«Il clano, i clani»

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Marco1971
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«Il clano, i clani»

Intervento di Marco1971 »

Cosí doveva farsi e cosí fece Carlo Cattàneo (1801-1869), che toscano non era ma milanese:

Pare che ogni loro clano fosse una gran famiglia, moltiplicata nel corso del tempo, nella quale il piú potente e il piú povero si riconoscevano sempre fratelli, e portavano uno stesso cognome, derivato per lo piú dal comun progenitore.

La citazione è tratta dal Battaglia, che, accanto al lemma clan, registra la variante rara clano. Rara, non – si badi bene – antiquata o obsoleta.

Non scrivo queste righe a vuoto, come mera ripetizione; le scrivo per tentare di convincere chi legge (soprattutto i nuovi utenti), con un esempio non mio, che un’inappariscente aggiunta vocalica ci fornisce una parola italiana a tutti gli effetti, seppure straniera d’origine. Cosí anche il tòtemo, i tòtemi (e ricordo ancora, con adattamento grafico della vocale tonica, il mio plèdo). :)

A chi mi ripetesse che l’adattamento è anacronistico rispondo subito con le parole di Francesco Sabatini (da un’intervista radiofonica, che cito a memoria): «le lingue hanno corsi imprevisti e imprevedibili». E il corso delle lingue dipende in gran parte dall’uso dei locutori, che possono benissimo [ri]mettere in circolazione voci e maniere congrue.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Re: «Il clano, i clani»

Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:Cosí doveva farsi...
Perché, di grazia? :roll:

Sull’adozione, ai giorni nostri, di una variante non è certo un dizionario storico che può darci il consiglio migliore. O meglio, le sue diciture vanno attentamente interpretate. Il rara del Battaglia oggi si dovrebbe leggere come ‘variante rara nella nostra tradizione letteraria’; questa indicazione noi la possiamo completare consultando i vocabolari dell’uso la maggior parte dei quali non riporta la variante incriminata.
La lingua italiana non è obbligata, per mantenersi in salute, a adattare tutti i forestierismi che riceve. Essa ha diverse strategie tra cui scegliere. In questo caso, a mio giudizio, la soluzione migliore è lasciare invariato il forestierismo (neanche tanto ostico) per il senso proprio del termine e seguire le indicazioni del Gabrielli che giudica disusata la variante clano e ci sommerge di un profluvio di sinonimi da usare, caso per caso, per il senso traslato (sinonimi da alternare, volendo, a un uso moderato di clan): gruppo, brigata, famiglia, compagnia, congrega, banda, setta, chiesuola, cricca, conventicola, combriccola, casta, classe
In questo modo, il forestierismo perde gran parte della sua virulenza. :)
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:Sull’adozione, ai giorni nostri, di una variante non è certo un dizionario storico che può darci il consiglio migliore. O meglio, le sue diciture vanno attentamente interpretate. Il rara del Battaglia oggi si dovrebbe leggere come ‘variante rara nella nostra tradizione letteraria’; questa indicazione noi la possiamo completare consultando i vocabolari dell’uso la maggior parte dei quali non riporta la variante incriminata.
Lei sta facendo l’esatto opposto di quello che consiglio io (e chi piú di me è autorevole): si rimette ai dizionari dell’uso e segue le loro indicazioni, che nulla hanno di normativo. Adotta, insomma, un atteggiamento conformista. Quel che dico io – come lei ben sa – affonda le radici nella filosofia del neopurismo:
Bruno Migliorini, in ‘Purismo e neopurismo’, ha scritto:Una nozione non ha bisogno di essere espressa con una parola italiana finché si tratta di nozioni esclusive [sott. mia] di altri popoli (oggetti, usi, titoli, ecc.). Chi scrive harakiri o tomahawk può adoperare la voce straniera, senza bisogno d’assimilarla: chi si sforza di conoscere l’uso o l’oggetto esotico si sforzi anche d’imparare anche il nome.

