Tre metri sopra il...?

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Fabio48
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Tre metri sopra il...?

Intervento di Fabio48 » mer, 04 apr 2007 12:49

Inserisco (non so se propriamente in Generale) questo "copia e incolla" dalla rubrica tenuta da Giorgio De Rienzo, perché le risposte dello stesso non mi hanno convinto molto:

La pronuncia di cielo
Ci sono persone che pronunciano cielo senza la “i”, celo... E' scorretto, vero?
Pierluigi

La “i” non si sente pronunciata nelle parlate settentrionali, ma poiché non è introdotta per rendere dolce il suono della “c” a rigore andrebbe fatta sentire.


Un genere per i piccoli paesi
Sono un'insegnante della Primaria e mi è sorto un dubbio: i nomi di piccoli paesi (es. Bogogno, Suno...) seguono la regola, nel genere, oppure sono di genere maschile?
G. Mazzoni

Con i nomi propri di luogo generalmente si sottintende “la città...”, il “paese...”. Quindi: “(la città) Milano è caotica”, “(il paese) Bogogno è tranquillo”.

Quindi non si pronuncia "cèlo" ma "c-i-èlo" ?
E si dovrebbe dire "Cortina è caotico?"
Non si deve seguire il genere e dire quindi, Bogogno è tranquillo e Cortina è caotica?

Grazie e buona Pasqua a tutti.
...un pellegrino dagli occhi grifagni
il qual sorride a non so che Gentucca.

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Intervento di bubu7 » mer, 04 apr 2007 13:33

Per la concordanza coi nomi di piccoli paesi non mi sembra che esista una regola rigida.
Per quanto riguarda la pronuncia di cielo, meglio fidarsi delle indicazioni dei due dizionari di pronuncia, DOP e DiPI (quest'ultimo definisce la pronuncia colla 'i' trascurata, da evitare), e dei migliori dizionari che riportano la pronuncia delle parole. Per un'ulteriore conferma si legga la Grammatica del Serianni (I.34) che definisce la pronuncia colla 'i' una varietà regionale meridionale. In conclusione la pronuncia consigliabile è proprio /'tSElo/.

Buona Pasqua anche a lei. :)
La lingua è un guado attraverso il fiume del tempo. Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati.
V. M. Illič-Svitič

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Re: Tre metri sopra il...?

Intervento di Infarinato » mer, 04 apr 2007 13:53

Fabio48 ha scritto:La “i” non si sente pronunciata nelle parlate settentrionali, ma poiché non è introdotta per rendere dolce il suono della “c” a rigore andrebbe fatta sentire.
Sí, come Le conferma anche Bubu, questa è una boiata, che testimonia i non pochi limiti di De Rienzo. Cielo deriva dal latino caelum e quella i è puramente etimologica: ae, al pari di ĕ, sotto accento (in sillaba aperta), si «dittonga» in /jE/ (che —attenzione— non è comunque /iE/), e l’approssimante palatale /j/ viene subito riassorbita dall’affricata (Luciano direbbe «occlu-costrittiva» :mrgreen:) omorganica precedente. Come ricordava Bubu, La pronuncia /'tSElo/ è l’unica data/consigliata da DOP e DiPI.

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Intervento di Fabio48 » mer, 04 apr 2007 13:56

Grazie bubu7 per la sua consueta cortesia e ancora grazie, per avermi indirettamente confermato quello che penso già da un bel po' di tempo e cioè, che il sig. De Rienzo non è, tutto sommato, quel grande esperto che il Corriere vuol far credere.

Cordialità.
...un pellegrino dagli occhi grifagni
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Intervento di Fabio48 » mer, 04 apr 2007 14:02

Infarinato, grazie anche a lei per la sua esaustiva risposta (come sempre del resto) e per la condivisione del giudizio sulla competenza di De Rienzo.

Di nuovo tanti auguri.
...un pellegrino dagli occhi grifagni
il qual sorride a non so che Gentucca.

