Il confronto. Sul futuro della lingua italiana

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Roberto Crivello
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Il confronto. Sul futuro della lingua italiana

Intervento di Roberto Crivello »

Qualche tempo fa Marco mi aveva chiesto se potevo procurarmi il testo di due interventi di Arrigo Castellani e Tullio De Mauro apparsi in Asterischi Laterza nel 1992. Li riporto sotto. Il primo intervento di Castellani dice quanto già sappiamo da Morbus Anglicus e altri suoi scritti. Seguono l'intervento di Tullio De Mauro e la replica finale di Castellani che, sarà mia impressione, mi sembra mitigata per effetto delle misurate parole di De Mauro.
Delle quattro grandi lingue neolatine (francese, italiano, portoghese e spagnolo), la nostra è quella che resiste meno bene alla pressione esercitata dall’inglese. Per quale ragione? Principalmente, credo, perché in Italia non si ha coscienza (o non si ha sufficientemente coscienza) della necessità di preservare le caratteristiche essenziali della lingua, ossia, prima di tutto, le sue strutture fonetiche.
Le parole italiane terminano in vocale, quelle inglesi per lo più in consonante o gruppo consonantico.
Un anglicismo adattato ha gli stessi diritti d’esser considerato italiano d’una voce proveniente dal latino volgare (la frase una buona bistecca contiene tre parole italiane, sebbene due siano d’origine latina e l’altra, bistecca, sia l’adattamento nostrale di beef-steak).
Gli anglicismi non adattati, invece, rimangono corpi estranei. Un loro continuo e massiccio aumento non può che condurre alla creolizzazione della lingua. E purtroppo oggi gli anglicismi non vengono quasi mai adattati.
In Francia la coscienza del problema è maggiore, per quanto le strutture fonetiche del francese siano molto meno minacciate delle nostre (il francese ha consonanti e gruppi consonantici finali: un elemento disgregatore, anche per il francese, è tuttavia rappresentato, in molti casi, dalla non corrispondenza della pronuncia alla grafia). E in Francia non mancano interventi statali.
Si tratta d’interventi (come il rifiuto d’accettare terminologie anglo-americane, per esempio quella dell’informatica: il faceto software, con cui tanti italiani si risciacquano la bocca, anche se con qualche difficoltà, è lì sostituito dal più razionale logiciel) che non dipendono dal partito al governo, ossia rispondono a una convinzione, se non generale, almeno largamente diffusa della loro opportunità.
Ma le lingue più vitali nella loro reazione all’inglese sono le lingue iberiche. Lo spagnolo ha detto fin dall’inizio deporte invece di sport (e il portoghese deporto), e dice estándar per standard e computador per computer.
La Real Academia española ha un prestigio enorme nel mondo ispanico: le sue decisioni sono accettate da tutti gli ambienti responsabili della cultura e influiscono sull’uso di centinaia di milioni di persone.
Torniamo a noi: ho scritto altrove, e lo ripeto qui, che «un italiano in cui le parole terminassero per -t, -ft, -sp, -ps, nk, ecc., non sarebbe più italiano. Privo d’una chiara e salda individualità fonetica, non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola». Quali sono i rimedi? Proporrei, per prima cosa, che tutti i direttori di periodici e di servizi televisivi fossero resi consapevoli del fatto che tanti anglicismi sono perfettamente inutili (meeting per incontro, summit per vertice, ecc.), e che non fa fino adoperarli, e che anzi adoperandoli ci si squalifica.
Proporrei, anche, che gli anglicismi veramente necessari venissero se possibile adattati (come s’adattano senza pensarci due volte i dialettalismi settentrionali uscenti in consonante). Quindi, per esempio, non performance ma performanza, non sponsor ma sponsóre, e non lobby ma lobbia (che non c’è pericolo di confondere col pressoché scomparso cappello a lobbia).
Proporrei, inoltre, che gli anglicismi necessari e non adattabili fossero sostituiti con neoformazioni italiane. Io ne ho indicate varie: abbuio per blackout, fubbia (fumo + nebbia) per smog (smoke + fog), guardabimbi per babysitter, intrèdima (composto con èdima ‘settimana’, che è dell’italiano antico e vive ancora qua e là in Toscana) per week-end, velopàttino per windsurf, vendistica per marketing, e perfino, con procedimento morfologico alquanto temerario, vendissimo per bestseller (mi sembra che possano essere anche utilizzate parole uscite dall’uso, come ubìno ‘tipo di cavallo’ per hobby, o d’uso ormai raro, come nocchiero per il sempre più in voga skipper).
Ma io sono una persona sola, una persona che può sbagliare, e anzi sbaglia spesso e volentieri, cercando di mettere in circolazione neologismi che nessuno vuole.
La mia ultima proposta sarebbe che una grande casa editrice, eventualmente la casa editrice Laterza, creasse un comitato di tre o quattro persone al quale fosse affidato il compito di suggerire termini italiani, esistenti o non esistenti, per sostituire quelli inglesi di cui si ravvisi la desiderabilità.
[Arrigo Castellani]

