in quanto usate - all'epoca, esclusivamente - quali termini d'accezione "furbesca" e "gergale" nel contesto di un socioletto urbano (mentre, anticamente, il "contado" circostante non conosceva la parola) completamente ignoto anche agli studiosi di dialettologia.

Quello affrontato rappresenta un caso non, poi, così infrequente in linguistica in cui per poter risultare convinti del risultato puntuale esposto in alcuni testi non sembrano presenti i presupposti fondamentali.

A parte la mancata conoscenza del socioletto genovese popolare e delle modalità di formazione delle sue voci gergali da parte degli studiosi, già presa in considerazione, per dare garanzia della validità di un percorso che coinvolga l'universo linguistico arabo sarebbe occorso un livello di conoscenza che avrebbe dovuto richiedere il consenso dei migliori "arabisti", forse non soltanto italiani.

Infatti, tirare in ballo l'arabo non significa ragionare nei termini di quel centinaio di voci che si possono, ormai, ritrovare anche nelle guide turistiche (per altro, fatte abbastanza bene) vendute - ormai - per pochi soldi, ma prendere in considerazione un universo linguistico contrassegnato da un'enorme ampiezza territoriale, che non implica solo la lingua liturgica dei credenti o l'arabo della lirica classica, ma - attualmente - tutte le diverse varietà regionali e nazionali (caratterizzate, a loro volta, da sotto-varietà parlate in territori più limitati), tutte le quali possiedono forme volgari, gergali, prestiti (attualmente, anche dalle lingue occidentali) et c..

Ormai, per sincerarsene direttamente, basta uscire di casa e domandare a un immigrato proveniente da questo ambiente culturale, il quale non avrà molta difficoltà ad ammettere che, talvolta, per poter conversare con un'altra persona del suo stesso universo religioso e linguistico si vede costretto ad abbandonare il proprio linguaggio "arabo" nativo - e così anche l'interlocutore - a motivo della reciproca incomprensibilità. Non dovuta solo alla pronuncia, ma all'uso di termini diversi, d'una diversa sintassi e di differenti modalità colloquiali . . .
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