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Intervento di Carnby » gio, 10 lug 2008 22:31

Il Rohlfs, nella sua Grammatica storica della lingua italiana, non parla del riassorbimento alla consonante omorganica precedente: l'alternanza tra «cielo»/«gielo» (quest'ultimo antiquato) e «celeste»/«gelato», oggi puramente grafica, mi fa pensare a un periodo nel quale la /j/ fosse effettivamente pronunciata. Ancora agli inizi del secolo scorso l'emiliano Malagoli mi sembra che prescrivesse la pronuncia con /j/. Inoltre, negli italiani regionali la /j/ viene pronunciata spesso (più per dipendenza grafica che per altro, forse) così come nel toponimo spagnolo-messicano Chiapas, a conferma della facilità articolatoria di una pronuncia simile.

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Intervento di Infarinato » ven, 11 lug 2008 15:06

Carnby ha scritto:Il Rohlfs, nella sua Grammatica storica della lingua italiana, non parla del riassorbimento alla consonante omorganica precedente: l'alternanza tra «cielo»/«gielo» (quest'ultimo antiquato) e «celeste»/«gelato», oggi puramente grafica, mi fa pensare a un periodo nel quale la /j/ fosse effettivamente pronunciata.
È probabile: tutto sta nel capire quando ha cessato d’esser pronunciata (…ho scritto a Larson: vediamo cosa mi risponde). Penso, però, abbastanza presto.

Ricordo che secondo il Castellani (Arrigo Castellani, «Sulla formazione del tipo fonetico italiano. Fenomeni consonantici, II. Cenni su altri processi», in Saggi di linguistica e filologia italiana e romanza [1946–1976], pp. 103–22, Roma 1980, «Salerno Editrice») la palatalizzazione di /k/ e /g/ davanti a vocale anteriore si avrebbe tra il V e il VI secolo (attraverso una fase /c J\/ tra il IV e il V), mentre la dittongazione di /E/ in /jE/ rimonterebbe a un periodo compreso tra la fine del VI secolo e la metà del VII.

Quanto alla presunta difficoltà (o facilità) articolatoria, ovviamente bisogna sempre tener presente fonologia e fonotassi della lingua in esame (in questo caso, del fiorentino [aureo, argenteo o moderno che sia]), indipendentemente dal fatto che vi siano a suo (s)favore motivazioni fisiologiche o di fonetica generale (si veda, ad esempio, questo mio vecchio intervento sull’«epentesi occlusiva»), ed è indubbio che sequenze del tipo /tSjE dZjE/ siano sempre state rarissime [e pertanto «tendenzialmente instabili»] in fiorentino.

Quindi, per ora del mio intervento precedente ritratto semplicemente quel «subito». :)

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Giemo per il gielo leggiero sotto il cieco cielo

