«Farne una pelle»
Moderatore: Dialettanti
«Farne una pelle»
Buongiorno a tutti,
Qualcuno sa dirmi l’origine e il significato di questo modo di dire? “Farne una pelle”. Ho fatto una ricerca in rete ma ho trovato pochi riferimenti e tutti discordanti.
Sembra che l’accezione più comune sia quella di “provare estrema soddisfazione fino a esaurimento nel fare qualcosa”, ma ci sono molte altre interpretazioni sia sul significato sia sulle origini… qualcuno sa aiutarmi?
Grazie mille
Qualcuno sa dirmi l’origine e il significato di questo modo di dire? “Farne una pelle”. Ho fatto una ricerca in rete ma ho trovato pochi riferimenti e tutti discordanti.
Sembra che l’accezione più comune sia quella di “provare estrema soddisfazione fino a esaurimento nel fare qualcosa”, ma ci sono molte altre interpretazioni sia sul significato sia sulle origini… qualcuno sa aiutarmi?
Grazie mille
Non voglio essere capito, voglio essere; capito?
Re: «Farne una pelle»
Buongiorno, codesta è un'espressione che non avevo mai sentita e, se la mia rapida indagine telematica non mi ha ingannato, si tratta di un modo di dire settentrionale, lombardo o piemontese.
In "Lingua e letteratura italiana in Svizzera" di Antonio Stäuble e Angelo Stella si afferma che l'espressione "farne una pelle" significa "abbuffarsi" ed è attestata dal 1554. Nel "Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni" di Antonio Tiraboschi si riporta l'espressione "fa'n öna pèl", che significa "fare una scorpacciata di qualcosa", "togliersene la voglia".
Trovo plausibile che gli altri usi di cui si trovano tracce siano tutti derivati da questo. Quindi "da farne una pelle" avrebbe assunto il significato di "da abbuffarsi" o "da farne una scorpacciata", poi "da togliersene la voglia".
In "Lingua e letteratura italiana in Svizzera" di Antonio Stäuble e Angelo Stella si afferma che l'espressione "farne una pelle" significa "abbuffarsi" ed è attestata dal 1554. Nel "Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni" di Antonio Tiraboschi si riporta l'espressione "fa'n öna pèl", che significa "fare una scorpacciata di qualcosa", "togliersene la voglia".
Trovo plausibile che gli altri usi di cui si trovano tracce siano tutti derivati da questo. Quindi "da farne una pelle" avrebbe assunto il significato di "da abbuffarsi" o "da farne una scorpacciata", poi "da togliersene la voglia".
Re: «Farne una pelle»
Si tratta di traduzioni troppo letterali, evidentemente non più comprensibili nel contesto attuale.
Forse, nemmeno più comprese davvero da chi se ne avvale, ammesso che siano ancora in uso.
La "pelle" - voce locale - è banalmente l'otre, impiegato un tempo, prevalentemente,
nel trasporto di vino a dorso di mulo.
Gli otri erano riempiti alla massima capacità per poter giustificare e ammortizzare le spese del trasporto.
Il dato relativo alla pienezza degli otri compare anche nella fraseologia tradizionale in lingua.
Un trasporto ancora più antico e non ricordato direttamente da nessuno, almeno, nell'Italia settentrionale,
era quello dell'acqua, dal cui etimo indeuropeo - *wed - sembra derivi la voce "otre", giuntaci, per altro,
dal lat. ŭtre(m). Ad es., in inglese - a seconda del senso - "water/wine skin".
Forse, nemmeno più comprese davvero da chi se ne avvale, ammesso che siano ancora in uso.
La "pelle" - voce locale - è banalmente l'otre, impiegato un tempo, prevalentemente,
nel trasporto di vino a dorso di mulo.
Gli otri erano riempiti alla massima capacità per poter giustificare e ammortizzare le spese del trasporto.
Il dato relativo alla pienezza degli otri compare anche nella fraseologia tradizionale in lingua.
Un trasporto ancora più antico e non ricordato direttamente da nessuno, almeno, nell'Italia settentrionale,
era quello dell'acqua, dal cui etimo indeuropeo - *wed - sembra derivi la voce "otre", giuntaci, per altro,
dal lat. ŭtre(m). Ad es., in inglese - a seconda del senso - "water/wine skin".
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domna charola
- Interventi: 1840
- Iscritto in data: ven, 13 apr 2012 9:09
Re: «Farne una pelle»
Espressione che ho sempre sentito in casa, la dice mia mamma, e gli dà il senso di "farne di ogni", riferito ad esempio a un bambino che si sfoga giocando e correndo e starnazzando in ogni modo... quindi sì, siamo dalle parti del "togliersi la voglia".