La vendistica dell’editore Laterza va sempre più migliorando e parecchi tra noi autori sperano che i loro libri diventino dei vendissimi. Così potremo finalmente dedicarci ai nostri ubini. Io, per me, non avendo più problemi di guardabimbi, vorrei procacciarmi un velopattino e darmi arie di nocchiero trascorrendo cosi, fubbia permettendo, ogni intrèdima.
Può darsi che tra qualche anno parleremo cosi. Può darsi cioè che le proposte dell’amico Castellani siano accolte e diventino parte dello standard (o standardo?) usuale. Non si dica che sono ridicole. Cent’anni fa, i puristi ridevano o dicevano di ridere dinanzi al verbo deragliare: oggi, non fa più effetto a nessuno. Dunque, può anche darsi che ci sia qualche intrèdima nel nostro futuro.
Dinanzi a questa prospettiva, non peggiore di altre, ci si possono porre però due domande: se diremo intrèdima avremo davvero difeso la lingua italiana? E l’intervento locale d’un singolo può pretendere di modificare l’uso d’una lingua? Nel suo Corso di linguistica generale Ferdinand de Saussure spiegò bene due cose.
1. Una lingua è un meccanismo così complicato, un insieme cosi vasto e complesso di parole e regole, che il singolo non ha possibilità di cambiarne un pezzo isolato.
2. Inoltre Saussure spiegò anche un’altra cosa: una lingua non è solo un repertorio di parole, forme, regole, come può essere una segnaletica o un linguaggio algebrico. È anche (nel senso più forte: include anche nella sua grammatica) una «massa parlante» ed è il «temps» storico in cui si colloca. Credere di potere intervenire su un punto particolare con pretese di successo non è nemmeno arrogante; è inutile. Secondo il detto dell’antico rammentato da Svelonio, «Tu Caesar civitatem dare potes hominibus, non verba». Anche Cesare, se vuole farsi capire, deve fare i conti con le complesse consuetudini espressive reali della gente. Il mutamento delle lingue, continuo, inevitabile, e, per dirla con gli studiosi di istorica, un «accadimento», risultato dell’imprevedibile equilibrarsi degli innumeri effettivi comportamenti linguistici dei singoli utenti della lingua, ciascuno dei quali si sforza di utilizzare i materiali linguistici messigli a disposizione dal suo tempo e dal suo popolo, obbedendo alle esigenze (che sono, si noterà, antinomiche) del minimizzare gli sforzi e massimizzare le distinzioni tra le cose da dire, dell’aderire all’uso linguistico altrui e, insieme, del differenziarsene. Allo stato attuale degli studi, anche i più sofisticati, queste carambole linguistiche si rivelano incalcolabili, non razionalizzabili.
Accade così che lingue fino a un’epoca parche nell’avere parole con terminazione vocalica, in un momento successivo si riempiano di parole provenienti da altre lingue o coniate ex novo con terminazione vocalica: sta accadendo cosi al British e all’American English sotto la pressione di sigle e parole artefatte di nuovo conio e, soprattutto, per la diffusa accettazione di vocaboli giapponesi, spagnoli e italiani. (L’italiano è la lingua di massima incidenza tra i neologismi dell’americano, e giovani americani venendo in Italia si chiedono come mai qui sia tanto diffusa la loro parola pizza.) E accade all’inverso che lingue privilegianti parole con terminazione vocalica possano, si votet usus, accogliere parole con terminazione consonantica) come sta accadendo al giapponese, che ha ormai accolto nessi fino a ieri ignoti (non solo per la finale consonantica!) come fascist, film, fan, ecc.
Lo stesso sta avvenendo nell’italiano del Novecento, che, del resto, come Castellani sa assai bene, aveva già modificato le sue regole di incontro di consonanti entro la parola; nessuno più ha difficoltà a dire Amleto o ectipico.
Ma, allora, ognuno parla come gli pare e piace? Attenzione: stiamo dicendo che non il singolo, ma la «massa parlante» parla come gli pare e piace, col solo limite intrinseco del rispettare l’opportunità di farsi capire. Il singolo può anche divergere dalle forme correnti con varie finalità ma questo comportamento, se non è più che accorto, ha in sé la sua pena: l’incomprensione altrui e, spesso, il ridicolo. Padrone ciascuno di procacciarsi l’una e l’altro, purché, s’intende, non infastidendo i dissenzienti.
La buona circolazione linguistica entro una comunità non si garantisce dunque intervenendo sulle parole e regole, ma, caso mai, migliorando le conoscenze (anche linguistiche) e le possibilità di commercio intellettuale e civile dei parlanti.
[Tullio De Mauro]