Intervento di Infarinato » mar, 30 dic 2008 17:02

Infarinato ha scritto:
Carnby ha scritto:…l'alternanza tra «cielo»/«gielo» (quest'ultimo antiquato) e «celeste»/«gelato», oggi puramente grafica, mi fa pensare a un periodo nel quale la /j/ fosse effettivamente pronunciata.
È probabile: tutto sta nel capire quando ha cessato d’esser pronunciata (…ho scritto a Larson: vediamo cosa mi risponde). Penso, però, abbastanza presto.
Scusandomi innanzitutto per il vergognoso ritardo, passo súbito a esporvi il risultato delle mie (invero non troppo fruttuose) ricerche sull’argomento. Prima di tutto i (pochi) dati certi:
  1. In testi toscani due-trecenteschi si hanno invariabilmente [per i casi in esame] forme con <cie> e <gie> (cfr., e.g., TLIO e/o OVI) laddove il resto d’Italia ha <ce> e <ge>.
  2. La maggior parte dei testi fiorentini dugenteschi non forniscono materiale utile, viste l’anarchia grafica che solitamente vi regna e l’estrazione non proprio «umanistica» della maggior parte degli autori.
  3. Farebbe invece testo (eccome!) un fine filologo (oltre che poeta) come Dante, di cui però non rimangono autografi :cry:.
  4. Tuttavia possiamo sicuramente fare affidamento (per il XIV secolo) su due copisti [di lusso] della Commedia quali, e.g., il fiorentino Filippo Villani e [soprattutto] il certaldese Giovanni Boccaccio. Mentre troviamo regolarmente in entrambi <spece> (in rima con lece e fece) e <effige>/<vestige> (in rima con vige , indige e affige… né potrebbe essere altrimenti, visto che è Dante a farli rimare!), cielo e gelo sono scritti sempre con -i- (si noti che, in casi come questi, quand’anche la [j] fosse del tutto vocalizzata in [i], la rima [«italiana» o no che sia] non è [contrariamente a quanto si afferma anche in luoghi autorevoli] di nessun aiuto, ché, a tal fine, contano semplicemente nucleo sillabico e coda: la «rima», appunto ;)).
  5. Ancora nella seconda metà del XVI secolo, il Salviati afferma che «le […] pronunzie [di c[a]ecus e cieco], nella lor prima sillaba, per l'aggiunta dell’i, differenti sono oltre modo». Similmente il Buommattei nella prima metà del XVII secolo: «In CIELO, GIELO, e simili, è ben dittongo: perché l’I non vi sta per segno, ma vi opera, perché lo pronunziamo. E molto ben si sente dall’orecchio la differenza che è tra CIELO, e CELO, tra GIELO, e GELOSO» (Della lingua toscana libri sette, Napoli 1789 [Firenze 1643¹; I libro: Venezia 1623], I libro, Trattato quinto, Capo II, p. 61). Ma la Terza Crusca (1691) ammette [già], seppur molto cautamente, le grafie (e quindi presumibilmente le pronunce) <gelo> e <leggero>, e anche <acceca> (quest’ultima solo in una citazione [ammesso che non si tratti d’un refuso]).
  6. Nell’Ottocento l’-i- di queste voci sembra ormai essere un residuo del passato, una norma cui aderire magari ancora ossequiosamente, ma che non trova piú riscontro nel parlato reale: «Parendo a taluni la I in voci tali del tutto soppressa (che non è), s’erano messi a scrivere Celo per Cielo, ma l’uso non prese» (Tommaseo-Bellini 1861-1879, s.v. «C», sott. mia; gielo è invece segnata come grafia antiquata per gelo). Il Petrocchi (1900), molto attento all’uso vivo, ammette invece esplicitamente la grafia <celo> (accanto a <cielo>). Segnatamente, il Petrocchi mette a lemma: cèco e cièco (!) I: 437; cièlo e cèlo I: 484; gèlo I: 1036 (gièlo non è registrato); leggièro e leggèro II: 44.
Quali conclusioni trarre da tutto ciò?

Prima di tutto, che (come del resto s’era già convenuto sopra) l’-i- non può essere un fatto meramente grafico. Quand’anche il Boccaccio e i suoi contemporanei (primo fra tutti il raffinatissimo Petrarca, di cui possediamo gli autografi) s’attenessero semplicemente a una norma ortografica non piú rispondente alla pronuncia, tale norma doveva essere comunque recente, e proprio perché —Dante e stilnovisti a parte— gli autori dei manoscritti dugenteschi non erano dei fini umanisti (neanche ante litteram), dobbiamo presumere che, se interponevano un’i in parole quali cielo e gelo [e non altrove, ché si danno anche casi in cui si ha un uso generalizzato di <cie> e <gie>), ciò rispecchiasse effettivamente la pronuncia [toscana] del tempo. Del resto, anche il Fiorelli nota: «…gielo e giemo, che hanno una storia fonetica in tutto analoga a quella di cielo e cieco, hanno abbandonato l’-i- non solo nella pronunzia ma anche, e stabilmente nell’ortografia» (Camilli & Fiorelli 1965: 58, n. 81, sott. mia).

Quando e come s’è persa allora l’[j] dei nessi [-'tSjE-] e [-'dZjE-] di cui sopra? Qui le cose si fanno piú complicate. I dati soprariportati indurrebbero a ritenere che la perdita dell’[j] sia un fatto piuttosto recente: ottocentesco o giú di lí.