Da dove venga, nel suo uso, non lo so, devo chiederglielo. Sua mamma - mia nonna - era di Venezia centro, ma lei non mi pare che usasse questa espressione. Mio nonno era di Catania, e anche qui non mi sembra di ricordare, ma ci ha lasciato che avevo dieci anni quindi potrei confondermi... mia mamma è cresciuta a Sanremo e ha fatto l'università a Genova... c'entra forse con i dialetti liguri?
Da dove venga, nel suo uso, non lo so, devo chiederglielo. Sua mamma - mia nonna - era di Venezia centro, ma lei non mi pare che usasse questa espressione. Mio nonno era di Catania, e anche qui non mi sembra di ricordare, ma ci ha lasciato che avevo dieci anni quindi potrei confondermi... mia mamma è cresciuta a Sanremo e ha fatto l'università a Genova... c'entra forse con i dialetti liguri?
Re: «Farne una pelle»
Ero intervenuto soltanto in quanto erano state riferite citazioni, ma avevo l'impressione che il significato letterale della frase (da cui presero, successivamente, spunto le diverse interpretazioni metaforiche) non fosse stato compreso.
E rimango, per altro, convinto che non a tutti quelli che ancora usino l'espressione risulti davvero chiara la sua origine.
Certamente, se s'aggiungesse il riflessivo "se", l'espressione risulterebbe più chiara, ma devo ammettere che, normalmente, l'uso non lo prevede/ prevedeva. "Me ne sono fatto mezzo litro" - di vino, ad es. - corrisponde certamente a un modo d'esprimersi volgare, forse anche gergale, ma, indubbiamente, oggigiorno più comprensibile.
In questo caso l'aspetto metrico dipende dalla capacità dell'otre, che è stato scolato completamente. Non n'è stata lasciata una goccia!
Ma non credo, francamente, che chi pronuncia ancora l'enunciato in questione si renda davvero conto del significato d'iperbole (ormai, perduto), ma "implicito" - un tempo - nel riferimento all'otre, cioè a una quantità di vino impossibile da bersi nella realtà. Ben oltre il rischio di coma etilico!
Ma non c'è stata soltanto la soddisfazione (quantitativa) di aver bevuto fino in fondo. C'è stato anche il piacere della trasgressione. Le persone bevevano, normalmente, il vino nei bicchieri, nelle scodelle, dalle borracce, dalle "zucche". Non dagli otri. Che servivano solo per il trasporto.
Il mulattiere era già dotato di otre o borraccia personale. Poteva anche fermarsi a bere nelle osterie. Non avrebbe dovuto neppure intaccare il contenuto degli otri (purtroppo, non chiusi ermeticamente, dal momento che la tecnologia delle pelli di capra era quella che era . . .), ma "farsene" uno completamente . . . Il contenuto è stato assaporato completamente, non è stato tralasciato nulla! Il significato letterale è tutto qui, sorto in un piccolo mondo di significati banalissimi - attualmente incomprensibili solo in quanto totalmente estranei rispetto ai ricordi e all'immaginario delle persone, caratterizzati, ormai da tempo, da tutt'altri contenuti mentali -.
Il cervello ci funziona sempre, funziona benissimo, ma elabora contenuti diversi.
P.S.: l'espressione non appartiene alla fraseologia tradizionale dei dialetti di tipo genovese, nei quali l'equivalente letterale di "pelle" per "otre" è raro e tipico soltanto di varietà linguistiche arcaiche, mentre risultano (o, meglio, risultavano) più diffusi altri termini.
E rimango, per altro, convinto che non a tutti quelli che ancora usino l'espressione risulti davvero chiara la sua origine.
Certamente, se s'aggiungesse il riflessivo "se", l'espressione risulterebbe più chiara, ma devo ammettere che, normalmente, l'uso non lo prevede/ prevedeva. "Me ne sono fatto mezzo litro" - di vino, ad es. - corrisponde certamente a un modo d'esprimersi volgare, forse anche gergale, ma, indubbiamente, oggigiorno più comprensibile.
In questo caso l'aspetto metrico dipende dalla capacità dell'otre, che è stato scolato completamente. Non n'è stata lasciata una goccia!
Ma non credo, francamente, che chi pronuncia ancora l'enunciato in questione si renda davvero conto del significato d'iperbole (ormai, perduto), ma "implicito" - un tempo - nel riferimento all'otre, cioè a una quantità di vino impossibile da bersi nella realtà. Ben oltre il rischio di coma etilico!
