I 13 parametri per la traduzione dei forestierismi

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I 13 parametri per la traduzione dei forestierismi

Intervento di Federico » gio, 16 mar 2006 18:12

Ecco qui il paragrafo del libro Inglese-Italiano 1 a 1 in cui Giovanardi espone i 13 parametri seguiti nell'esame dei forestierismi trattati nel libro.

«1.3. I parametri per la traduzione
Veniamo ai parametri che abbiamo preso in considerazione nel proporre la sostituzione degli anglicismi. Tali parametri, in tutto tredici, rappresentano una griglia di riferimento, il cui obiettivo è duplice: da un lato favorire una soluzione equilibrata nel passaggio dall'inglese all'italiano; dall'altro consentire di avanzare un'ipotesi, con qualche speranza di fondatezza, circa le possibilità di successo del sostituente italiano.
1) Anzianità di servizio dell'anglicismo (indicato con ETA). Questo parametro riguarda la maggiore o minore recenziorità dell'anglicismo. È del tutto chiaro che tanto più il forestierismo è di recente introduzione, tanto maggiori sono le speranze di sostituzione. Il parametro seleziona ovviamente i lemmi qui rappresentati, nel senso che abbiamo ritenuto di non considerare, in linea di massima, salvo eccezioni motivate, anglicismi la cui attestazione superi i dieci-dodici anni di anzianità. La data di prima attestazione di una parola è, di sua natura, provvisoria, a meno che non vi siano casi particolari in cui sia possibile ricostruirne con esattezza il momento d'ingresso nella nostra lingua. Abbiamo preso in considerazione la data più antica indicata dai vocabolari di riferimento, ma abbiamo integrato con dati di prima mano ove possibile, ricorrendo largamente alla ricerca in rete. Va inoltre ricordato che non sempre la data indicata dai vocabolari costituisce un punto di riferimento sicuro; può infatti accadere che la storia di un anglicismo non sia del tutto lineare: un vocabolo può essere attestato (magari nell'opera di uno scrittore o in un articolo di giornale) in una data piuttosto remota, ma la sua reale diffusione nella lingua dell'uso può risultare in realtà assai più recente (v., ad esempio, advisor). Alla luce delle precedenti considerazioni abbiamo ritenuto, pur con un buon grado di approssimazione, di classificare come parametro sfavorevole alla sostituzione le prime attestazioni datate ante 1990, come parametro incerto quelle comprese tra il 1990 e i11994, come parametro favorevole quelle dal 1995 in avanti.
2) Livello di radicamento (indicato con voc.). Come poter capire fino a che punto un anglicismo è radicato nella comunità linguistica italiana? accorrerebbero certamente indagini e inchieste molto ampie e diffuse, fuori dalla portata e dagli obiettivi di questo volume. Tuttavia una prima risposta può venire dal numero di attestazioni nei principali dizionari italiani dell'uso: più ve ne sono, più il vocabolo è presumibilmente diffuso tra i parlanti. Per tale motivo abbiamo individuato una scala di valutazione così articolata: "molto alto" quando l'anglicismo è presente in tutti (o tutti meno uno) i vocabolari considerati; "alto" quando è presente nei tre quarti; "medio" nella metà circa; "scarso" in meno della metà; "molto scarso" in un solo vocabolario; "assente" quando non risulta ancora attestato in alcun dizionario italiano. Si considerano favorevoli alla sostituzione i parametri "assente", "molto scarso", "scarso"; incerto il parametro "medio"; sfavorevoli i parametri "alto" e "molto alto".
I dizionari di cui abbiamo tenuto conto sono i seguenti (le sigle sono sciolte in bibliografia): Conciso 1998, De Mauro 2000, DM 2001, DO 2002-2003, G 2003, GRADIT, SC 2004, VIT 1998, Z 2003.
