D'accordo che, ormai, l'espressione «sorvolo ravvicinato» per tradurre
fly-by è accettata come normale, ma basta pensarci un po' per rendersi conto che, concettualmente, non ha alcun senso; anzi, descrive esattamente il contrario di ciò che avviene in realtà, e cioè un
sorvolo da grande distanza!
Un
sorvolo senz'aggettivi, effettuato cioè da un velivolo terrestre, può avvenire da un minimo di 150 metri di quota (in zone disabitate o sul mare) fino a 10-12 chilometri durante i voli di linea (scusate se ho scritto delle imprecisioni: non m'intendo dell'argomento).
Un
fly-by, invece, inteso come sorvolo «ravvicinato» (?) d'un corpo celeste (pianeta, asteroide, ecc.) da parte d'un veicolo spaziale, avviene, normalmente, da una distanza di alcune migliaia di chilometri! Il
recente fly-by della navicella
Orion(e), ad esempio, è avvenuto a una distanza minima di circa 6545 chilometri dalla superficie lunare.
Dunque, che senso ha parlare di «sorvolo ravvicinato»? Per esprimere correttamente il concetto si dovrebbe dire, piuttosto, «sorvolo
a distanza», o meglio ancora «sorvolo spaziale» (da cui, sul modello di
nave spaziale, si potrebbe –in teoria– coniare qualcosa come *
astrosorvolo o *
cosmosorvolo).
Altrimenti, che si parli di
sorvolo e basta: anche se impreciso, è sicuramente meno forviante che aggiungere «ravvicinato»!