Una breve aggiunta dopo aver letto il testo del collega De Mauro. Il suo spiritoso inizio porta, in fondo, acqua al mio mulino: quelle frasi dimostrano come i miei adattamenti «s’intessano bene in un discorso italiano, anche se presentati l’uno dopo l’altro» (dicevo cosi nel 1987, a proposito d’un analogo esercizio a cui s’era dedicato il giornalista Luciano Satta sulla «Nazione» di Firenze). Circa il problema dell’intervento del singolo in fatto di lingua, consento e al tempo stesso fortemente dissento dal De Mauro. Il divenire della lingua è frutto d’innumerevoli microinterventi. Ma ci sono anche dei macrointerventi. Questo vale in particolare per l’italiano. Il De Mauro non parlerebbe come parla se nel 1525 Pietro Bembo non avesse dettato le sue norme nelle Prose della volgar lingua, se tali norme non fossero state seguite, pur con qualche aggiustamento, da Leonardo Salviati e dagli Accademici della Crusca, e se il Manzoni non avesse corretto i Promessi sposi e scritto la Relazione del 1868. Lungi da me il voler promuovere un macrointervento. Ma un intervento «medio» forse sì, se si mettessero insieme alcuni linguisti non percorsi da brividi al solo sentir parlare di mezzi di difesa, e cercassero di migliorare almeno le condizioni generali di quel malato di morbus anglicus che sta diventando o è diventato l’italiano.
[Arrigo Castellani]
Ultima modifica di Roberto Crivello in data ven, 05 gen 2007 21:58, modificato 3 volte in totale.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Grazie infinite, caro Roberto, per aver riportato questi brani a me ignoti. :)

P.S. Mi son permesso di ingrandire il carattere (o fònte) per comodità di lettura.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Uri Burton
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CASTELLANI E DE MAURO

Intervento di Uri Burton »

Non intervengo per partecipare a un eventuale dibattito sulle proposte di Arrigo Castellani, ma solo per dire che a me sembra più misurato lui di Tullio De Mauro. Il quale apre con uno sfottò senza rendersi conto che il suo incipit, una volta riscritto adoperando i consueti anglismi, apparirebbe il grottesco parto verbale d’un classico buro.
Uri Burton
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Roberto Crivello
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Castellani e De Mauro

Intervento di Roberto Crivello »

Lo "sfottò" di De Mauro suonerebbe artificioso con o senza anglismi, e in qualsiasi lingua, perché nessuno costruirebbe una frase del genere se non per prendere bonariamente in giro. E De Mauro la fa seguire da una considerazione che richiama quanto scritto da Bruno Migliorini parlando di un'altra parola italiana, medievale (o medioevale) ai suoi tempi già tanto entrata nell'uso che stupiva che un tempo fosse stata combattuta dai puristi. Ribaltando il discorso, si stupiranno forse tra cinquant'anni gli italiani che nel 2006 alcuni combattessero ancora marketing, hobby, ecc.?