Ma non appena la conoscenza si fa piú approfondita e l’uso piú frequente, sarebbe desiderabile che cominciasse ad apparire una forma italianizzata. Accanto alla forma norvegese fjord si usa oggi frequentemente fiordo: il termine, pur riferendosi a una particolarità geografica locale, si conosce largamente per spedizioni e crociere nordiche, è applicato come termine geografico generale, ecc. Ma perché non s’è italianizzato iceberg in *isbergo? L’analogia lo avrebbe facilmente sostenuto (cfr. Islanda e Spilimbergo) solo che un esploratore o un giornalista l’avesse lanciato.
Se Migliorini si fosse attenuto alle indicazioni dei dizionari dell’uso, non ci avrebbe di certo regalato, ad esempio, autista e regista, parole «strane» e allora non registrate poiché uscite dal suo cervello.
bubu7 ha scritto:La lingua italiana non è obbligata, per mantenersi in salute, a adattare tutti i forestierismi che riceve. Essa ha diverse strategie tra cui scegliere.
Su questo siamo d’accordo, almeno in parte: l’assimilazione riguarderebbe unicamente i termini stranieri indispensabili (cauboi, ecc.) e di diffusione internazionale.
bubu7 ha scritto:In questo caso, a mio giudizio, la soluzione migliore è lasciare invariato il forestierismo (neanche tanto ostico) per il senso proprio del termine e seguire le indicazioni del Gabrielli che giudica disusata la variante clano e ci sommerge di un profluvio di sinonimi da usare, caso per caso, per il senso traslato (sinonimi da alternare, volendo, a un uso moderato di clan): gruppo, brigata, famiglia, compagnia, congrega, banda, setta, chiesuola, cricca, conventicola, combriccola, casta, classe…
In questo modo, il forestierismo perde gran parte della sua virulenza.
Clan rientra nella casistica riportata sopra nel brano miglioriniano e pertanto non c’è motivo linguistico per non adattarlo. Il Gabrielli, in fatto di forestierismi, sembra che avesse le idee poco chiare e si lasciasse andare a giudizi personali privi di fondamento scientifico, come quando giudica ‘brutta’ o ‘inutile’ una forma italianizzata a cui il suo orecchio non è avvezzo. Naturalmente concordo – nel caso in esame – sulla raccomandazione di avvalersi, per il senso traslato, del proposto ventaglio di sinonimi. Ma, per il senso proprio, s’avea a far «clano». :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:Lei sta facendo l’esatto opposto di quello che consiglio io (e chi piú di me è autorevole): si rimette ai dizionari dell’uso e segue le loro indicazioni, che nulla hanno di normativo.
Sa bene che non possiamo dirlo in codesto modo: oggi la norma prevede che i forestierismi non vengano adattati; e i dizionari, e la quasi totalità dei linguisti, si allineano compattamente ad essa. Esistono solo pareri diversi sul fatto di adottare senza problemi il forestierismo oppure farne un uso moderato alternandolo, soprattutto nel senso traslato, all’ampio ventaglio di termini o espressioni tradizionali. Quest’ultima è la strada suggerita, in questo caso, dal Gabrielli e a me sembra una soluzione ragionevole. Al di là dei giudizi generali sulla posizione talvolta eclettica del Gabrielli non vedo come si possa contestarne l’opinione specifica (‘disusata la variante clano’) quando i più importanti lessici moderni non riportano nemmeno la variante in questione ed è patente la suo assenza in qualsiasi livello di lingua che sia appena appena sorvegliato.

