Per quale motivo si è sempre mostrato un certo ostracismo nell' accogliere la voce in questione in un qualsiasi vocabolario? Al nord ha un uso diffusissimo.
Siamo tanto solerti nell'accettare termini aberranti quali civilizzare(abbiamo incivilirsi), colpevolizzare (incolpare), e altri ancora, che di fronte a loro stortare avrebbe il sacrosanto diritto di figurare in un dizionario giacché esiste l'aggettivo. Ho appena dato uno sguardo a Google ed ho trovato 6600 occorrenze.
Esiste una significativa testimonianza di qualche eminente scrittore?
Grazie mille
«Stortare»
Moderatore: Cruscanti
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Il verbo stortare è nel GRADIT e nel Battaglia (nel primo marcato ‘regionale settentrionale’ e nel secondo ‘regionale’). Ecco le citazioni:
‘Stortare’: brutto idiotismo lombardo (storta) invece di ‘storcere’. (Panzini)
Egli ha stortato a un certo punto la bocca. (Vittorini)
Con una cicca di sigaretta si disegnò due rughe sul viso, stortò un po’ le membra, si ingobbí. (Benni)
Nel senso di ‘ottundere la punta, il pennino’ si cita Buzzati, e nell’uso pronominale (‘strabuzzarsi [gli occhi]’), Fenoglio.
Siccome abbiamo storcere in italiano, questo regionalismo suona – almeno a me – come una creazione popolaresca (un po’ come se da vinto facessimo *vintare al posto di vincere) da evitare in buon italiano (riservandolo a quei contesti parlati o scritti familiari in cui può tornare acconcio).
‘Stortare’: brutto idiotismo lombardo (storta) invece di ‘storcere’. (Panzini)
Egli ha stortato a un certo punto la bocca. (Vittorini)
Con una cicca di sigaretta si disegnò due rughe sul viso, stortò un po’ le membra, si ingobbí. (Benni)
Nel senso di ‘ottundere la punta, il pennino’ si cita Buzzati, e nell’uso pronominale (‘strabuzzarsi [gli occhi]’), Fenoglio.
Siccome abbiamo storcere in italiano, questo regionalismo suona – almeno a me – come una creazione popolaresca (un po’ come se da vinto facessimo *vintare al posto di vincere) da evitare in buon italiano (riservandolo a quei contesti parlati o scritti familiari in cui può tornare acconcio).
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
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Di nulla. Lessi Il partigiano Johnny circa quindici anni fa. All’epoca ero ancora talmente purista da non apprezzare quella lingua mescidata. Dovrei rileggerlo.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Promessainfranta, concordo con lei quando dice che siamo spesso anche troppo pronti ad accogliere aberrazioni lessicali, tuttavia, in questo caso, c'è storcere, come rilevato da Panzini. 

I' ho tanti vocabuli nella mia lingua materna, ch'io m'ho piú tosto da doler del bene intendere le cose, che del mancamento delle parole colle quali io possa bene esprimere il concetto della mente mia.
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