Grafia dei neologismi formati con un prefisso cogeminante

Spazio di discussione su questioni di carattere morfologico

Moderatore: Cruscanti

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Marco1971
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Grafia dei neologismi formati con un prefisso cogeminante

Intervento di Marco1971 »

Mentre in passato — e fino a tutto l’Ottocento — le parole formate con un prefisso cogeminante seguivano normalmente le regole fonetiche (i. e. sopra + tutto > soprattutto, ecc.), oggi si tende spesso a preferire la grafia con la consonante scempia. Qualche esempio:

sovranazionale/sopranazionale, pidiessino, trequarti, blucerchiato, contrafasciato, ecc.

dovrebbero essere

sovrannazionale/soprannazionale, piddiessino, treqquarti (trecquarti?), bluccerchiato, contraffasciato, ecc.

Per alcune parole i dizionari registrano entrambe le grafie (indico per prima quella che il GRADIT usa per la trattazione del lemma):

piuccheperfetto/piucchepperfetto, soprattassa/sopratassa, sopraccitato/sopracitato, ecc.

Queste anomalie si spiegano forse col fatto che si tratta, per la maggior parte, di parole piú frequenti nella lingua scritta, che non avverte la necessità di rendere la pronuncia (tradizionale)? Ma allora perché in piuccheperfetto si raddoppia la c e non la p? Non pare anche a voi che sarebbe piú logico seguire le norme della nostra fonetica e scrivere le doppie, come s’è fatto finora?

Ma si presenta anche il caso inverso, cioè grafie con la consonante doppia laddove non ce n’era punto bisogno, come nel caso di vieppiú, che prevale di gran lunga sul corretto viepiú (molti dizionari rimandano a vieppiú).

L’incoerenza e l’accoglimento d’inutili varianti grafiche mi portano a riflettere sul ruolo dell’ortografia. Se non è possibile — né, forse, auspicabile — uniformare la pronuncia, mi sembra che l’ortografia almeno dovrebbe essere lo specchio — per quanto possibile — fedele del genio della nostra lingua (ricordo che la cogeminazione è propria dell’italiano e che, se non erro, è fenomeno ignoto alle altre lingue neolatine).

Con la speranza che le questioni qui sollevate non vi appaiano di lana caprina, mi auguro di poter leggere i vostri pareri.

Avatara utente
Infarinato
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Neologismi e tradizione ortografica

Intervento di Infarinato »

Bravo, Marco: ovviamente, io non ho nulla da obiettare, e infatti qui sopra avevo accennato alla questione proprio in codesti termini.

Al di là del discorso della [perdita della] «coerenza interna» del sistema ortografico italiano, c’è almeno una buona ragione d’ordine pratico a suggerire l’impiego d’una grafia che tenga conto delle cogeminazioni [tradizionali]: quella di fornire un ausilio visivo proprio a coloro che parlano un italiano regionale che non prevede il rafforzamento fonosintattico o in cui la cogeminazione s’effettua secondo modalità diverse da quella «standard», e questo non solo per facilitare l’eventuale apprendimento dell’«italiano neutro», ma anche semplicemente per non costringere all’assimilazione d’una serie infinita d’imprevedibili eccezioni, proprio laddove non ci si possa fidare del proprio orecchio: «sopra è cogeminante, ma non in soprasensibile, etc.».

Ma qui è bene chetarsi e ascoltare il parere di qualcun altro…

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Incarcato
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Intervento di Incarcato »

Il mio punto di vista è che questa tendenza (vieppiù, pidiessino etc.) sia un sintomo, un epifenomeno di un lento ma costante spostamento a nord del baricentro linguistico.

Potrebbe suonar strano, ma oggi a mio avviso l'utente medio della lingua si trova ad un livello di consapevolezza d'uso (in particolare: consapevolezza delle norme) inferiore rispetto all'Ottocento di cui parla Marco.

Inoltre, l'uso "normativo" e "segnaletico" della lingua - quello che stabilisce le linee di tendenza, per intenderci - è in larga parte in mano ai mezzi di comunicazione di massa, che usano direi quasi «istintivamente» il loro strumento: il Nord, oltre che regione trainante dell'economia italiana, comincia a influenzarne sensibilmente anche l'idioma.

Non voglio sollevare vespai, esprimo solo (chiedo venia: alquanto sbrigativamente) una mia impressione che mi par di scorgere nella quotidianità dei fatti.

atticus
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Intervento di atticus »

Concordo. Ma la scuola?
E i docenti di Belle Lettere? Che cosa fanno i docenti di Belle Lettere?
E i grammatici? Ho tra le mani una grammatica italiana per le scuole secondarie superiori (Dardano-Trifone): c'è da far rizzare i peli a un gatto glabro!