Sul neopurismo e sulla necessità di storicizzare le sue affermazioni (che possono conservare un fondo di validità) mi sono già espresso tante volte e credo che non valga la pena di ripetersi. :)
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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:Sa bene che non possiamo dirlo in codesto modo: oggi la norma prevede che i forestierismi non vengano adattati; e i dizionari, e la quasi totalità dei linguisti, si allineano compattamente ad essa.
Non mi par proprio che esista una tale norma inderogabile (mi pare che esista invece chi ce lo vuole far credere). Che la maggior parte dei linguisti d’oggi rifiuti di prender posizione e si limiti allo studio imparziale non è cosa a me ignota. (Tra l’altro il livello linguistico sta scadendo nel seno stesso della Crusca: nella scheda sull’oscillazione tra olivo e ulivo c’è un madornale errore [che pure ho segnalato...], senza parlare d’altro...)
bubu7 ha scritto:Al di là dei giudizi generali sulla posizione talvolta eclettica del Gabrielli non vedo come si possa contestarne l’opinione specifica (‘disusata la variante clano’)...
Non ho contestato il fatto che sia disusata; credo soltanto nella possibilità di riesumare certe voci e di riattivare le sane reazioni.
bubu7 ha scritto:Sul neopurismo e sulla necessità di storicizzare le sue affermazioni (che possono conservare un fondo di validità) mi sono già espresso tante volte e credo che non valga la pena di ripetersi.
E sulla storicizzazione avevo citato il Verrecchia... Ma non importa, non sono qui per convincere lei di alcunché. Mi sembra tuttavia che il rifarsi soltanto a quel che dicono i dizionari d’oggi – non normativi ma specchi dell’uso, buono o cattivo che sia – e il respingere la novità equivalga in certo modo a chiudersi volontariamente in un circolo vizioso.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto: Non mi par proprio che esista una tale norma inderogabile (mi pare che esista invece chi ce lo vuole far credere).
Mah, inderogabile no ma inderogata sì (sarebbe interessante analizzare le eccezioni…).
Marco1971 ha scritto:Che la maggior parte dei linguisti d’oggi rifiuti di prender posizione e si limiti allo studio imparziale non è cosa a me ignota.
Ma non è così. Estremizzando le posizioni le si banalizza. I migliori linguisti, oltre allo studio imparziale, esprimono preoccupazioni e agiscono promuovendo una migliore conoscenza e uso della nostra lingua. Quello che è vero è che il neopurismo, nella sua accezione più ristretta che lei sembra seguire, è morto e sepolto.
Marco1971 ha scritto:(Tra l’altro il livello linguistico sta scadendo nel seno stesso della Crusca: nella scheda sull’oscillazione tra olivo e ulivo c’è un madornale errore [che pure ho segnalato...], senza parlare d’altro...)
Sulle problematiche inerenti alle reggenze e alle valenze verbali si è molto spesa la ricerca italiana dall’ultimo quarto del secolo scorso. Ne sono la prova le ultime edizioni dei nostri migliori vocabolari monovolume (DISC, Devoto-Oli, Garzanti e Zingarelli).
Marco1971 ha scritto:Non ho contestato il fatto che sia disusata; credo soltanto nella possibilità di riesumare certe voci e di riattivare le sane reazioni.
La possibilità esiste sempre ma va valutata tenendo conto di tutte le variabili in gioco. La possibilità di riesumare clano, quasi un hapax d’autore, mi sembrano prossime allo zero.
Marco1971 ha scritto:Mi sembra tuttavia che il rifarsi soltanto a quel che dicono i dizionari d’oggi – non normativi ma specchi dell’uso, buono o cattivo che sia – e il respingere la novità equivalga in certo modo a chiudersi volontariamente in un circolo vizioso.
Non credo proprio. Magari le persone si rifacessero di più a quanto è riportato nei vocabolari dell’uso! Noto, quasi fuori tema, la moderna tendenza dei vocabolari alla moltiplicazione degli inserti grammaticali e delle note d’uso per sciogliere i dubbi più gravi. Altro che semplici specchi dell’uso (cattivo) e chiusure in circoli viziosi! :)
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Intervento di Marco1971 »

Potremmo continuare all’infinito, ma siccome di questo s’è discorso diffusamente in molti luoghi di questa piazza, non entro nel «punto per punto». Una cosa soltanto vorrei dire (e non solo per lei): considerare la tendenza attuale (non è una «norma») a lasciare inadattati quei forestierismi assimilabili con ritocchi minimi come qualcosa di sacro e inviolabile, e, soprattutto, guardare ai dizionari odierni come a entità autorevoli è secondo me sbagliato: nessuno – e nemmeno lei – può negare la differenza tra un’opera lessicografica normativa (ricordiamo che cosa significa: «che prescrive un modello di [buona] lingua») e una descrittiva o dell’uso (cioè «che descrive lo stato della lingua senza indirizzare al ‘miglior uso’»). Oggi i vocabolari sono di tipo descrittivo: scandagliano giornali, riviste, lo stesso Google alla ricerca di materiale da aggiungere senza grande selezione. Possiamo dire che dal momento che una parola compare scritta e non isolata nella stampa ha nove probabilità su dieci di entrare nel dizionario. Ma questo vale per tutto: se domani si cominciasse a scrivere clano (prendo quest’esempio solo perché è l’argomento di questo filone) nella stampa, comparirebbe anche clano nei lessici. Non bisogna quindi legarsi le mani e inebetirsi dinanzi alle opere lessicografiche: la gente normale, infatti, non fa cosí, tanto che si permette di sfregiare la lingua italiana giornalmente per televisione senza preoccuparsi di un «è nel dizionario?» La gente comune, i giornalisti, ecc. non hanno questa preoccupazione, e sono loro in primis i responsabili dell’attecchimento di barbarismi d’ogni sorta: risciacquami occhi e orecchi a oltranza e finirò col parlare come te.