Ciò parrebbe trovare conferma nelle parole del grande linguista molisano Francesco D’Ovidio: «Nell’odierna pronunzia toscana l’i di cieco cielo, come quel di specie (p. 195), è scomparso, riassorbito dalla consonante palatina che lo precede. La glottologia non se ne maraviglia; e la stessa lingua colta ha surrogato gelo all’antiquato gielo, benché forse anche incoraggiatavi dal latino gelu. Ma la tradizione ortografica e ortoepica sta ferma a cieco cielo, considerando ceco celo come forme dialettali» (Correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua, Napoli 1895, «Pierro», p. 233, sott. mie). Inoltre, verrebbe a coincidere con la perdita di [w] dopo palatale, che si colloca proprio in questo periodo (Migliorini 1963).

Tuttavia, bisogna stare attenti quando le testimonianze ci vengono esclusivamente dai grammatici. Larson, da me interpellato, si mostra scettico non solo nei confronti dell’asserzione del Tommaseo («che non è»), ma anche di quella del Salviati. Del resto, il Salviati crede anche di sentire una differenza tra la pronuncia di sogniamo congiuntivo (con [-j-]) e quella di sogniamo indicativo (senza), che storicamente (= «fonocronologicamente») non trova giustificazione alcuna; e il fatto che i grammatici battano ripetutamente su questo punto potrebbe proprio stare a significare che l’uso vivo tralignasse.

Quel che par certo è che la pronuncia normativa prescrivesse /'tSjElo/ e sim. fino a epoca relativamente recente.

Forse possiamo fare qualche passo avanti sulla cronologia effettiva del fenomeno se riusciamo a comprenderne la causa. Qui ci vengono ancora una volta in aiuto Camilli & Fiorelli. A p. 76 il Camilli (non contraddetto in nota dal Fiorelli ;)) scrive: «La perdita dell’occlusione nei primitivi [tS, dZ] ha contribuito ad eliminare la i di cui a n. 27 e 29» (e cielo e cieco sono elencati al n. 27d). Il ragionamento sotteso a quest’affermazione è sensato: diventate ormai tutte le «c/g dolci» [S/Z] in posizione intervocalica, si è venuta a creare l’associazione «c/g dolce» = [S/Z], per cui anche, e.g., [di 'SE:lo] di cielo (non essendo possibile le sequenza [Sj, Zj] in toscano, né oggi né mai storicamente). Col che, «tornando indietro», cioè tornando alla posizione non intervocalica, tutte le c/g dolci sono diventate/tornate [tS/dZ], anche quando erano originariamente [tSj/dZj].

Di là dalle affermazioni seriori dei grammatici, questo ragionamento presenta però un’altra, piú seria, difficoltà: mentre la spirantizzazione dell’affricata sorda è approssimativamente collocabile nella seconda metà del Trecento (e questo spiegherebbe perché nel Dugento la grafia è costantemente con -i-, indipendentemente dal fatto che gli scrittori trecenteschi possano o meno avere elevato le grafie in esame a mera norma ortografica), la spirantizzazione di [dZ] in [Z] era già avvenuta da tempo, come testimoniano scrizioni quale <rascione> [ra'Zo:ne] dei primi del ’200. (Questo è naturale: mentre vi sono diverse parole popolari con /tS/ intervocalico, le parole con /dZ/ intervocalico sono tutte dotte, essendo l’esito di [g] intervocalico latino davanti a vocale anteriore [dZdZ] o [0], e questo già a partire dal V sec. d. C. Postulando quindi che in confine di parola un [dZ] iniziale si riducesse già a [Z], il solo fono disponibile in quella posizione per le parole dotte [che il latino si scrivevano con una <g> scempia intervocalica] era inevitabilmente [Z].)

È assai probabile che il Camilli non fosse al corrente della precisa cronologia della spirantizzazione delle affricate, e la ritenesse molto piú bassa.

Comunque sia, non mi pare che il ragionamento sia interamente da buttar via: fin [quasi] dall’inizio, ['tSjE] e ['dZjE] dovevano rappresentare due combinazioni (1) senza preciso corrispondente spirantizzato oltreché (2) articolatoriamente non facili e (3) statisticamente rare. Il terminus ante quem per la loro semplificazione è, come ci conferma il D’Ovidio, il XIX secolo, ma è assai probabile che fossero scomparse dalla lingua viva già da lungo tempo.