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Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Certamente la scuola da una parte, e i linguisti dall’altra, potrebbero far qualcosa. Credo che il problema si riduca a questo: è (ancora) lecito imporre delle norme (giustificate) o è meglio lasciare la lingua all’evoluzione «naturale»?

Il mio sentimento è che dietro l’apparentemente lodevole filosofia dell’evoluzione spontanea si lasciano le sorti della lingua in mano a chi non la padroneggia. Ma sono convinto che un numero ingente di persone desidererebbe un’autorità linguistica di riferimento (che potrebbe essere la Crusca). Insomma, volendo, si potrebbe tutelare la lingua. Il fatto è — forse — che non si vuole.

Sarei interessato a leggere i vostri pareri.

Avatara utente
Incarcato
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Intervento di Incarcato »

Dal mio punto di vista non si tratta di non voler proteggere la lingua: cui prodest?
Io penso invece che non se ne avverta nemmeno l'esigenza: è così scarsa l'attenzione ai problemi della lingua che oggi sono frequentissime le occasioni in cui, per esempio, in TV compaiono utenti stranieri che non si pongono nemmeno il problema di sapere i rudimenti e la pronuncia dell'italiano non dico bene, ma passabilmente. E la situazione non accenna affatto a migliorare.
(Ed io a vergognarmi quando parlando con un tedesco sbaglio un plurale! :cry: )

La filosofia dell'evoluzione spontanea sarebbe vera (lato sensu) anche se nelle scuole — e non solo — s'insegnasse la lingua in modo un po' più normativo: l'evoluzione spontanea della lingua sarà così migliore perchè in parte governata da buoni principî.

Io auspicherei un'autorità, che potrebbe (e storicamente, dovrebbe) essere la Crusca.
Ma perché l'Accademia ad esempio non propone nelle sedi politiche opportune delle norme per l'accentazione, che da un bel pezzo sono solo sulla carta?

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Marco1971
Moderatore
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Intervento di Marco1971 »

Concordo con lei: l'evoluzione «spontanea» dovrebbe compiersi per opera di parlanti linguisticamente preparati e consapevoli, di modo che la lingua si evolva in modo intelligente e costruttivo, e non per errore, com’è stato finora.

Neanch’io capisco bene la politica dell’Accademia della Crusca, che potrebbe far molto anche senza imporre alcunché, semplicemente suggerendo, in maniera ufficiale, quali siano le forme da preferire per chi voglia attenersi a un buon italiano. In particolare per i neologismi, i giornalisti potrebbero rivolgersi all’Accademia piuttosto che coniare, spesso male, parole nuove a volte inutili. E la cosa non sarebbe nuova: infatti fu Bruno Migliorini a proporre, nel 1932, il termine regista come equivalente del francese régisseur:

«‘Regista’ ... potrebb’essere un adattamento di ‘régisseur’ munito di tutte le qualità per attecchire.» (Citato in Migliorini, Saggi sulla lingua del Novecento, Firenze, 1963.)

Forse senza il buon senso del Migliorini, oggi diremmo ancora régisseur, come fanno i tedeschi...

Per finire, se è vero che la televisione fa scempio della lingua, il successo del Forum della Crusca — e anche di questo, speriamo — sembra dimostrare invece quanti italiani si preoccupino della correttezza e desiderino delle certezze linguistiche. Non sarebbe quindi del tutto utopico vedere l’Accademia della Crusca come un punto di riferimento «ufficializzato» cui chi diffonde la lingua su vasta scala potrebbe rivolgersi in caso di dubbio. Non escluderei di scrivere a Francesco Sabatini per avere la sua posizione in merito.

atticus
Moderatore «Dialetti»
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Intervento di atticus »

Il prof. Giovanni Nencioni ha piú volte auspicato (anche col sottoscritto) un'autorità che suggerisse la via giusta a chi usa la lingua per mestiere (i giornalisti, per esempio; i docenti d'Italiano, gli attori di teatro).
Devo, perciò, concludere che probabilmente l'Accademia può far poco. D'altra parte, non dimentichiamo che ai tempi nostri soltanto un mezzo di comunicazione di massa incide con efficacia sul costume (anche linguistico) dei piú. L'Accademia indirizza, orienta, suggerisce; e gli studiosi, gli amatori di cose di lingua raccolgono i suggerimenti. Ma la gente comune? Quella che, per parlar latino, s'inebria alle lusinghe dell'Isola dei famosi?
C'è troppa lingua (malparlata) vomitata dalla televisione e dal cinema (e dagli autori di romanzi "nazionalpopolari"), perché una istituzione "aristocratica" come la Crusca attiri l'attenzione piú di tanto.

Avatara utente
Marco1971
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Intervento di Marco1971 »

Ma perché un’istituzione che, storicamente, è l’unica adatta a fungere da «faro» linguistico non potrebbe diventare il punto di riferimento ufficiale di tutta la nazione? Non basterebbe che venisse divulgata per televisione al pubblico di tutt’Italia, perché un buon numero d’italiani fossero almeno a conoscenza della sua esistenza?