La storia c’insegna che la lingua s’evolve coll’introduzione di parole e costrutti nuovi. Sarebbe compito delle persone dòtte, tuttavia, non sottostare alle mode deleterie e non accogliere forestierismi inutili nei dizionari (cosa, tra l’altro, che in altri paesi si fa con estrema cautela e non a rotta di collo come da noi), e di mettere in guardia contro costruzioni improprie e voci mal foggiate. Se è vero che si sta tornando agli inserti (come si faceva una volta) per guidare il consultatore meno attrezzato, allora qualche speranza c’è ancora e questa notizia mi rallegra. Ma vorrei pregare chi mi legge di non anchilosarsi in fatto di creatività solo perché una parola nuova e di buona fattura non è tra le pagine del vocabolario, di sentirsi libero, eventualmente, di diffonderla attraverso il proprio uso sociale. Se avrà fortuna, il dizionario l’accoglierà.

P.S. La Redazione del sito della Crusca mi ha ringraziato per la segnalazione dell’errore e ha provveduto a correggere (si trattava di un *inerenti il settore, ora corretto in inerenti al settore).
Ultima modifica di Marco1971 in data mer, 06 ago 2008 20:27, modificato 1 volta in totale.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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[FT] «Inerente a»

Intervento di Infarinato »

Marco1971 ha scritto:P.S. La Redazione del sito della Crusca mi ha ringraziato per la segnalazione dell’errore e ha provveduto a correggere (si trattava di un *inerenti il settore, ora corretto in inerenti al settore).
…Già che c’erano, potevano correggere anche *«inerenti le coltivazioni» poco piú sopra. :?

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto: ... soprattutto, guardare ai dizionari odierni come a entità autorevoli è secondo me sbagliato: nessuno – e nemmeno lei – può negare la differenza tra un’opera lessicografica normativa (ricordiamo che cosa significa: «che prescrive un modello di [buona] lingua») e una descrittiva o dell’uso (cioè «che descrive lo stato della lingua senza indirizzare al ‘miglior uso’»). Oggi i vocabolari sono di tipo descrittivo: scandagliano giornali, riviste, lo stesso Google alla ricerca di materiale da aggiungere senza grande selezione.
Rispondo solo su questo manifestandole il mio completo disaccordo.
Quello che è sbagliato, secondo me, è mettere in dubbio l’autorevolezza complessiva dei nostri maggiori dizionari (nonostante singoli aspetti discutibili). La sua affermazione non rende merito all’enorme impegno profuso dai nostri maggiori lessicografi che dalla metà del secolo scorso hanno risollevato la qualità delle nostre opere lessicografiche (l’elenco sarebbe lungo: dal miglioriniano Dizionario enciclopedico al GRADIT, senza trascurare opere inferiori solo di mole).
Per quanto riguarda gli aspetti descrittivi e normativi possiamo affermare tranquillamente che i nostri dizionari moderni non sono esclusivamente descrittivi (sarebbe estremamente difficile realizzarne uno con queste caratteristiche!). Direi che essi non sono rigidamente normativi ma che alla descrizione dello stato della lingua si accompagna necessariamente una notevole dose di indicazioni normative che indirizzano i consultatori a un miglior uso della lingua stessa.