3) Livello d'uso (indicato con USO). È di fondamentale importanza chiarire il collocamento diafasico (legato, cioè, alla situazione comunicativa) del vocabolo. Può trattarsi di un termine diffuso in uno o più linguaggi settoriali, con un àmbito d 'uso limitato, oppure di un vocabolo della lingua comune, potenzialmente di tutti. In linea di massima l'appartenenza a un linguaggio settoriale potrebbe favorire il successo di una sostituzione, anche se questa ipotesi è da valutare caso per caso. Naturalmente la dicotomia lingua comune/linguaggio settoriale non fa del tutto giustizia delle possibili dislocazioni degli anglicismi lungo l'asse diafasico; occorre infatti tener presente che le parole straniere penetrano anche nell'italiano substandard nonche in usi gergali. Tuttavia abbiamo preferito mantenere la polarità secca evitando di introdurre altre marche: eventuali sfumature relative al lvello d'uso del lemma vengono discusse nel corpo di ciascuna voce. In taluni casi al parametro USO troviamo l'indicazione "linguaggio settoriale/lingua comune"; tale indicazione può riferirsi al fatto che l'anglicismo, con la sua traduzione, è usato in italiano sia nella lingua comune sia in un linguaggio settoriale (v. after hours), oppure che ha una collocazione diafasica incerta (v. advisor).
4) Penetrazione diastratica (indicato con REGISTRO). Questo parametro è strettamente collegato al precedente, di cui rappresenta il complemento sull'asse diastratico, ovvero l'asse di variazione legato all'appartenenza sociale dei parlanti. In linea di massima si verifica una sorta di "scala d'implicazione", per cui se un anglicismo appartiene a un linguaggio settoriale si collocherà ai piani alti della griglia diastratica, mentre, viceversa, se è proprio della lingua comune tenderà ad essere trasversale ai piani della griglia stessa. Tuttavia vi sono casi in cui tale doppia equazione non funziona. I due indicatori da noi scelti, "colto" e "di tutti", rappresentano un'ovvia semplificazione del quadro diastratico dell'italiano contemporaneo, ma anche in questo caso, come per il parametro precedente, si è scelta una polarità radicale, affidando al commento di ciascuna voce eventuali aggiustamenti del tiro. Solo in alcuni casi abbiamo scelto la soluzione "colto/di tutti", laddove il confine tra le varietà diastratiche appariva particolarmente nebuloso (v. carsharing, format).
5) Tasso di tecnicità (indicato con TECN.). Anche all'interno di un linguaggio settoriale o specialistico, non tutti i termini possiedono il medesimo tasso di tecnicità. In taluni casi vi è una maggiore contiguità con la lingua comune, in taluni altri il termine è diffuso solo fra gli addetti ai lavori con un significato specialistico. Ciò è particolarmente evidente nei linguaggi scientifici, ove si trascorre dalla "rarefazione" della formula matematica fino alla compromissione con la polisemia della lingua comune. La tecnicità dei termini rappresenta, tra l'altro, il primo problema con cui si deve misurare chi voglia fare un'intelligente opera di divulgazione scientifica. Naturalmente più è elevato il tasso tecnico di un anglicismo, più è difficoltoso il tentativo di traduzione in italiano. Come rendere, ad esempio, vocaboli quali byte, chip, spin ? E anche ammesso che si trovi una brillante soluzione traduttoria, quali possibilità di successo è possibile ipotizzare ?
6) Eventuale polisemia (indicato con SEM.). Alcuni anglicismi assumono più di un significato in italiano, sia all'interno della lingua comune sia nel passaggio da un linguaggio specialistico a un altro (si vedano, a titolo d'esempio, i casi di format e mobbing). La polisemia rappresenta un elemento di complicazione nello sforzo di traduzione, in quanto al medesimo vocabolo inglese possono corrispondere diverse sostituzioni in italiano; d'altra parte il semplice adattamento formale, che mantiene l'unicità del significante, rischia però di non rappresentare il rapporto segno-designatum proprio della lingua italiana. In casi simili occorre rassegnarsi a indicare più di un traducente italiano, oppure è possibile concentrare l'attività traduttoria sull'anglicismo all'interno di un solo settore di riferimento.
7) Carica connotativa ed espressiva (indicato con ESPR.). Nel valutare la traducibilità di un anglicismo non può essere sottaciuto l'aspetto connotativo della significazione. Ceteris paribus, tra inglese e italiano può sussistere un dislivello quanto a espressività, emotività, prestigio, evocatività. Possono entrare in ballo fattori come l'attenuazione, l'eufemismo, la reticenza, tali da avere immancabili ricadute sull'uso. L'esempio più abusato, al riguardo, è quello che contrappone baby sitter a bambinaia ( o gurdabimbi), parole italiane più o meno equivalenti a quella inglese, ma assai meno espressive. Gli anglicismi possono essere utilizzati nel ruolo dei cosiddetti "eufemismi sociali"; ricordiamo, in questa veste, la voce eros center, di cui qui, in modo provocatorio, si propone la traduzione con bordello, proprio per smascherarne la funzione attenuativa non chiara a tutti (nel corpo dell'articolo si danno anche possibili traduzioni più "castigate").
