«Morbus anglicus»

Spazio di discussione su prestiti e forestierismi

Moderatore: Cruscanti

CarloB
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Forestierismi

Intervento di CarloB » sab, 23 apr 2005 12:57

In effetti, sorprende che le istituzioni per prime adottino dei forestierismi, e che il servizio radiotelevisivo pubblico se ne faccia diffusore. Sempre con la paura di sembrare un "laudator temporis acti", ricordo il tempo della televisione maestra di buona sintassi e di buona pronuncia dell'italiano, e degli annunciatori dei quali risultava impossibile individuare l'origine regionale. Che Nicoletta Orsomando fosse napoletana e Tito Stagno sardo lo appresi da altre fonti, ma non si riusciva a capirlo (un linguista esperto ci sarà anche riuscito, ma io ero parte del grosso pubblico) ascoltandoli. Oggi nessuno maschera la propria cadenza; anzi, accentuarla può riuscire accattivante, rende meno lontano dal pubblico. Non parliamo poi della fortuna di inutili dialettismi come il famoso "che ci azzecca" di Antonio Di Pietro, ripreso e riutilizzato numerose volte da giornalisti televisivi.
Per riprendere il filo del discorso, gentili amici, la gran parte delle parole che Atticus ha elencato non dovrebbe essere adoperata, perché ha un ottimo equivalente italiano. In altri casi, invece, va riconosciuto che i forestierismi, spesso anglicismio, monosillabici o bisillabici hanno una indubia economicità e dovrebbero essere sostituiti da perifrasi. Ad esempio, blitz. E' un'incursione fulminea, nell'accezione corrente, non un lampo. Un blitz delle forze dell'ordine è un'incursione fulminea che libera un sequestrato o arresta un malfattore. Il blitz dell'uomo politico Taldeitali è la rapidissima mossa che lo porta a cambiare una situazione. Quale vocabolo sostitutivo trovare, altrettanto efficace? Lo immaginate il titolo in prima pagina sui quotidiani: incursione fulminea dei carabinieri arresta il capomafia Provenzano (magari)? Blitz dei carabinieri arresta il boss Provenzano (sempre magari!) è ciò che verosimilmente leggeremmo o ascolteremmo.
Lo stesso per gli sport: golf, rugby. Quest'ultimo è usato anche dagli attentissimi francesi: se non l'hanno respinto loro, che tra l'altro hanno risultati migliori dei nostri nel Sei nazioni, come pensare che pallaovale si affermi? E golf è golf: quattro lettere e si capisce tutto. Che cosa di meglio?
Quanto alla ragione della fortuna dei forestierismi, va aggiunto il significato erroneamente ma effettivamente peggiorativo attribuito ai nostri vocaboli: quella di baby-sitter è un'occupazione utilissima; ma fare la bambinaia (guardabimbi è bello: ma a nord dell'Appennino bimbo non si usa: prevale bambino; allora guardabambini) sembra un'occupazione più umile di quella di baby-sitter.
Boy-scout lo sono stato, tanti anni fa; anzi, scout, senza boy: e spesso si scriveva scaut; gli escursionisti erano un'associazione diversa e rivale, e mai ci saremmo definiti tali; giovani esploratori sarebbe stato giusto: ma sembrava di somigliare a Qui, Quo e Qua e alle Giovani marmotte: e sin troppo venivamo presi in giro: dunque, viva gli scout!
Ricordo questi particolari che faranno sorridere, perché vorrei segnalare che la fortuna delle parole, forestierismi compresi, non può mai essere ricondotta a ragioni eclusivamente e strettamente linguistiche. La lingua sta in società; e le parole si caricano delle accezioni e dei sottintesi che il sentire diffuso attribuisce loro a torto o a ragione. Se io lavorassi in un circo, confesso tranquillamente che preferirei definirmi clown, piuttosto che pagliaccio, un vocabolo che si usa ormai in senso solo spregiativo: e pazienza per l'italianità.
Scusate se ho snocciolato qualche banalità. Ringrazio tutti i gentili partecipanti al forum e chiudo per non essere troppo prolisso. Ma penso si sia capito quale sia la mia posizione.

