
Traduzione (Appendice F, II – Sulla traduzione):
Alla luce di questo passo (a mio avviso), appare evidente come Tolkien concepisca la traduzione dei nomi non come una semplice trasposizione fonetica, bensì come una vera e propria mediazione culturale, capace di ricreare in lingua moderna lo stesso effetto semantico e sociolinguistico dell’originale. Nel caso italiano, ciò pone il problema se mantenere forme ormai cristallizzate come Samwise e Hamfast, oppure se tentare un adattamento più esplicito, che restituisca al lettore il valore etimologico e popolare dei nomi hobbit, magari attraverso soluzioni semanticamente trasparenti ma stilisticamente coerenti con il registro “rustico” della Contea.Non ho usato nomi di origine ebraica o simile nelle mie trasposizioni. Nulla, nei nomi hobbit, corrisponde a questo elemento dei nostri nomi. Nomi brevi come Sam, Tom, Tim, Mat erano comuni come abbreviazioni di veri nomi hobbit, come Tomba, Tolma, Matta e simili.
Ma Sam e suo padre Ham si chiamavano in realtà Ban e Ran. Questi erano abbreviazioni di Banazîr e Ranugad, in origine soprannomi, che significavano rispettivamente “mezzo saggio, semplice” e “casalingo”; ma, essendo parole cadute dall’uso colloquiale, rimasero come nomi tradizionali in certe famiglie. Ho quindi cercato di conservare queste caratteristiche usando Samwise e Hamfast, modernizzazioni dell’antico inglese samwís e hámfæst, che corrispondevano strettamente nel significato.
In conclusione, il principio di pseudotraduzione tolkieniana invita il traduttore a un equilibrio delicato tra fedeltà e creatività: non si tratta solo di “tradurre” un nome, ma di ricrearne la funzione narrativa, sociale e linguistica. Qualunque soluzione si scelga, essa dovrebbe quindi mirare a trasmettere al lettore italiano lo stesso senso di familiarità, semplicità e profondità storica che i nomi di Sam e della sua famiglia possiedono nell’originale inglese.
A voi del foro l’ardua sentenza.