8) Difficoltà di grafia e di pronuncia (indicato con PRON.). Come è noto il rapporto tra grafia e pronuncia è particolarmente precario in inglese (si veda il paragrafo 2.1). Per di più l'inventario dei fonemi inglesi presenta suoni sconosciuti all'italiano. La somma di questi due aspetti, con in più l'incertezza derivante dalla sede dell'accento principale, rende a volte difficile per i parlanti meno esperti giungere ad una pronuncia almeno accettabile dei vocaboli. Si può pertanto ipotizzare che più aumentano le difficoltà relative alla lettura-pronuncia di un vocabolo, più aumentano le possibilità di successo di un corrispondente italiano. Nelle indicazioni che corredano il lemma abbiamo scelto di indicare sia la pronuncia inglese (per lo più, salvo diverso avviso, la pronuncia del British English) sia quella "anglicizzante" dell'italiano corrente, approssimativa, eppure, spesso, pur sempre ostica. Si è usato il parametro "SI/NO" laddove vi siano elementi di incertezza nel valutare la difficoltà di pronuncia (e/o) di grafia dell'anglicismo.
9) Pseudoanglicismo (indicato con .). Come si può vedere nel capitolo 3 non sono rari i casi di pseudoanglicismi, cioè di vocaboli usati in italiano, ma senza alcuna corrispondenza nella lingua madre, oppure usati con un significato diverso rispetto all'originale. In questi casi il successo della sostituzione può essere aumentato dal fatto che, mancando l'avallo dell'inglese internazionale, la circolazione del vocabolo è certamente ridotta e non crea problemi di scompenso rispetto alle altre lingue europee. Il fatto è che la documentazione dell'uso degli anglicismi nell'area anglofona non è scontata ne in tutti i casi agevole. In specie i vocaboli più recenti talvolta non compaiono nella lessicografia angloamericana, ma sono assai vitali nella variegata comunicazione in rete; per di più non è sempre immediatamente perspicuo il confine tra inglese britannico e inglese d'America. Abbiamo cercato di allargare il più possibile le nostre fonti documentarie, onde evitare di attribuire con troppa facilità la qualifica di "pseudoanglicismo" a vocaboli ed espressioni non registrati ufficialmente, ma comunque vitali nei Paesi anglofoni.
Abbiamo utilizzato per l'inglese britannico l'OED 1989 e i suoi aggiornamenti in rete (che ancora non coprono tutto il lemmario), disponibili nel sito www.oed.com; questi dati sono stati confrontati con l'inglese americano attestato nel Webster's 1999 (anche in versione elettronica nel sito www.m-w.com/home.htm).
10) Diffusione in francese e spagnolo (indicato con FR./SP.). Questo parametro è strettamente collegato al precedente. Nel proporre la traduzione in italiano di un vocabolo inglese è opportuno verificarne la diffusione nelle altre lingue romanze, in particolare in francese e in spagnolo. La solidarietà con le principali lingue sorelle rafforza la posizione dell'anglicismo, mentre la diffusione all'interno della sola lingua italiana ne diminuisce la portata. Guardare oltre confine è più che mai opportuno, in tempi in cui la crescente integrazione europea impone un processo di armonizzazione linguistica, di confronto e di omogeneizzazione terminologica che, due secoli dopo le profetiche riflessioni di Giacomo Leopardi, è ancora in gran parte da costruire. Naturalmente il francese e lo spagnolo possono dare risposte diverse relativamente all'accoglimento dei vari anglicismi; in questo caso saranno indicati i differenti comportamenti per ciascuna voce e se ne terrà conto nella valutazione parametrica. Abbiamo fatto riferimento ai seguenti vocabolari (le sigle sono sciolte in bibliografia): Robert 2001 per il francese, DRAE 2001 per lo spagnolo (editio minor, confrontata con la versione elettronica della maior, disponibile in rete nel sito http:/ /buscon.rae.as/drae/drae.com).