Ma non c'è stata soltanto la soddisfazione (quantitativa) di aver bevuto fino in fondo. C'è stato anche il piacere della trasgressione. Le persone bevevano, normalmente, il vino nei bicchieri, nelle scodelle, dalle borracce, dalle "zucche". Non dagli otri. Che servivano solo per il trasporto.
Il mulattiere era già dotato di otre o borraccia personale. Poteva anche fermarsi a bere nelle osterie. Non avrebbe dovuto neppure intaccare il contenuto degli otri (purtroppo, non chiusi ermeticamente, dal momento che la tecnologia delle pelli di capra era quella che era . . .), ma "farsene" uno completamente . . . Il contenuto è stato assaporato completamente, non è stato tralasciato nulla! Il significato letterale è tutto qui, sorto in un piccolo mondo di significati banalissimi - attualmente incomprensibili solo in quanto totalmente estranei rispetto ai ricordi e all'immaginario delle persone, caratterizzati, ormai da tempo, da tutt'altri contenuti mentali -.
Il cervello ci funziona sempre, funziona benissimo, ma elabora contenuti diversi.
P.S.: l'espressione non appartiene alla fraseologia tradizionale dei dialetti di tipo genovese, nei quali l'equivalente letterale di "pelle" per "otre" è raro e tipico soltanto di varietà linguistiche arcaiche, mentre risultano (o, meglio, risultavano) più diffusi altri termini.
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Luigi Antonini
- Interventi: 1
- Iscritto in data: ven, 17 apr 2026 12:02
Re: «Farne una pelle»
Potrebbe venire dal francese "à la pelle" ("a palate, in abbondanza").
- u merlu rucà
- Moderatore «Dialetti»
- Interventi: 1348
- Iscritto in data: mar, 26 apr 2005 8:41
Re: «Farne una pelle»
Nella Liguria occidentale esiste l'espressione fasene ina pelà 'faticare molto', che potrebbe essere in relazione. Il termine per otre è péle.
Largu de farina e strentu de brenu.
Re: «Farne una pelle»
Conosco molto bene un'espressione quale “fâsene 'na pelâ”, la cui traduzione risulta “fare una sudataccia” in quanto il significato non è solo quello d'una notevole fatica, ma del disagio che provoca aver tutta la pelle (del corpo) bagnata da rivoli di sudore che la percorrono - per i notevoli sforzi protratti troppo a lungo -.
Infatti, la frase significa (esclusivamente) fare un'attività (fisica) alla conclusione della quale ci si ritroverà madidi, zuppi di sudore da capo a piedi. Non rimarrà asciutto un centimetro quadro della superficie dermica (= epidermide).
Chi parlava in dialetto non s'avvaleva di termini d'origine greca, ma diceva "pelle" - oltre ai termini derivati -.
Una “pelâ” - letteralm. “pellata”, dal lat. pĕllĕ(m) tramite il suffisso -ātă(m) del part. pass. della I coiugaz., non dal lat. pālă(m) né, evidentem., dal greco δέρμα (anche per i motivi, non soltanto etimologici, riferiti) - non ha necessariamente a che fare coll'uso della pala, del badile o di strumenti del genere. Poteva benissimo essere stata provocata da pesi portati - “all'antica” - sul capo o trascinati mediante funi. Ovviamente, frasi del genere s'avvalgono d'una parola che deriva direttamente da “pelle”, voce - "anche ligure" - dello stesso identico etimo del fiorentino e, quindi, dell'italiano, sia pure tradizionalmente pronunciata con leggere differenze attraverso borghi, villaggi e città d'una Liguria che - così come l'ho evocata - non c'è più.
Mediante il ricorso all'equivalente del suffisso "-ata" in "pell-ata" s'intendeva porre in evidenza l'aspetto metrico (la delimitazione della superficie su cui s'era manifestato il fenonemo fisiologico - in realtà, in questo caso tutta la pelle del corpo in un "bagno di sudore" completo -). Proprio come si può rilevare in modalità analoghe, ad es., anche in "giornata" rispetto a "giorno", in "carrettata" rispetto a "carretto" et c. ...
Nessun abitante della Liguria ha mai conosciuto, nel dialetto locale, l'impiego del termine francese “pelle” - né di suoi derivati - in senso proprio - per “pala” - né in proverbi tradizionali o usi metaforici.
In tutta la Liguria s'usano voci provenienti dal latino - come, per altro, vale anche per la stessa parola francese “pelle” -. In Liguria, in particolare, s'adop(e)ra(va) la voce “pâŕa" /'pa:ŕa/</'pa:la/ = pala - dal lat.pālă(m) - o termini da essa derivati in diacronia, in conformità coi processi evolutivi ben noti agli studiosi.