Quando ho scritto misurate non volevo contrapporre il tono di De Mauro a quello di Castellani, anch'egli pacato e civile. Ma se proprio dobbiamo parlare in questo senso - ma da un punto di visto dell'interpretazione scientifica, diciamo così - si potrebbe osservare che è Castellani a essere il più radicale, perché le sue proposte volevano cambiare non - e magari sarebbe comprensibile - l'uso incipiente, ma l'uso ormai consolidato. Insomma, le sue proposte erano, mi si permetta la parola, rivoluzionarie. Si possono accettare o rifiutare, ma se le si accettano ci si deve rendere conto che si cerca di andare - inutilmente, non ce l'hanno mostrato a sufficienza i puristi? - contro il corso naturale della lingua.
Ultima modifica di Roberto Crivello in data sab, 06 gen 2007 2:19, modificato 1 volta in totale.
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Federico
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Re: CASTELLANI E DE MAURO

Intervento di Federico »

Uri Burton ha scritto:Il quale apre con uno sfottò senza rendersi conto che il suo incipit, una volta riscritto adoperando i consueti anglismi, apparirebbe il grottesco parto verbale d’un classico buro.
Mi sembra piuttosto ingeneroso questo commento, dal momento che De Mauro prosegue dicendo che
Può darsi che tra qualche anno parleremo cosi. Può darsi cioè che le proposte dell’amico Castellani siano accolte [...] Non si dica che sono ridicole.
Lo «sfottò» è solo una facezia, per quanto forse poco opportuna, criticar la quale non basta a demolire le argomentazioni seguenti (che sono piú o meno le solite).

P.s.: Roberto Crivello mi ha preceduto.
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Marco1971
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Re: Castellani e De Mauro

Intervento di Marco1971 »

Roberto Crivello ha scritto:...un'altra parola italiana, medievale (o medioevale) ai suoi tempi già tanto entrata nell'uso che stupiva che un tempo fosse stata combattuta dai puristi. Ribaltando il discorso, si stupiranno forse tra cinquant'anni gli italiani che nel 2006 alcuni combattessero ancora marketing, hobby, ecc.?
Il neopurismo è comunque molto piú duttile e aperto alle novità.
Roberto Crivello ha scritto:...si potrebbe osservare che è Castellani a essere il più radicale, perché le sue proposte volevano cambiare non - e magari sarebbe comprensibile - l'uso incipiente, ma l'uso ormai consolidato. Insomma, le sue proposte erano, mi si permetta la parola, rivoluzionarie. Si possono accettare o rifiutare, ma se le si accettano ci si deve rendere conto che si cerca di andare - inutilmente, non che l'hanno mostrato a sufficienza i puristi? - contro il corso naturale della lingua.
Il Castellani (e io con lui) voleva cambiare anche l’uso incipiente (com’è ovvio). Per quanto riguarda certi usi consolidati, qualche piccolo ritocco alle parole non mi pare una grande rivoluzione (del tipo filme, variante peraltro registrata). Quanto al corso naturale della lingua, non vedo che male ci sia in piccoli interventi terminologici, che possono solo essere salutari per tutti. O quando un paziente è malato non bisogna curarlo?
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Quando Tullio De Mauro parla d’un afflusso di parole terminanti in vocale nella lingua inglese sembra dimenticare l’altissimo numero di parole inglesi del vocabolario di base terminanti in vocale [fonetica, non necessariamente grafica], che nel caso di –o(w) è un dittongo (glow, sorrow, bow, know, grow...; so, no, go, ago, memo, echo, hero, mosquito, mango, potato, tomato...). Potrei citare molti esempi di terminazioni in /A:/: far, car, bar, ta, ecc., senza contare le terminazioni in /i/ e /i:/ (free, fully, energy, ecc.). La terminazione vocalica non è dunque estranea all’inglese e non costituisce in alcun modo un’innovazione o una rivoluzione fonotattica.

Riguardo alle affermazioni sul giapponese, vorrei la conferma di chi conosce bene questa lingua. Il nostro Miseria, che purtroppo non partecipa piú, mi aveva detto, se non erro, che l’adattamento in giapponese è piuttosto normale (ma non vorrei sbagliare).