Certamente, gli autori di romanzi nazionalpopolari non se ne curerebbero, ma forse i giornalisti piú coscienziosi sí. E non dimentichiamo che gl’italiani leggono in maggioranza quotidiani e settimanali, per cui è fondamentale il ruolo di chi viene letto da un vastissimo numero di persone.

Ma so bene che è tutto inutile, ahimè... :cry: :wink:

Avatara utente
Incarcato
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Intervento di Incarcato »

Io dico: guardiamo alla Germania.
Sebbene la loro riforma lasci molto a desiderare sotto molti punti di vista (è troppo cervellotica per essere adottata con sicurezza dal birraio della Baviera), un punto è imprescindibile: per regolare certi aspetti della lingua (io ho a cuore ed insisto sull'aspetto grafematico) la sola via pervia è quella di un provvedimento avente forza di legge. Non c'è altra strada percorribile.
Ma, ahimè, con tutti i problemi che già abbiamo, chi metterebbe nel programma elettorale un simile impegno? :(

P.S.
Anche i costi da sostenere sarebbero ridotti (uno dei motivi per cui la recthschreibung tedesca è fallita — o fallirà — è la spesa assai onerosa).

Avatara utente
Marco1971
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Iscritto in data: gio, 04 nov 2004 12:37

Intervento di Marco1971 »

Io credo che sia necessario sfumare il concetto di legge: non sarebbe possibile — né auspicabile —, secondo me, obbligare la gente a osservare una legge di tipo linguistico; sarebbe invece possibile rendere noto a tutta la popolazione quali sono le norme grafiche raccomandate dall’autorità competente (la Crusca o un’associazione di linguisti). E se anche non si riuscisse a raggiungere tutta la popolazione, almeno quelle persone che per mestiere diffondono la lingua. Ma come fare per «dare il via ai lavori»?

marcri
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Intervento di marcri »

Temo molto che in Italia la categoria dei giornalisti, e in particolare quella dei giornalisti coscienziosi, stia per chiudere i battenti per mancanza di "iscritti". Leggere oggi i nostri quotidiani equivale a fare un'immersione totale nel pressappochismo linguistico, fatti salvi solo alcuni "grandi vecchi", tra i giornalisti. E temo anche che in Italia la stragrande maggioranza dei cittadini legga davvero poco i quotidiani, ad eccezione di quelli sportivi - solo al lunedì -; la televisione, che davvero avrebbe grande forza comunicativa e divulgativa, non si salva dallo scempio.

Fatta questa premessa, vorrei tentare qualche considerazione riguardo all’opportunità della creazione di un’autorità linguistica in Italia, e sulla conseguente imposizione di regole, o suggerimento di consigli, nella lingua italiana.

Cito ad esempio l'Académie française. In Francia è stata fatta, credo, una legge apposita per conferire il potere di produrre norme e effettuare controlli sulla purezza della lingua. Ma in Francia c’è ancora una fortissima identità nazionale, cosa che in Italia s’è persa nel boom economico. In Francia la Marsigliese è nel cuore di tutti i francesi, in Italia quasi più nessuno conosce l’inno nazionale, nemmeno la prima e più famosa strofa. In Italia vige l’emulazione di tutto ciò che arriva d’oltreoceano! In Francia la salvaguardia della lingua è un’esigenza, in Italia c’è un tale menefreghismo in proposito! (A meno che non si tratti di squadre di calcio).
Possiamo immaginare i governanti italiani che, come i loro omologhi francesi, dovessero promulgare una legge analoga? Ma a chi interessa il mantenimento della purezza della lingua italiana? A pochi colti letterati, stop.
Gli stessi operatori dell’informazione, che sarebbero tra i primi destinatari dell’imposizione e che hanno a loro insaputa (?) un potere divulgativo eccezionale, e che sono i primi a ignorare le regole della lingua esistenti nell’uso, attestate da autorevoli grammatiche che a loro volta contengono attestazioni dotte, studiate, e che formano (o dovrebbero formare) ancor oggi oggetto di insegnamento nelle scuole, sarebbero all’altezza? E i politici, altra categoria soggetta all’eventuale norma, dovrebbero tornare sui banchi di scuola? I primi si ribellerebbero, i secondi si guardano bene dal pensare a una tale legge. Ne resterebbero vittime loro stessi per primi.