11) Tipo di corrispondenza in italiano (indicato con ITAL.). Come si vedrà nel capitolo 2, i possibili interventi su un anglicismo sono di due tipi: l'adattamento di tipo grafico o fonomorfologico e la corrispondenza (una traduzione vera e propria, oppure una sostituzione con un vocabolo italiano già "in funzione" o, eventualmente, pensato ad hoc). A nostro avviso l'adattamento va preferito quando l'esito è costituito da una parola già pienamente italiana, per es. da competitor a competitore, ma va in linea di massima rifiutato, a meno che non risulti possibile altra soluzione, quando finisce per creare una parola inesistente o desueta, come per es. da performance a performanza. In via di principio è dunque preferibile ricorrere a una vera e propria sostituzione con corrispondenti italiani, ma va da se che la natura dell'anglicismo è determinante: se il vocabolo appartiene al fondo neolatino, molto spesso l'adattamento è banale, come testimonia il caso di devolution e devoluzione. Un altro aspetto della questione è rappresentato dalla cronologia relativa delle parole: abbiamo preferito parlare di corrispondenza e non di traduzione semplicemente, perché la parola italiana di cui ci serviamo è attestata magari alcuni secoli prima dell'anglicismo da tradurre. In tali evenienze la nozione di "corrispondenza" appare storicamente più corretta, anche se sul piano sincronico, e con particolare riguardo alla prospettiva adottata nel presente volume, vien fatto di pensare avere e proprie traduzioni. Il parametro "corrispondenza/adattamento" indica i casi in cui il sostituente italiano conserva una parte dell'originale inglese (v. Dolby surround, gay pride).
12) Quantità dei sostituenti (indicato con SOSTIT.). Il rapporto biunivoco rappresenta la soluzione ideale nel campo della corrispondenza. Ad una parola inglese dovrebbe poter corrispondere una sola parola italiana: questo è stato il nostro obiettivo nelle proposte di sostituzione avanzate per ciascuna voce. Ma l'esperienza insegna che non sempre ciò è possibile, dal momento che nella lingua d'arrivo possiamo trovare diversi vocaboli per le diverse accezioni che nella lingua di partenza sono espresse da un solo vocabolo; in questo caso siamo stati costretti a proporre più sostituenti per il medesimo vocabolo anglo-americano. È evidente che la necessità di dover "disperdere" l'unicità dell'anglicismo in voci italiane plurime attenua la speranza di successo dell'italianizzazione; d'altra parte ricorrere forzatamente a un unico sostituente italiano può rendere il vocabolo d'arrivo troppo generico, o sfocato, rispetto a quello di partenza. Si tratta, quindi, di trovare una soluzione equilibrata, che contemperi le diverse esigenze in ballo, puntando in linea di principio alla corrispondenza biunivoca, ma rinunciandovi laddove la soluzione sia palesemente inadeguata. I sostituti italiani possono essere separati da una barra obliqua (v. e-mail, dove troviamo posta elettronica/messaggio), oppure dalla congiunzione o (v. e-learning, dove troviamo teledidattica o didattica a distanza). Nel primo caso s'intende che in italiano l'anglicismo ha una diffrazione semantica che obbliga all'uso di (almeno) due diversi sostituenti ("e l'uno e l'altro"). Nel secondo, invece, si suggeriscono due (o più) possibili sostituenti, ma in un rapporto di mutua esclusione ("o l'uno o l'altro").
13) Inserimento dell'anglicismo in serie lessicali preèsistenti o sua capacità di formare derivati (indicato con DERIV.). Questo parametro considera due eventualità che, se realizzate, frenano le possibilità di successo di una corrispondenza. Si pensi, per esempio, ai composti con il secondo elemento -day: tax day, election day ecc. (v. anche non-profit): è difficile tradurre uno di questi composti senza tener conto della serie lessicale in cui s'inseriscono, considerando anche la loro (meccanica e ripetitiva) proliferazione nelle pagine dei giornali, in particolare nella titolatura. Così pure la capacità di formare derivati italiani a partire dalla base inglese (formattare da format, beggiare da badge) indica un forte radicamento dell'anglicismo e rende più deboli le proposte di sostituzione.