Sulla comprensione, a me pare un po’ ingenuo – con tutto il rispetto per l’autore – considerare che (per fare esempi semplici) dire filme o anche stàndaro o computiere ostacoli la comprensione: non è anche stato spiegato e dimostrato che l’interpretazione delle sequenze foniche è sempre condizionata dal contesto, che ne favorisce l’intelligibilità?

Né mi par vero che tutti gl’italiani pronuncino una parola come ectipico senza difficoltà (e allora che fine fa il criterio di «minimizzare gli sforzi»?), e questo, credo, era condiviso anche da chi sempre mi cònfuta.

E concluderei citando un brano non prima citato dell’articolo di Rosario Coluccia in un altro filone di questa sezione:
Bisogna scrivere a chiare lettere che l’italiano, a volte claudicante ma finalmente diventato patrimonio comune, è elemento distintivo della nostra storia e rappresenta un bene prezioso per almeno due motivi. In primo luogo la lingua è fattore primario dell’identità nazionale; se ci guardiamo intorno nel mondo, vediamo con quanta tenacia popolazioni e gruppi oppressi da altri piú forti difendono la propria lingua. Con riferimento all’identità italiana, alcuni anni fa si sviluppò un intenso dibattito (che ancora non può dirsi esaurito), si fecero convegni, nacquero intere collane editoriali; fu subito evidente il nesso inscindibile tra lingua e nazione e il ruolo fondamentale che la lingua ha storicamente svolto nel processo di formazione dello stato unitario. In secondo luogo la lingua è lo specchio e la sedimentazione della nostra cultura, come si è sviluppata nel corso dei secoli, generazione dopo generazione; la lingua che adoperiamo nello scrivere e nel parlare, negli articoli di giornale ma anche in trasmissioni televisive come Il grande fratello e L’isola dei famosi, è una lingua profondamente legata, nelle strutture e nel lessico, alla letterarietà tradizionale: quest’ultima affermazione può sembrare paradossale, ma è un dato di fatto. Formatosi in buona parte prima che Dante incominciasse a scrivere e consolidatosi con i grandi del Trecento, quasi tutto il lessico fondamentale che adoperiamo nello scritto e nel parlato è costituito da parole filtrate attraverso l’uso letterario, che si sono continuate fino a oggi grazie al carattere particolarissimo, aristocratico e selettivo, qualcuno ha detto oligarchico e antipopolare, della nostra storia culturale.
Possiamo chiudere un occhio su qualche consonante finale (ma non sui gruppi consonantici!) solo nel caso, ripeto, di vocale + l/m/n/r e di qualche latinismo in vocale + s. Tutto sta, appunto, nella misura. Considerar normali e italiane parole che non rientrano nel sistema può esser segno d’apertura e di modernità, forse (ma parliamo coi contemporanei: l’orgasmico dinamica è di rigore, tacendo di evoluzione – non dimentichiamo che bisogna per forza cambiare anche quello che sta bene cosí com’è); ma non certo di rispetto per quello che, illustrandosi in almeno sette secoli di produzione letteraria, la lingua italiana ha regalato al suo popolo e al mondo. Ma ben sappiamo che oggi la cultura è subordinata alla funzionalità e alle lambiccate teorie di chi, se non le facesse, non si guadagnerebbe il pane.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Uri Burton
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OBIEZIONI DI FEDERICO E ROBERTO CRIVELLO

Intervento di Uri Burton »