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Intervento di Decimo » ven, 02 gen 2009 6:00

Infarinato ha scritto:[...] la spirantizzazione di [dZ] in [Z] era già avvenuta da tempo, come testimoniano scrizioni quale <rascione> [ra'Zo:ne] dei primi del ’200. (Questo è naturale: mentre vi sono diverse parole popolari con /tS/ intervocalico, le parole con /dZ/ intervocalico sono tutte dotte, essendo l’esito di [g] intervocalico latino davanti a vocale anteriore [dZdZ] o [0], e questo già a partire dal V sec. d. C. Postulando quindi che in confine di parola un [dZ] iniziale si riducesse già a [Z], il solo fono disponibile in quella posizione per le parole dotte [che il latino si scrivevano con una <g> scempia intervocalica] era inevitabilmente [Z].)
Ringrazio sinceramente Infarinato per il preziosissimo contributo, che presenta con modestia encomiabile, data l’impressionante puntualità dell’analisi storica.

Tuttavia, se m’è permesso, ché ho piú volte esitato a scrivere, ritenendo quest’osservazione fuori luogo, desidero esprimere alcune considerazioni sul passo succitato.
Nelle voci toscane dipendenti da uno sviluppo fonetico settentrionale s’è avuto un costrittivo solcato postalveopalato-prolabiato sonoro («sibilante palatale sonora» per il Castellani) in corrispondenza del nesso latino -TJ- sin da principio (riporto gli esempi della Grammatica storica del suddetto: palagio [pa'la:Zo] accanto a palazzo, pregio accanto a prezzo, ecc., e -igia accanto a -ezza e -izia, -agione, -igione accanto a -azione, -izione), sicché mi pare poco credibile addurre il caso di <rascione> [ra'Zo:ne] a sostegno della tesi per cui la perdita dell’elemento occlusivo risale al Dugento.

A meno che non mi sbagli o non si trovino esempi coevi di natura diversa, la collocazione storica della spirantizzazione di /dZ/ va pertanto differita.
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.

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Intervento di Infarinato » ven, 02 gen 2009 13:35

Decimo ha scritto:Ringrazio sinceramente Infarinato per il preziosissimo contributo, che presenta con modestia encomiabile, data l’impressionante puntualità dell’analisi storica.
Grazie, caro Decimo, ma non c’è davvero di che: per me è stato un divertimento. :)
Decimo ha scritto:Nelle voci toscane dipendenti da uno sviluppo fonetico settentrionale s’è avuto un costrittivo solcato postalveopalato-prolabiato sonoro («sibilante palatale sonora» per il Castellani) in corrispondenza del nesso latino -TJ- sin da principio (riporto gli esempi della Grammatica storica del suddetto: palagio [pa'la:Zo] accanto a palazzo, pregio accanto a prezzo, ecc., e -igia accanto a -ezza e -izia, -agione, -igione accanto a -azione, -izione), sicché mi pare poco credibile addurre il caso di <rascione> [ra'Zo:ne] a sostegno della tesi per cui la perdita dell’elemento occlusivo risale al Dugento.

A meno che non mi sbagli o non si trovino esempi coevi di natura diversa, la collocazione storica della spirantizzazione di /dZ/ va pertanto differita.
Non sono sicuro d’aver compreso appieno la sua obiezione, caro Decimo, ma posso forse aggiungere due piccole precisazioni, che contribuiranno —spero— a fare un po’ di chiarezza:
  1. L’esempio di <rascione> —lo riconosco— non è dei piú felici, e può risultare forse un po’ ambiguo in quel contesto (quando ho scritto la frase non avevo ancora in mente di fare quella postilla tra parentesi). Tuttavia, se si «segue il collegamento», si vedrà che alla pagina citata [del Larson] accanto alla scrizione <rascione> e sim. compare anche <ragione>, il che vuol dire che <gi> era usato per rappresentare ciò che veniva rappresentato anche con <sci>, <ssci>, <sc>, <sgi> e <xi> (chiaramente [anche e soprattutto per le ragioni di fonetica storica da Lei ricordate], [Z]): è quindi poco probabile che venisse usato anche per rappresentare [dZ], a meno che quest’ultimo non si riducesse proprio a [Z] in posizione intervocalica.
  2. Ma l’esempio dirimente è quello [di pochissimo posteriore] di <rilesgione>/<rilescioso>, dato poco piú avanti dal Larson. :D