Per ciascuna voce trattata nel volume è proposto un rapido consuntivo dei parametri favorevoli (all'affermazione del sostituente italiano), di quelli sfavorevoli e, eventualmente, di quelli incerti. Vi sono casi in cui la bascula si orienta decisamente in una direzione o nell'altra; ve ne sono altri in cui resta in sostanziale equilibrio. La predominanza di parametri favorevoli alla sostituzione rimane tuttavia poco più che un auspicio. Essa indica che il quadro (socio)linguistico risulta propizio al successo di un vocabolo italiano sul concorrente inglese, ma nessuno può dimenticare quanto lunga e faticosa sia la strada che porta quel vocabolo, uscito dal laboratorio del linguista, ad impiantarsi nel corpo vivo della comunità dei parlanti.»

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Intervento di Marco1971 » gio, 16 mar 2006 19:35

Interessante. Ma io percepisco un’eccessiva preoccupazione emozionale nei confronti dei parlanti. Nel mettere in circolazione i termini anglo-americani non mi sembra che i mèdia si siano mai preoccupati di poter eventualmente offendere il gusto linguistico della popolazione. Insomma a me pare che sia importante impegnarsi in prima persona, avere il coraggio di superare l’abitudine e mettersi a usare i sostituti italiani – non solo di proporre traduzioni che poi rimarranno nel laboratorio in cui sono state concepite. O come sperano, gli autori, che si diffonda il gusto di parlare italiano?

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Intervento di Marco1971 » gio, 16 mar 2006 23:12

Vorrei aggiungere che sovente non si ha un’idea precisa di quello che significa esattamente il termine straniero e gli si attribuiscono connotazioni errate; ma soprattutto che c’è una generale scarsa conoscenza della ricchezza lessicale della nostra lingua e dell’estensione semantica delle parole. Andate a leggere le voci bandiera, cavallo, linea, mano e tavola, per esempio, in qualsiasi dizionario. Qualcuno di voi rimarrà forse sorpreso nello scoprire la tecnicità di alcune accezioni di queste parole.

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Intervento di bubu7 » ven, 17 mar 2006 10:30

Grazie Federico. Sono sicuro che la lettura dei parametri sarà comunque un utile elemento di riflessione per tutti.
Marco1971 ha scritto:Vorrei aggiungere che sovente non si ha un’idea precisa di quello che significa esattamente il termine straniero e gli si attribuiscono connotazioni errate; ma soprattutto che c’è una generale scarsa conoscenza della ricchezza lessicale della nostra lingua e dell’estensione semantica delle parole.
Condivido completamente.
La scarsa cultura generale, e linguistica in particolare, è uno dei migliori cavalli di Troia per l'accoglimento del forestierismo bruto.

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Intervento di Incarcato » ven, 17 mar 2006 12:48

Innanzitutto, ringrazio Federico per l'opera da amanuense.


Volgendo ora lo sguardo alla griglia, mi pare che, per parlare scusso scusso, sia un tentativo troppo timido per crederci.
I punti 1-5, 7, 11 e 13 in pratica s'accontentano di tradurre le briciole della torta avvelenata ( :D ), orientandosi solo su quei vocaboli poco diffusi, colti, di senso univoco, magari d'origine latina (i.e. facili facili da tradurre), insomma, se la cava con poco. Se dovessimo osservarle scrupolosamente, quattro anglismi su cinque rimarrebbero lí a guardarci beffardi.