Ribatto contemporaneamente le obiezioni mosse da Federico e Roberto Crivello a questo mio intervento
[Tullio De Mauro] apre con uno sfottò senza rendersi conto che il suo incipit, una volta riscritto adoperando i consueti anglismi, apparirebbe il grottesco parto verbale d’un classico buro.
Federico ha scritto:Mi sembra piuttosto ingeneroso questo commento, dal momento che De Mauro prosegue dicendo che
Può darsi che tra qualche anno parleremo cosi. Può darsi cioè che le proposte dell’amico Castellani siano accolte [...] Non si dica che sono ridicole.
Lo «sfottò» è solo una facezia, per quanto forse poco opportuna, criticar la quale non basta a demolire le argomentazioni seguenti (che sono piú o meno le solite).
E
Roberto Crivello ha scritto:Lo sfottò di De Mauro suonerebbe artificioso con o senza anglismi, e in qualsiasi lingua, perché nessuno costruirebbe una frase del genere se non per prendere bonariamente in giro ...
Successivamente aggiunge
Quando ho scritto misurate non volevo contrapporre il tono di De Mauro a quello di Castellani, anch'egli pacato e civile ...
Il vecchio Sigmund Freud diceva che quella cosa chiamata scherzo non esiste. Chiamiamolo sfottò, o «facezia» (peraltro « forse poco opportuna»), o bonaria presa in giro, l’esordio di Tullio De Mauro è un tipico espediente per mettere in cattiva luce le proposte del Castellani e il seguito un trito stratagemma venato d’ipocrisia per mascherare il vero intento dell’esempio, che è quello di prevalere, di porsi in una condizione di superiorità sminuendo le opinioni dell’interlocutore. È un peccato che l’italiano non abbia un termine secco per tradurre questa parola inglese
patronize (also patronise)
v.
1. [often as adj. patronizing] treat with an apparent kindness which betrays a feeling of superiority (Concise Oxford Dictionary).
Quanto alla sua precisazione, Roberto Crivello ha perfettamente ragione: il contrasto di tono tra i due professori l’ho fatto io. Gli altri punti toccati in entrambe le obiezioni – e cioè la dicotomia tra moderato e radicale, la validità delle singole posizioni, anche che cosa penseranno o diranno gli italiani tra cinquant’anni, se «la facezia basta» o no a «a demolire le argomentazioni» del De Mauro – non c’entrano nulla col mio intervento.
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Intervento di Marco1971 »

Per motivi tecnici la mia carissima amica Barbara, pur registrata, non riesce a inviare il suo intervento, che inserisco quindi per lei. Preciso che Barbara è un’orientalista, laureata in Lingue e Civiltà orientali presso l’Università La Sapienza di Roma.
__________________
Marco1971 ha scritto:Riguardo alle affermazioni sul giapponese, vorrei la conferma di chi conosce bene questa lingua. Il nostro Miseria, che purtroppo non partecipa piú, mi aveva detto, se non erro, che l’adattamento in giapponese è piuttosto normale (ma non vorrei sbagliare).
La pronuncia della lingua giapponese è molto vicina alla pronuncia della lingua italiana, poiché alle vocali viene dato il nostro stesso valore fonetico.
Il sistema fonologico attuale della lingua giapponese è fondato su sillabe aperte (vocale isolata o consonante più vocale), con le uniche eccezioni delle sillabe chiuse dal suono /n/ e del raddoppiamento di una stessa consonante, e non sono presenti raggruppamenti consonantici.

Nell'ultimo secolo sono entrati a far parte della lingua molti forestierismi. Per la trascrizione dei nomi propri e dei termini presi in prestito dalle lingue straniere, con esclusione delle parole d'origine cinese, viene impiegato il sillabario katakana. Il principio della trascrizione è di formulare con questo sillabario "meno comune", con i fonemi del giapponese, una parola foneticamente il più vicina possibile a quella della lingua originale.
Ma le parole terminano naturalmente, sia per la struttura della lingua sia per l'esigenza dell'uso del sillabario, in vocale.
Pertanto si hanno degli adattamenti come i seguenti:
internet diventa "internetto" インテルネット ;
film diventa "firmu" フィルム;
bed diventa "beddo" ベッド.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Brazilian dude
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Intervento di Brazilian dude »

internet diventa "internetto" インテルネット ;
film diventa "firmu" フィルム;
bed diventa "beddo" ベッド.
Questo インターネットè veramente strano. Ci sono alcune occorrenze (1040) per questa parola su Internet, ma io non l'avevo mai vista. "インテルネット" の検索結果のうち 日本語のページ 約 1,040 件中 1 - 10 件目 (0.18 秒)

Molto piÙ comune è "インターネット" (inta-netto), che ha 8 820 000 occorrenze: の検索結果のうち 日本語のページ 約 8,820,000 件中 1 - 10 件目 (0.09 秒)

Le traslitterazioni firmu e internetto anche sono un po' strane, perché dato che le sillabe giapponesi devono finire per consonante (l'unica eccezione è la n), il più preciso sarebbe firumu e interunetto, se si volesse usare quella variante rarissima cui ho già accennato.
Avatara utente
Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Barbara risponde quanto segue (e al ritorno d’Infarinato risolveremo il problema tecnico).
________________