Su inerente avevo riportato le mie considerazioni nell’intervento precedente. :)
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Intervento di Marco1971 »

bubu7 ha scritto:Quello che è sbagliato, secondo me, è mettere in dubbio l’autorevolezza complessiva dei nostri maggiori dizionari (nonostante singoli aspetti discutibili). La sua affermazione non rende merito all’enorme impegno profuso dai nostri maggiori lessicografi che dalla metà del secolo scorso hanno risollevato la qualità delle nostre opere lessicografiche (l’elenco sarebbe lungo: dal miglioriniano Dizionario enciclopedico al GRADIT, senza trascurare opere inferiori solo di mole).
Mi riferivo alle opere odierne (da metà degli anni Novanta, circa), non a quelle di mezzo secolo fa: chi metterebbe sullo stesso piano il Dizionario enciclopedico e il GRADIT per quanto riguarda la normatività? :?
bubu7 ha scritto:Per quanto riguarda gli aspetti descrittivi e normativi possiamo affermare tranquillamente che i nostri dizionari moderni non sono esclusivamente descrittivi (sarebbe estremamente difficile realizzarne uno con queste caratteristiche!). Direi che essi non sono rigidamente normativi ma che alla descrizione dello stato della lingua si accompagna necessariamente una notevole dose di indicazioni normative che indirizzano i consultatori a un miglior uso della lingua stessa.
Il GRADIT ha scritto:sopratutto, avv., var. –> soprattutto.
Dov’è l’indicazione normativa? Dice solo che è una variante e rimanda alla forma piú usata, che in questo caso (ma non è sempre cosí!) corrisponde effettivamente alla forma corretta. Si tratta d’un’indicazione sull’uso; un’opera normativa dice «errato sopratutto» e non mette a lemma tal forma.
bubu7 ha scritto:Su inerente avevo riportato le mie considerazioni nell’intervento precedente.
Il GRADIT, appunto, riporta solo esempi colla preposizione ‘a’.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Re: [FT] «Inerente a»

Intervento di Marco1971 »

Infarinato ha scritto:…Già che c’erano, potevano correggere anche *«inerenti le coltivazioni» poco piú sopra. :?
Ho appena segnalato anche questo, che avevo dimenticato. Grazie d’averlo ricordato. :)
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di Roberto Crivello »

Marco1971 ha scritto:...Ma questo vale per tutto: se domani si cominciasse a scrivere clano (prendo quest’esempio solo perché è l’argomento di questo filone) nella stampa, comparirebbe anche clano nei lessici. ...
Queste discussioni le abbiamo fatte innumerevoli volte, quindi è difficile dire qualcosa non già detto, ma ci provo: il fatto che certi adattamenti non siano adoperati (non tutti, perché sappiamo che esistono, anche se in misura limitata, parole come niubbo, daunlodare, becappare e così via) o, se qualcuno prova a introdurli, suscitino una reazione di rigetto in molte persone (come mostra il campione di certi frequentatori di questo forum), è indice che il senso della lingua si è modificato, e sappiamo perché, dato che Bruno Migliorini ce lo ha già spiegato 60 anni fa: le parole oggi si apprendono soprattutto leggendole e non ascoltandole.

La percezione più diffusa è che il forestierismo vada lasciato intatto. Questo però non significa che l'italiano non lo adatti, sia pure in modi meno diretti; perché ne modifica la pronunzia (i forestierismi in genere vengono pronunciati "all'italiana"); perché lo usa come base per creare un denominale che poi coniuga in tutti i modi (bluffare, filmare e da qui anche al nome filmato ecc.); perché lo usa in modo diverso da come è usato nel paese da cui proviene (p. es. footing, sulla scia del francese).

Dire: se oggi comparisse il termine beefsteak lo si lascerebbe così mentre prima lo si trasformava subito in bistecca e quindi sarebbe giusto farlo adesso, significa avanzare un'ipotesi antistorica; quando oggi un forestierismo non viene adattato perché la maggioranza dei parlanti continua a usarlo come prestito integrale, significa semplicemente che la sensibilità linguistica più comune, indice e conseguenza dell'uso, spinge a fare così. Esistono tanti modi per "reagire" davanti a un forestierismo; volta per volta il parlante ne sceglie uno; sarebbe sbagliato ingabbiare la lingua proponendo che l'unico esclusivo metodo da seguire, sempre e senza eccezioni, debba essere l'adattamento.

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Intervento di Marco1971 »

Roberto Crivello ha scritto:Esistono tanti modi per "reagire" davanti a un forestierismo; volta per volta il parlante ne sceglie uno; sarebbe sbagliato ingabbiare la lingua proponendo che l'unico esclusivo metodo da seguire, sempre e senza eccezioni, debba essere l'adattamento.
Sembra in effetti che non ci si ripeta mai a bastanza: non ho mai, ma proprio mai sostenuto che l’adattamento debba essere l’unica e sola via da seguire: ho proposto calchi, neoformazioni, risemantizzazioni secondo i casi e le circostanze, che non riesplicito qui.
Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.