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Intervento di bubu7 » ven, 17 mar 2006 13:55

Incarcato ha scritto: Volgendo ora lo sguardo alla griglia, mi pare che, per parlare scusso scusso, sia un tentativo troppo timido...
Più che timido mi sembra il tentativo di studiosi che hanno una conoscenza approfondita del problema che vogliono affrontare.

Il professor Giovanardi condivide le preoccupazioni del Castellani sull’invasione degli anglicismi. Egli però solleva due obiezioni ai rimedi proposti da quest’ultimo:
Nella preoccupazione di salvaguardare la fisionomia linguistica dell’italiano, [il Castellani] si fonda solo su parametri di “linguistica interna”, nel senso che riguardano il rapporto strutturale tra l’inglese e l’italiano, dal punto di vista grafico, fonetico, morfologico. Sulla base di tali parametri non è chiaro, ad esempio, quando si debba preferire un semplice adattamento grafico-fonetico, oppure una vera e propria sostituzione sinonimica o attraverso una neoformazione.
[...]
Appare poco perspicua la distinzione [del Castellani] tra anglicismi inutili (da rigettare) e necessari (da adattare). Che cosa è necessario nei complessi rapporti di interferenza tra due lingue? Se la necessità è ravvisata in quelle forme che si riferiscono a designata sconosciuti in italiano (i cosiddetti “prestiti di necessità”), l’accettazione delle parole inglesi […] dovrebbe limitarsi a qualche decina. Per il resto è evidente che la gran parte degli anglicismi è in sé superflua, ma che non possiamo trascurare nel valutarne l’impatto con l’italiano, l’alone di prestigio, di espressività, di tecnicità, di snobismo che reca con sé.
Da queste premesse Giovanardi arriva alle seguenti conclusioni che condivido completamente e alle quali nulla mi sento di aggiungere:
Il nostro punto di vista è diverso. A nostro avviso ogni anglicismo va valutato facendo riferimento a una griglia di parametri in cui si tenga conto anche della cosiddetta “linguistica esterna”; si avrà così una sorta di anamnesi sociolinguistica di ciascuna parola ed espressione, assolutamente imprescindibile prima di procedere ad una proposta di adattamento-sostituzione. Non tutti gli anglicismi sono uguali, effettivamente, ma solo perché ciascuno ha una sua storia, un suo percorso, un suo terreno di coltura che ne hanno favorito la penetrazione in italiano. Se si annulla questa individualità, si rischia di appiattire su un medesimo sfondo indifferenziato vocaboli fra loro diversissimi per origine, via d’accesso a livello di stratificazione. Se tutte le vacche sono grigie, insomma, la speranza di successo di adattamenti e sostituzioni tende a ridursi drasticamente e le proposte di italianizzazione, anche le più intelligenti, scadono a puro esercizio intellettuale.

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Intervento di Incarcato » ven, 17 mar 2006 14:23

Bubu7 dixit:
Più che timido mi sembra il tentativo di studiosi che hanno una conoscenza approfondita del problema che vogliono affrontare.
Forse mi sbaglierò, ma a me pare che, a parte due o tre accorgimenti piú elaborati, gli altri siano di puro buon senso, perfettamente rinvenibili da chiunque si sia interessato al problema e abbia un po' di sensibilità per il tema.
Ripeto, in riferimento alla maggiore o minore diffusione, tecnicità, « anzianità » (come la definiscono), radicamento, carica espressiva, difficoltà di grafia e di pronuncia, corrispondenza coll'italiano, serie lessicali, credo che noi tutti vi abbiamo pensato e ci siamo misurati in qualche modo con essi.

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Intervento di Infarinato » ven, 17 mar 2006 15:29

Incarcato ha scritto:Forse mi sbaglierò, ma a me pare che, a parte due o tre accorgimenti piú elaborati, gli altri siano di puro buon senso, perfettamente rinvenibili da chiunque si sia interessato al problema e abbia un po' di sensibilità per il tema.
Concordo. Rimane comunque un «esercizio» interessante in cui, se vorremo, potremo cimentarci a revisione ultimata…

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