CarloB
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errata corrige

Intervento di CarloB » sab, 23 apr 2005 12:59

anglicismi, indubbia. Scusate gli errori di battitura.

fabbe
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Intervento di fabbe » mar, 26 apr 2005 21:29

CarloB ha spiegato molto bene i problemi centrali, questioni che però vanno a sostegno della tesi di Marco1971. Li elenco di seguito:

1. Il principale effetto collaterale dell'utilizzo di un termine straniero con significato simile ad una parola italiana già esistente è che la parola italiana tende a perdere quel significato che la contraddistingue ed assume connotazioni di scarto cadendo poi in disuso. Se avessimo continuato ad usare "bàlia", "pellicola", "pagliaccio" etc questi termini ora non avrebbero la connotazione "scomoda" che possono avere per alcuni.

Una nota: l'utilizzo di termini scritti con la grafia inglese, la pronuncia inglese e a volte (la -s finale) la grammatica inglese non sono anglicismi o stimoli per la lingua che li ospita sono semplicemente "inglese".

2. Le scelte sui nuovi vocaboli vengono prese dai media per ragioni editoriali (lasciando via le parole lunghe, scegliendo quelle a effetto etc) e cioè quello che è (o dovrebbe essere) un linguaggio settoriale (quello giornalistico) viene scelto (da chi non so) come lingua comune. Altro che autodeterminazione dei parlanti.

Io aggiungo: il fatto che i giornali utilizzino termini corti o inglesi invece di esprimersi in italiano non vuol dire che quello sia l'italiano o che la lingua ufficiale non debba evolversi indipendentemente dal numero di chi la userà.

3. La lingua italiana non ha procedure per creare parole nuove (se non attraverso il punto 2) . Come può la lingua adattarsi alle nuove necessità, tecnologie, trasformazioni della società? come crescerà l'italiano? Per italiano non intendo "ciò che parlano gli italiani" ma una fonetica, grammatica insomma l'architettura della lingua.

Se questi nodi non vengono sciolti, se non si mette un'istituzione con autorità a curare la lingua rispondendo alle necessità della popolazione ad una lingua comune, si lascia il nostro canale espressivo in mano ai media che hanno altri legittimi interessi e non certo quello di curare l'italiano in base alle esigenze dei parlanti.

Le argomentazioni portate da CarloB quindi mi portano a sostenere in pieno l'operato di Marco1971 perché mi fanno notare gli effetti che l'attuale politica linguista ha avuto.

Una nota: nessuno suggerisce di vietare l'uso di termini inglesi che usati come eccezione aiutano ad esprimere certi concetti ma in Italia l'eccezione è divenuta regola e la dimensione del fenomeno è fuori controllo a mio avviso.

Marco1971 non si preoccupi lei non è certamente solo in questa operazione.

P.S. Ho scritto di fretta scusate gli errori.
Ultima modifica di fabbe in data mar, 26 apr 2005 22:45, modificato 3 volte in totale.

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » mar, 26 apr 2005 22:39

Caro Fabbe, il suo sostegno non solo mi fa molto piacere, ma mi commuove, e trovo molto intelligenti le sue osservazioni. In particolare, quando lei dice:
fabbe ha scritto:2. Le scelte sui nuovi vocaboli vengono prese dai media per ragioni editoriali (lasciando via le parole lunghe, scegliendo quelle a effetto etc) e cioè quello che è (o dovrebbe essere) un linguaggio settoriale (quello giornalistico) viene scelto (da chi non so) come lingua comune. Altro che autodeterminazione dei parlanti.

Io aggiungo: il fatto che i giornali utilizzino termini corti o inglesi invece di esprimersi in italiano non vuol dire che quello sia l'italiano o che la lingua ufficiale non debba evolversi indipendentemente dal numero di chi la userà.
mette il dito su un aspetto fondamentale, di cui pochi hanno coscienza: la lingua dei giornalisti è un linguaggio settoriale, il cui «potere plasmante» ha influssi perlopiú negativi sull’evolversi della nostra lingua perché costoro «non posseggono appieno» la lingua, per dirla col mio caro Giacomo.
fabbe ha scritto:Per italiano non intendo "ciò che parlano gli italiani" ma una fonetica, grammatica insomma l'architettura della lingua.
Ben detto!
fabbe ha scritto:Se questi nodi non vengono sciolti, se non si mette un'istituzione con autorità a curare la lingua rispondendo alle necessità della popolazione ad una lingua comune, si lascia il nostro canale espressivo in mano ai media che hanno altri legittimi interessi e non certo quello di curare l'italiano in base alle esigenze dei parlanti.
D’accordissimo con lei! Purtroppo se nessuno paga la detta e sottintesa istituzione, non si farà mai nulla d’ufficiale. Noi però, con le nostre mani meno maldestre — riprendendo un’espressione rilchiana — possiamo far qualcosa nel nostro piccolo, usando gli adattamenti o le neoformazioni che ci sembrano «attecchibili». E forse si potrebbe anche, una volta che ci si fosse messi d’accordo sui sostituti dei forestierismi piú usati, scrivere insieme una lettera aperta ai grandi quotidiani, magari solo per sensibilizzarli al fenomeno dell’anglomorfizzazione dell’italiano. Che ne dite?