A meno che non si faccia/facesse ricorso al “buei” /'bwei/ = badile (anche "pala da forno", a seconda delle località). Ma ciò costituirà l'oggetto d'un successivo filone ...
Data, per altro, l'assemza di qualsiasi "chiusura" di tipo provinciale e il rispetto che merita la cultura francese, stavo quasi per scrivere "Vive la République, vive ..." ...
P.S.: non posso nutrire la sciocca presunzione d'essere in grado di sintetizzare in poche righe il percorso diacronico relativo alla perdita della geminazione etimologica nei dialetti settentrionali, la cui analisi ha richiesto - da parte degli studiosi - la pubblicazione di articoli e volumi che riempiono, attualmente, intere biblioteche ...
Nei dialetti della Liguria, ad es., l'esito evolutivo dipende dalle località e, laddove la geminazione consonantica s'è - in parte - conservata, dalla posizione del fonema coinvolto nell'ambito della parola.
A Genova, ad es., l'esito, nel dialetto, del lat. pĕllĕ(m) risulta "pelle" /'pelle/, in cui la geminazione è stata conservata, mentre - per altro -, la pronuncia della vocale accentata (diversamente dall'italiano) è chiusa.
Tuttavia, pur cercando di calibrare le singole parole per evitare di andare grossolanamente fuori tema, ritengo doveroso - a beneficio dei lettori del foro- non dare nulla per scontato e non alimentare l'eventuale convinzione che possano essere stati lasciati intenzionalmente impliciti aspetti che possono benissimo essere chiariti.
Vengo al dunque. Indipendentemente dal dove (territori) e dal quando (epoche, non certamente date di calendario precise) sia stata conseguita - nei dialetti settentrionali - la degeminazione consonantica (completa o parziale) rispetto alla struttura delle corrispondenti voci etimologiche, non c'è mai stato alcun periodo temporale in cui gli esiti "locali" del lat. pĕllĕ(m) e la voce francese "pelle" = pala possano aver posseduto pronunce confrontabili.
Per la semplicissima ragione che la voce francese "pelle" = pala, anch'essa derivata dal lat. pālă(m), non ha mai avuto pronuncia geminata.
Infatti, la doppia grafica rappresentata da "-ll-" risulta soltanto un "bizzarro" artificio dell'ortografia francese per far sì che il lettore d'Oltralpe pronunci aperta l'e accentata della parola. Assolutamente nulla di più.
Come si può riscontrare in qualsiasi sito dedicato all'etimologia della parola francese in questione (che evito di riportare per i motivi precedentemente esposti).
D'altronde, la forma "dotta" della stessa parola francese risulta "pale" = pala. Ad es., quelle dell'elica (come si trova attestato in qualsiasi sito francese sull'argomento).
In questo caso la derivazione dal lat. pālă(m) appare ancora più evidente, in quanto la conservazione del timbro della vocale accentata non ha richiesto l'adozione della "bizzarra" modalità impiegata nell'ortografia per la voce corrispondente.
La derivazione dal latino risulta limpida e altrettanto chiaro il fatto che il duplice esito rilevabile nella lingua di Francia non ha mai manifestato, storicamente, pronuncia geminata. Altrettanto sempre assente in italiano, ma anche, ad es., nei linguaggi tradizionali della terra ligure.
Ho scritto mosso solo dalla sentita esigenza di fare un po' di chiarezza a beneficio di tutti.
Infatti, la frase significa (esclusivamente) fare un'attività (fisica) alla conclusione della quale ci si ritroverà madidi, zuppi di sudore da capo a piedi. Non rimarrà asciutto un centimetro quadro della superficie dermica (= epidermide).
Chi parlava in dialetto non s'avvaleva di termini d'origine greca, ma diceva "pelle" - oltre ai termini derivati -.
Una “pelâ” - letteralm. “pellata”, dal lat. pĕllĕ(m) tramite il suffisso -ātă(m) del part. pass. della I coiugaz., non dal lat. pālă(m) né, evidentem., dal greco δέρμα (anche per i motivi, non soltanto etimologici, riferiti) - non ha necessariamente a che fare coll'uso della pala, del badile o di strumenti del genere. Poteva benissimo essere stata provocata da pesi portati - “all'antica” - sul capo o trascinati mediante funi. Ovviamente, frasi del genere s'avvalgono d'una parola che deriva direttamente da “pelle”, voce - "anche ligure" - dello stesso identico etimo del fiorentino e, quindi, dell'italiano, sia pure tradizionalmente pronunciata con leggere differenze attraverso borghi, villaggi e città d'una Liguria che - così come l'ho evocata - non c'è più.
