La terminologia oggi in uso per i versi italiani lascia molto a desiderare, e si può inquadrare in una tendenza europea ad imporre terminologie classiche a cose moderne senza curarsi assai dell'aderenza alla realtà (vedasi lo iambic pentameter, che, nonostante il nome appariscente, è solo un endecasillabo irrigidito per adattare l'inglese a uno schema metrico concepito per le lingue romanze, e spesso ha "piedi" trocaici se non del tutto atoni o terminazioni parossitone).
Il maggior verso della nostra lingua è l'endecasillabo, e questo conviene usare come esempio. Presumo che chi è qui conosca la definizione scientifica dell'endecasillabo italiano, ma giusto per ricordarlo, è un verso in cui vi è un accento particolarmente forte sulla 4a o la 6a sillaba, che è seguito da una cesura, ed un accento sulla 10a sillaba, seguito indifferentemente da zero, una o due sillabe atone. Come tutti i versi romanzi infatti si "misura" secondo il punto in cui arriva l'ultimo accento, mentre le sillabe atone successive sono meno importanti per l'identificazione metrica. Il che è ovvio poiché nelle composizioni in endecasillabi sciolti non è molto raro trovare endecasillabi piani o sdruccioli, che pure fanno parte della "razza" dell'endecasillabo piano.
Il termine endecasillabo mette in evidenza una caratteristica, il numero di sillabe, che è secondaria, e questo influenza di certo anche la comprensione del verso. Ricordo che a scuola mi fu spiegata dall'insegnante (e così si trovava sul libro, il che lo trovo vie più grave), un'astrusa "regola del conteggio" per cui "Se l'ultima parola è piana, si conta una sillaba in più, mentre se è sdrucciola, se ne conta una in meno" (proprio come se il verso fosse definito dalle sillabe e dovessero esse per forza tornare!). Quando poi capii il vero funzionamento del verso trovai sia il termine che la spiegazione datami inutilmente complicati. Ora, non favorisce la parola simili confusioni? Non sarebbe meglio basare la nomenclatura sul numero di sillabe metriche (cioè quelle fino all'ultimo accento), che davvero determina l'identità del verso?
Le mie proposte sono:
a) «*Decatòtono», ovviamente da δέκατος e τόνος, dunque: "con accento sulla decima (sillaba)". Altri termini si presterebbero per indicare l'accento romanzo, soprattutto il latino ictus che è più proprio parlando di metrica accentuale, ma ormai τόνος è dilagante anche in linguistica e può andar bene.
b) «Decàmetro», cioè "misurato a dieci", e quindi "che ha dieci sillabe metriche". Quanto meno anche questo termine sposta l'attenzione su una qualche misurazione e non sul conteggio delle sillabe di per sé, che senza considerare altri fatti metrici dice poco.
c) «Verso da dieci» o «Verso a dieci» (magari univerbato), una soluzione non erudita, ricalca il termine occitano per il décasyllabe che era vers de detz, che probabilmente sarà stato usato anche in Italia. Elimina quanto meno i riferimenti al numero di sillabe e usa il numero "giusto" (e toglie anche un cultismo inutile dalla lingua).
d) «Verso siciliano», perché ch'io sappia i primi a mescere endecasillabi a minore ed a maiore, e quindi a creare l'endecasillabo come è conosciuto in Italia, sono stati i Siciliani, mentre gli Occitani in genere tenevano la stessa cesura fissa (e usavano la cesura dopo la 6a poco, rispetto a noi). Si rimuovono le indicazioni concrete, ma se quelle che ci sono ora nel termine creano principalmente ambiguità, non è un peggioramento sostituirle con un'informazione storica.
Le prime tre proposte sono applicabili anche a tutti gli altri nomi dei versi. Decasillabo causa la stessa confusione di endecasillabo e quindi sarebbe usato lo stesso criterio («*Enatòtono» o «*enneàmetro» o «verso da nove»). Novenario, ottonario, settenario, senario, quinario, quaternario nominano il numero di sillabe del verso quando è piano e insomma implicano anch'essi il conteggio delle sillabe, per cui se si dà per buono il mio ragionamento vanno cambiati anch'essi.
«Endecasillabo», e via discorrendo
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angiolierifan1260
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