Grazie ancora a Fabbe per le sue ottime considerazioni.

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Incarcato
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Intervento di Incarcato » mer, 27 apr 2005 10:18

Io la trovo un'ottima idea! Chissà che non si smuova qualcosa.

Max
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"Omles"

Intervento di Max » mer, 04 mag 2005 18:21

Oggi ero a pranzo da mia madre, una casalinga sessantacinquenne come tante amate mamme italiane. Stavamo ascoltando il TG5 e a un certo punto passa un servizio sui senzatetto. Il giornalista racconta la sua storia mentre scorrono le immagini di poveri disperati distesi per terra o, in caso di “fortuna”, su cartoni, e descrive con diversi giri di frase le figure di coloro che per disgrazia o per scelta vivono di carità. Conclude dicendo: «… sono dei senzatetto, in pratica degli homeless». Mia madre mi guarda e chiede cosa sono gli “omles” e io, pensando al morbus anglicus, rispondo che è il modo inglese di definire i “senza casa”, al che lei con stizza: «E non poteva dire cosí quel cretino?».

Che possiamo farci se un giornalista ritiene di dar maggior forza espressiva a una definizione che non aveva assolutamente bisogno di sinonimi usando un termine inglese? Forse ai suoi orecchi senzatetto suonava dozzinale o antico?

So di non aggiungere nulla di nuovo...

Saluti
Max

fabbe
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Intervento di fabbe » ven, 13 mag 2005 17:57

E' solamente una mia impressione o «magazine» si sta veramente diffondendo nella comunicazione al posto di «rivista»?

Buona intrèdima a tutti!

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Natasha
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Intervento di Natasha » ven, 13 mag 2005 23:07

fabbe ha scritto:E' solamente una mia impressione o «magazine» si sta veramente diffondendo nella comunicazione al posto di «rivista»?

Buona intrèdima a tutti!
magazine, n. m. invar. rotocalco illustrato (Garzanti 2005) :lol:

fabbe
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Intervento di fabbe » sab, 14 mag 2005 0:17

La ringrazio Natasha.

Fino a un paio di anni fa «magazine» era ancora raro, adesso mi sembra che stia diventando più comune come succede per news (notizie) living (soggiorno) killer (assassino), etc.

A questo punto vorrei chiedere un opinione sul termine «leader» (ormai diffusissimo) e le sue traduzioni in italiano nei vari ambiti.

*Leader del partito X -> presidente/dirigente del partito X
*Azienda leader nel settore X -> Azienda protagonista / di spicco nel settore X
*Leader del del gruppo musicale X -> guida del gruppo musicale X
*leader della gara sportiva-> campione della gara sportiva
*Leader (generico) -> esponente, dirigente, capo, vertici

CarloB
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Contro "magazine"

Intervento di CarloB » mer, 18 mag 2005 23:33

Abbiamo "rivista", che è del tutto chiaro. In senso più tecnico-giornalistico si può usare "settimanale" o "settimanale illustrato" (o "illustrato" senz'altro), cosa che il "magazine" generalmente è. Respingiamo "magazine".

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 » gio, 18 ago 2005 23:46

Il presidente dell’Accademia della Crusca, prof. Francesco Sabatini, ha risposto alla mia lettera elettronica riguardante la possibilità di costituire il consultorio neologico. Sono onoratissimo. Non posso naturalmente riprodurne il testo, ma siccome il messaggio non contiene informazioni che potrebbero ledere la privatezza* (per gli anglofoni che non capiscono, con questo termine si noma in italiano quel che gli anglosassoni appellano privacy) di chicchessia, mi permetto di riassumerne il contenuto.