Ho scritto la maniera più semplice per pronunciare correttamente quelle parole... null'altro.
La trascrizione tradizionale in caratteri latini prevede la u nella sillaba ru, ma, in realtà, quella u non viene pronunciata, se la suddetta si trova in mezzo a una parola.
Avrei dovuto precisarlo. Chi conosce la lingua giapponese, dovrebbe saperlo...
Ne sono veramente dispiaciuta.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Brazilian dude
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Intervento di Brazilian dude »

Non è che non venga pronunciata, è che si pronuncia quasi come uno scevà. Ma non voglio interferire nel buono sviluppo del forum. Queste sono davvero questioni di lana caprina.
Avatara utente
Marco1971
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Iscritto in data: gio, 04 nov 2004 12:37

Intervento di Marco1971 »

Brazilian dude ha scritto:Non è che non venga pronunciata, è che si pronuncia quasi come uno scevà. Ma non voglio interferire nel buono sviluppo del forum. Queste sono davvero questioni di lana caprina.
Infatti. Sono dettagli che esulano dagli argomenti di questo fòro. Il succo del discorso è che l’esempio del giapponese, addotto dal De Mauro, non è calzante, poiché il giapponese adatta le parole inglesi.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Roberto Crivello
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Re: OBIEZIONI DI FEDERICO E ROBERTO CRIVELLO

Intervento di Roberto Crivello »

Uri Burton ha scritto: Il vecchio Sigmund Freud diceva che quella cosa chiamata scherzo non esiste. Chiamiamolo sfottò, o «facezia» (peraltro « forse poco opportuna»), o bonaria presa in giro, l’esordio di Tullio De Mauro è un tipico espediente per mettere in cattiva luce le proposte del Castellani e il seguito un trito stratagemma venato d’ipocrisia per mascherare il vero intento dell’esempio, che è quello di prevalere, di porsi in una condizione di superiorità sminuendo le opinioni dell’interlocutore. È un peccato che l’italiano non abbia un termine secco per tradurre questa parola inglese
patronize (also patronise)
v.
1. [often as adj. patronizing] treat with an apparent kindness which betrays a feeling of superiority (Concise Oxford Dictionary).
Anzitutto una nota in margine riguardo a to patronize: penso che in genere si possa rendere con condiscendenza, nel nostro caso quindi si avrebbe De Mauro risponde con condiscendenza a Castellani (in his reply De Mauro is patronizing Castellani).

Ma l'osservazione di Uri Burton mi fa riflettere e devo dire che è quasi inevitabile convenire con lui né si può fare a meno di pensare subito a quanto scrivono George Lakoff e Mark Johnson all'inizio di Metaphors We Live By (libro tradotto in italiano: Metafora e vita quotidiana), quando illustrano il concetto "argument is war", ossia la discussione è un combattimento (verbale), è strutturata dal concetto di guerra: azioni, contrattacchi, ecc. Illuminanti le parole di Federico: demolire le obiezioni.
Quindi non è strano, è insito nella nostra cultura, che De Mauro apra con un contrattacco. Come Lakoff e Johnson illustrano, nella nostra cultura la discussione non è una danza, il cui scopo è una rappresentazione equilibrata ed esteticamente piacevole; magari fosse così! (e occorrerebbe sforzarsi di far sì che sia sempre così); invece è una guerra, in cui si rischia di perdere, per cui occorre avanzare, guadagnare terreno, cercare di vincere.
Per questo non farei tanto caso all'attacco (letterale e metaforico) di De Mauro, fa parte della dialettica come si è sviluppata nella nostra cultura.
Uri Burton
Interventi: 235
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PER ROBERTO CRIVELLO

Intervento di Uri Burton »

Sì, condiscenza è un ottimo traducente. Ma concordo anche con lei su Lakoff: Metaphors We Live By è illuminante. E aggiungerei anche Michael Halliday e la schiera di studiosi della grammatica funzionale e di corpo per le variabili di registro, specie il tenore del discorso. Halliday, in particolare, dovrebbe interessarle molto per le sue analisi dei testi scientifici.
Uri Burton
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