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Intervento di Decimo » ven, 02 gen 2009 14:43

Infarinato ha scritto:…Ma l’esempio dirimente è quello [di pochissimo posteriore] di <rilesgione>/<rilescioso>, dato poco piú avanti dal Larson.
Perfetto! La mia obiezione non ha piú ragione (:D) d’essere.
La ringrazio ancora. :)
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.

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Intervento di Decimo » mar, 13 gen 2009 5:44

Infarinato ha scritto:accanto alla scrizione <rascione> e sim. compare anche <ragione>, il che vuol dire che <gi> era usato per rappresentare ciò che veniva rappresentato anche con <sci>, <ssci>, <sc>, <sgi> e <xi> (chiaramente [anche e soprattutto per le ragioni di fonetica storica da Lei ricordate], [Z]): è quindi poco probabile che venisse usato anche per rappresentare [dZ], a meno che quest’ultimo non si riducesse proprio a [Z] in posizione intervocalica.
Premetto che il seguente intervento non aggiungerà nulla a quanto già detto: è infatti solo un’umile richiesta di conferma o di smentita.

Se, sperando di non fraintendere la conclusione d’Infarinato (coincidente con quella del Larson¹), la realizzazione dell’occlu-costrittivo postalveopalato-prolabiato² sonoro non geminato è impossibile, almeno nei primi secoli del fiorentino, anche come xenofonema stilistico nei latinismi (alla stregua di [ts] intervocalico), è chiaro che non ha piú senso includere la spirantizzazione (storicamente insussistente) [dZ] > [Z] in un fenomeno che invero è isolato al solo [tS] > [S].

Posto ciò e «non essendo possibile le sequenza [Sj, Zj] in toscano, né oggi né mai storicamente» (citando ancóra Infarinato), la supposizione di [dZjE] in gielo e giemo cade, a meno che l’approssimante palatale (etimologicamente giustificato, ergo non necessariamente dovuto all’anarchia grafica che dava anche a <gi> il valore di [Z] semplice) non ricompaia qualora la parola sia preceduta da particella cogeminante o da consonante; ragion per cui dovremmo immaginare orrido gielo pronunciato /'Orrido'ZElo/, ma gran gielo /gran'dZjelo/.
Alquanto confuso, invoco l’aiuto d’Infarinato.

¹ «In posizione intervocalica /dZ/ si realizza come [Z]: cfr. ['prEZo] ‘pregio’, [...], [la 'ZEnte] ‘la gente’, ...»
«A quanto pare una pronuncia *[reli'dZo…ne] non era possibile né a Firenze, né a Pisa» (Pär Larson, Fonologia).

² Nella seconda edizione del MaPI trovo semiocclusivo postalveopalatolabiale (e velolabiale per velolabiato).
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.

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Intervento di Infarinato » mar, 13 gen 2009 13:27

Decimo ha scritto:Se […] la realizzazione dell’occlu-costrittivo postalveopalato-prolabiato sonoro non geminato è impossibile, almeno nei primi secoli del fiorentino, anche come xenofonema stilistico nei latinismi (alla stregua di [ts] intervocalico), è chiaro che non ha piú senso includere la spirantizzazione (storicamente insussistente) [dZ] > [Z] in un fenomeno che invero è isolato al solo [tS] > [S].
No, la spirantizzazione di [dZ] intervocalico (dapprima solo iniziale di parola nelle voci di tradizione popolare precedute da altra parola terminante in vocale, poi anche nel corpo di parola [nei latinismi]) ci dev’essere stata (ché la naturale evoluzione del contoide iniziale di queste parole [popolari] deve aver condotto dapprima a un [dZ], e solo successivamente a un [Z]), ma si è probabilmente verificata in epoca preletteraria (…Larson, da me interpellato, non s’è voluto sbilanciare sul preciso quando).
Decimo ha scritto:…ragion per cui dovremmo immaginare orrido gielo pronunciato [,Orrido'ZE:lo], ma gran gielo [gran'dZjE:lo].
Sí, è proprio quello che ho detto: ed è chiaro come, considerata anche l’oggettiva difficoltà articolatoria di un [dZjE] nonché la sua relativa rarità, una situazione di questo tipo sia decisamente «instabile», e [dZjE] può aver resistito per la concomitanza dell’equivalente combinazione sorda [tSjE] (che non s’era ancora spirantizzata in posizione posvocalica), ma, a spirantizzazione di [tS] intervocalico avvenuta, il destino di quell’[j] era probabilmente segnato…