Mediante il ricorso all'equivalente del suffisso "-ata" in "pell-ata" s'intendeva porre in evidenza l'aspetto metrico (la delimitazione della superficie su cui s'era manifestato il fenonemo fisiologico - in realtà, in questo caso tutta la pelle del corpo in un "bagno di sudore" completo -). Proprio come si può rilevare in modalità analoghe, ad es., anche in "giornata" rispetto a "giorno", in "carrettata" rispetto a "carretto" et c. ...
Nessun abitante della Liguria ha mai conosciuto, nel dialetto locale, l'impiego del termine francese “pelle” - né di suoi derivati - in senso proprio - per “pala” - né in proverbi tradizionali o usi metaforici.
In tutta la Liguria s'usano voci provenienti dal latino - come, per altro, vale anche per la stessa parola francese “pelle” -. In Liguria, in particolare, s'adop(e)ra(va) la voce “pâŕa" /'pa:ŕa/</'pa:la/ = pala - dal lat.pālă(m) - o termini da essa derivati in diacronia, in conformità coi processi evolutivi ben noti agli studiosi.
A meno che non si faccia/facesse ricorso al “buei” /'bwei/ = badile (anche "pala da forno", a seconda delle località). Ma ciò costituirà l'oggetto d'un successivo filone ...
Data, per altro, l'assemza di qualsiasi "chiusura" di tipo provinciale e il rispetto che merita la cultura francese, stavo quasi per scrivere "Vive la République, vive ..." ...
P.S.: non posso nutrire la sciocca presunzione d'essere in grado di sintetizzare in poche righe il percorso diacronico relativo alla perdita della geminazione etimologica nei dialetti settentrionali, la cui analisi ha richiesto - da parte degli studiosi - la pubblicazione di articoli e volumi che riempiono, attualmente, intere biblioteche ...
Nei dialetti della Liguria, ad es., l'esito evolutivo dipende dalle località e, laddove la geminazione consonantica s'è - in parte - conservata, dalla posizione del fonema coinvolto nell'ambito della parola.
A Genova, ad es., l'esito, nel dialetto, del lat. pĕllĕ(m) risulta "pelle" /'pelle/, in cui la geminazione è stata conservata, mentre - per altro -, la pronuncia della vocale accentata (diversamente dall'italiano) è chiusa.
Tuttavia, pur cercando di calibrare le singole parole per evitare di andare grossolanamente fuori tema, ritengo doveroso - a beneficio dei lettori del foro- non dare nulla per scontato e non alimentare l'eventuale convinzione che possano essere stati lasciati intenzionalmente impliciti aspetti che possono benissimo essere chiariti.
Vengo al dunque. Indipendentemente dal dove (territori) e dal quando (epoche, non certamente date di calendario precise) sia stata conseguita - nei dialetti settentrionali - la degeminazione consonantica (completa o parziale) rispetto alla struttura delle corrispondenti voci etimologiche, non c'è mai stato alcun periodo temporale in cui gli esiti "locali" del lat. pĕllĕ(m) e la voce francese "pelle" = pala possano aver posseduto pronunce confrontabili.
Per la semplicissima ragione che la voce francese "pelle" = pala, anch'essa derivata dal lat. pālă(m), non ha mai avuto pronuncia geminata.
Infatti, la doppia grafica rappresentata da "-ll-" risulta soltanto un "bizzarro" artificio dell'ortografia francese per far sì che il lettore d'Oltralpe pronunci aperta l'e accentata della parola. Assolutamente nulla di più.
Come si può riscontrare in qualsiasi sito dedicato all'etimologia della parola francese in questione (che evito di riportare per i motivi precedentemente esposti).
D'altronde, la forma "dotta" della stessa parola francese risulta "pale" = pala. Ad es., quelle dell'elica (come si trova attestato in qualsiasi sito francese sull'argomento).
In questo caso la derivazione dal lat. pālă(m) appare ancora più evidente, in quanto la conservazione del timbro della vocale accentata non ha richiesto l'adozione della "bizzarra" modalità impiegata nell'ortografia per la voce corrispondente.
La derivazione dal latino risulta limpida e altrettanto chiaro il fatto che il duplice esito rilevabile nella lingua di Francia non ha mai manifestato, storicamente, pronuncia geminata. Altrettanto sempre assente in italiano, ma anche, ad es., nei linguaggi tradizionali della terra ligure.
Ho scritto mosso solo dalla sentita esigenza di fare un po' di chiarezza a beneficio di tutti.
Chi c’è in linea
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