E il popolo? Ancorché lasciato ovviamente libero di esprimersi, avrebbe comunque una reazione? Secondo me potrebbe dimostrare qualche interesse, a patto che la divulgazione sia affidata tristemente ai mass-media, che sono invece notoriamente “assassini” della lingua. L’italiano di oggi (nel senso di popolo) ignorerebbe bellamente la norma quando venisse imposta da una qualsivoglia istituzione, mentre “berrebbe” qualsiasi imposizione giungesse attraverso la scatola magica meglio conosciuta come televisore. Ma attenzione, la “berrebbe” semplicemente, automaticamente, senza lo stimolo a capire e senza approfondimento alcuno. E se non venisse “formato” anche il volgo, non si creerebbe il ricambio: gli accademici non sono una razza a sé che si moltiplica autonomamente!
Sarebbe auspicabile un percorso lungo a partire dall’insegnamento scolastico. Ma anche qui, sembra che siano cambiate le regole. Salvo qualche raro caso di coscienza, la lingua italiana viene insegnata solo come cantilena, prova ne sia che i ragazzi che stanno ancora frequentando la scuola si sforzano di produrre alla meglio per il professore che lo richiede, per il voto o per la promozione, ma quando parlano è tutt’altra cosa! E dico “parlano”, perché scrivere non se ne parla!
Forse prima occorrerebbe un mastodontica opera di rieducazione delle menti a farle libere e pensanti, poi si potrebbe forse pensare che l’imposizione dall’alto attecchisca. In altre parole, se si è inaridito il terreno, prima di seminarlo di nuovo bisogna dissodarlo, nutrirlo ecc. e fare opera di prevenzione affinché non si impoverisca nuovamente.

Altra considerazione: che importanza vien data oggi all’uso ineccepibile delle norme nella lingua italiana, parlata e scritta?
Il lassismo dilagante non risparmia ovviamente neppure l’ambito linguistico. È vero che si tende a piccole tolleranze, ma questo non aprirà un varco a tolleranze ben più grandi, proprio in considerazione del fatto che certe abitudini vengono concesse soprattutto a menti in formazione? Non vorrei che piano piano, in nome della facilità d’uso, questo tipo di linguaggio possa essere omologato.
Il popolo sta scivolando nel naïf, e nessuno fa nulla per fermarlo.

Infine, sarebbe la regola a determinare l’uso o l’uso genererebbe la regola? Questo cambierebbe la funzione dell’autorità costituita, da promotore a censore.

Ergo, che fare? Mi contento di alimentare la discussione in questo forum, che ha comunque, tra gli altri, anche il compito di dare un contributo linguistico.

atticus
Moderatore «Dialetti»
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Iscritto in data: ven, 12 nov 2004 23:28
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Intervento di atticus »

Non illudiamoci -sottolineava Graziadio Isaia Ascoli- di poter imporre con un atto d'imperio quello che la storia ha sempre negato all'Italia [una sola lingua, Ndr].
Detto ciò, credo che noi (persone colte, posso dirlo?), che molto vogliamo poco possiamo in cose di lingua, ogni tanto dovremmo rammentare che: siamo sempre stati eccessivamente preoccupati della forma (e il vulgo su questa strada non ci segue. Non può); abbiamo "ogni tanto" tacitamente (non solo) disprezzato il vulgo; il quale ciò sa e, per conseguenza, disprezza noi.
Marco71 mi permetta una domanda: la tivvú, questa tivvú, vorrà davvero propagar la lingua?

Avatara utente
Marco1971
Moderatore
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Iscritto in data: gio, 04 nov 2004 12:37

Intervento di Marco1971 »

Gentile atticus,

ammetto di non capire la sua domanda...

Non sono molto d’accordo con la sua affermazione sul disprezzo del volgo. Mi sembra che non si tratti di disprezzo, bensí di costatazione del fatto che esso sovente usa la lingua a sproposito, il che è diverso, perché non c’è nessuna valutazione morale.

Una lingua perfettamente uguale diatopicamente non esiste in nessuna nazione, e men che meno da noi. Il discorso era questo: se noi trovassimo il modo e i mezzi di por fine al dilagare dei neologismi mal formati o semplicemente inutili, se potessimo avere un’istituzione ufficiale di riferimento, se la scuola formasse meglio gli alunni, allora forse avremmo un pochino piú d’ordine in fatto d’ortografia e di proprietà. E questo non significherebbe affatto ridurre la libertà d’espressione; significherebbe soltanto che le sorti della lingua sarebbero affidate a locutori informati.

Non imporre, ma informare.

Avatara utente
Incarcato
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Iscritto in data: lun, 08 nov 2004 12:29

Intervento di Incarcato »

Sono d'accordo con Lei, Marco. Occorre informare, ma...

Ma dobbiamo anche assicurare che l'informazione abbia i mezzi e l'autorità per imporsi agli occhi degli utenti.


Oggi a me pare che una sola lingua possiamo proprio dire d'averla: siamo qui a discutere piuttosto per salvaguardarla dall'influenza nefasta che le lingue straniere possono esercitare se non sono inserite coerentemente e soprattutto con moderazione.

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