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Intervento di Decimo » mer, 14 gen 2009 17:45

Infarinato ha scritto:la spirantizzazione di [dZ] intervocalico (dapprima solo iniziale di parola nelle voci di tradizione popolare precedute da altra parola terminante in vocale, poi anche nel corpo di parola [nei latinismi]) ci dev’essere stata (ché la naturale evoluzione del contoide iniziale di queste parole [popolari] deve aver condotto dapprima a un [dZ], e solo successivamente a un [Z]), ma si è probabilmente verificata in epoca preletteraria
Se la spirantizzazione di [dZ] si fosse verificata in epoca preletteraria, a quali cause attribuire la maggiore stabilità della grafia <g> in principio di parola? Ci si aspetterebbe, infatti, una pari libertà di scrizioni.
Tutti gli esempi proposti, gentile Infarinato, coinvolgono di fatto soltanto l’esito di [dZ] in corpo di parola (e, a rigore, com’ho già detto precedentemente, il caso di ragione non può essere richiamato ai fini dello studio del fenomeno, non essendo mai stata possibile storicamente la dizione *[ra'dZo:ne], contrariamente a religione, per cui abbiamo tracce certe di pronuncia spirantizzata solo a partire dal primo Trecento).
Infarinato ha scritto:considerata anche l’oggettiva difficoltà articolatoria di un [dZjE]
Oggettiva?
V’ha grand’uopo, a dirlavi con ischiettezza, di restaurar l’Erario nostro, già per somma inopia o sia di voci scelte dal buon Secolo, o sia d’altre voci di novello trovato.

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Intervento di Infarinato » mer, 14 gen 2009 18:32

Decimo ha scritto:Se la spirantizzazione di [dZ] si fosse verificata in epoca preletteraria, a quali cause attribuire la maggiore stabilità della grafia <g> in principio di parola? Ci si aspetterebbe, infatti, una pari libertà di scrizioni.
Non direi: nel momento in cui si comincia a scrivere in volgare (e si tratta comunque di persone alfabetizzate che il latino lo masticano perlomeno un po’), è ovvio che, come ci ricorda fra gli altri anche il Castellani, si ricorra in primo luogo ai segni che fornisce già belli e pronti l’alfabeto latino, e che quindi si scriva (ci sono anche latinismi, ovviamente —sopra sono stato un po’ approssimativo) <gente> con la <g> di <gens>, <ginocchio> con la <g> di <geniculum>, <generoso> con la <g> di <generosus>, <gielo> con la <g> di <gelu>, etc., e, se è vero (com’è verosimile) che [Z] costituisce già un tassofono di /dZ/, è altrettanto ovvio che lo scrivente non senta la necessità d’usare una grafia diversa per rappresentarlo (…e per la stessa ragione usa [anche] <g> per rappresentare lo [Z] intervocalico dei latinismi), mentre, ad esempio, per una parola come [ra'Zo:ne] (ragione) il latino ratio non aiuta, e in una come [ka'Zo:ne] (cagione) lo scrivente può persino stentare a riconoscere il latino occasio, che non sarebbe comunque di alcun aiuto. ;)
Decimo ha scritto:
Infarinato ha scritto:…considerata anche l’oggettiva difficoltà articolatoria di un [dZjE]…
Oggettiva?
Meglio: «oggettiva maggior difficoltà articolatoria di un [dZjE] rispetto a un [dZE]».

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