Il professor Sabatini — se ho ben capito — in sostanza dice che:

1. un suo tentativo di coinvolgere dei linguisti in tale impresa è fallito, probabilmente perché, come sempre, non c’è chi finanzia tali gruppi di lavoro;

2. l’Accademia sta tentando di collaborare sia con i servizi terminologici degli Uffici di Bruxelles sia con l’Associazione Italiana per la Terminologia (AssITerm).
Quest’autunno dovrebbe portarci qualche lume sulla «percorribilità» di tale strada e sul finire dell’anno ci dovrebbero essere notizie di questo sul sito della Crusca.

3. l’Accademia ha sollecitato il Governo per quanto riguarda un servizio terminologico, ma, se ricordate le vicende del «Consiglio Superiore della Lingua Italiana», sapete com’è finita... Né la Crusca né le altre accademie coinvolte potevano aderire al «confuso» disegno di legge, e questo è piú che comprensibile.

Mi auguro — come, penso, molti di voi — che le collaborazioni di cui al punto 2 aprano almeno uno spiraglio e ci consentano di sperare in un futuro migliore per la nostra lingua.
______________________________________

*Privatézza, sf. Ambito degli interessi e della vita privata, personale, che si desidera difendere da intrusioni estranee (anche con riferimento al carattere strettamente personale dell’argomento di un’opera letteraria).
Montale, 12-147: I più non hanno simili preoccupazioni. Scrivono seguendo un metronomo interiore. E tutti si distinguono per la straordinaria privatezza (‘privacy’) dei loro contenuti.

— Riservatezza personale.
Piovene, 7-XII: Un francese mi ha detto, esagerando, che il rapporto delle famiglie con la strada consiste nel guardare dalle finestre nascosti dietro le cortine, o meglio ancora nel guardare la strada voltandole le spalle, in uno specchio detto spia. Rimane l’atmosfera che ho rappresentato, di privatezza, di edonismo un po’ compassato e di opacità sulla quale germina il rigorismo intellettuale. [...] (Inizio del lemma nel Battaglia)

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Intervento di Brazilian dude » dom, 21 ago 2005 4:45

Solo un suggerimento: perché nel caso in cui si è disseminato un anglicismo e si cerca un buon traducente italiano, non si ricorre allo spagnolo e al portoghese, che sono lingue vicinissime, per formare nuove parole? In portoghese diciamo privacidade e in spagnolo privacidad, allora perché no privacità in italiano? Forse questo anche spingerebbe i parlanti a usarle consci che gli spanofoli e i lusofoni li comprenderebbero senza problema. Solo un'idea.

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Intervento di Infarinato » dom, 21 ago 2005 11:14

Brazilian dude ha scritto:Solo un suggerimento: perché nel caso in cui si è disseminato un anglicismo e si cerca un buon traducente italiano, non si ricorre allo spagnolo e al portoghese, che sono lingue vicinissime, per formare nuove parole? In portoghese diciamo privacidade e in spagnolo privacidad, allora perché no privacità in italiano? Forse questo anche spingerebbe i parlanti a usarle consci che gli spanofoli e i lusofoni li comprenderebbero senza problema. Solo un'idea.
In generale, caro Brazilian dude, codesta non è affatto una cattiva idea, tutt’altro -e ci metterei anche il francese.

Nello specifico, però, *privacità non funziona in italiano: quel suffisso con la c, coerente sviluppo iberoromanzo, è impossibile in italiano. Al massimo, potremmo dire *privatità, ma, siccome privatezza è attestato (correttissimo e preciso), che bisogno c’è di coniare un nuovo vocabolo? ;)

Brazilian dude
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Intervento di Brazilian dude » dom, 21 ago 2005 14:46

Ha ragione, grazie della risposta, ma rimane il suggerimento.

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«Privacidad(e)» ~ «privatezza»

Intervento di Infarinato » dom, 21 ago 2005 20:09

A rigore (e concludo), privacidad[e] non è troppo «ben formata» nemmeno in ispagnolo [portoghese] (è un calco dell’inglese privacy), ancorché sia «sincronicamente accettabile»: cfr. http://www.ucm.es/info/especulo/numero21/privaci.html

Insomma, privatezza è molto «piú italiana» di quanto privacidad[e] sia spagnola [portoghese]: non per nulla gl’italiani le preferiscono privacy! :roll: :shock: :evil:

P.S. Sarebbe «piú spagnola [portoghese]» una parola come *privadidad[e].

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