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Intervento di bubu7 »

Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:Quello che è sbagliato, secondo me, è mettere in dubbio l’autorevolezza complessiva dei nostri maggiori dizionari (nonostante singoli aspetti discutibili). La sua affermazione non rende merito all’enorme impegno profuso dai nostri maggiori lessicografi che dalla metà del secolo scorso hanno risollevato la qualità delle nostre opere lessicografiche (l’elenco sarebbe lungo: dal miglioriniano Dizionario enciclopedico al GRADIT, senza trascurare opere inferiori solo di mole).
Mi riferivo alle opere odierne (da metà degli anni Novanta, circa), non a quelle di mezzo secolo fa: chi metterebbe sullo stesso piano il Dizionario enciclopedico e il GRADIT per quanto riguarda la normatività? :?
Sul diverso grado di normatività, siamo d’accordo. Quello che le contestavo e il suo giudizio sulla mancanza di autorevolezza: opere come il GRADIT e il DISC, per riferirci a opere concepite ex novo e non a rifacimenti di opere precedenti, hanno un’autorevolezza paragonabile a quella dei migliori vocabolari del passato.
Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:Per quanto riguarda gli aspetti descrittivi e normativi possiamo affermare tranquillamente che i nostri dizionari moderni non sono esclusivamente descrittivi (sarebbe estremamente difficile realizzarne uno con queste caratteristiche!). Direi che essi non sono rigidamente normativi ma che alla descrizione dello stato della lingua si accompagna necessariamente una notevole dose di indicazioni normative che indirizzano i consultatori a un miglior uso della lingua stessa.
Il GRADIT ha scritto:sopratutto, avv., var. –> soprattutto.
Dov’è l’indicazione normativa? Dice solo che è una variante e rimanda alla forma piú usata, che in questo caso (ma non è sempre cosí!) corrisponde effettivamente alla forma corretta. Si tratta d’un’indicazione sull’uso; un’opera normativa dice «errato sopratutto» e non mette a lemma tal forma.
Ma sopratutto non è errato! Si tratta di una variante minoritaria ben diffusa nella nostra tradizione letteraria. Nell’italiano ci sono sempre state delle varianti di alcuni termini, sia in prosa sia, soprattutto, in poesia. L’indicazione normativa di un buon dizionario non può che tener conto di questa realtà. Un’opera che riportasse la dicitura «errato sopratutto» sarebbe un'opera poco autorevole che darebbe un’indicazione errata al consultatore.
Mi sembra utile un’autocitazione da un’interessante puntata precedente:
bubu7 ha scritto:Sopratutto è attestato (tra gli altri) in: L. B. Alberti, Machiavelli, Guicciardini, P. Bembo, Tasso, Leopardi, Tommaseo, Nievo, Verga, F. De Sanctis, Svevo, Pirandello… (Google 2.880.000)
[…]
Non ci possono essere dubbi sulla risposta, a meno di non voler considerare la lingua solo una costruzione teorica: le forme senza raddoppiamento sono accettabili (a causa dell’attuale diffusione e delle attestazioni letterarie) anche se non (ancora [?]) consigliabili e non sono forme errate.
Anche il Nuovo DOP (del quale non si può mettere in discussione la serietà dei responsabili scientifici) ha modificato la sua dicitura riguardo a sopratutto da «meno bene» a «meno com[une]».
Marco1971 ha scritto:
bubu7 ha scritto:Su inerente avevo riportato le mie considerazioni nell’intervento precedente.
Il GRADIT, appunto, riporta solo esempi colla preposizione ‘a’.
Ecco un bell’esempio di normatività del GRADIT! il quale non riporta la forma senza preposizione nonostante la diffusione di quest’errore. :)
Ultima modifica di bubu7 in data gio, 07 ago 2008 10:30, modificato 1 volta in totale.
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Roberto Crivello ha scritto: Queste discussioni le abbiamo fatte innumerevoli volte, quindi è difficile dire qualcosa non già detto, ma ci provo...
Beh, ci hai provato! :)
Come sai bene siamo sulla stessa linea d'onda e le tue posizioni, contenute nella sintesi che hai riportato, sono anche quelle da me sostenute diffusamente in miei precedenti interventi. :wink:
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