Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

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angiolierifan1260
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Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

Intervento di angiolierifan1260 »

Salve a tutti. Torno ad ingombrare il fòro, spero con risultati fruttiferi. Vorrei ringraziare coloro che hanno risposto nel mio filone di qualche mese fa e scusarmi per la mia carenza su alcuni argomenti, che ha fatto perder tempo ai contributori; cercherò di essere più serrato.

Or bene, Pär Larson nel suo capitolo di fonologia parla in questi termini del RF in italiano antico:
In it. ant. era infatti attivo ed è ampiamente documentato il fenomeno definito raddoppiamento (o rafforzamento) fonosintattico, cioè l’allungamento di una consonante iniziale di parola dopo una serie di lessemi perlopiù continuatori di etimi a uscita consonantica: a, à / ha, appo ‘presso’, che, come, contra, da, e, è, fra, infra, intra, ma, né, o, perché, se, sè ‘(tu) sei’, sì, sopra, tra: (seguono esempi)
Cita egli tra le altre parole contra e sopra, ma non dà poi esempi per dirle raddoppianti. Sulla seconda di queste mi sembra anzi contraddire Castellani, che descrisse [sopra*] in modo più che deciso come "argenteismo" venuto in uso nel 1400; in effetti negli originali di Petrarca e Boccaccio si trovano solo forme quali sopragiunta, sopravenire, sopranome. Per contra non trovo affermazioni specifiche. Castellani ne "Il più antico statuto dell'arte degli oliandoli di Firenze" (Saggi di linguistica e filologia italiana e romanza [1946 – 1976]) dice spogliando appunto lo statuto:
Come negli altri testi di quest'epoca, non c'è raddoppiamento dopo sopra (troviamo sopranomi 17 r. 5, 23 v. 6, oltre a forme come sopradetto 23 v. 12, 41 r. 22, sopra detta 29 r. 8, -i 20 r. 21-22, in cui è possibile veder due parole e non una sola). Il rafforzamento manca anche dopo contra, in contradicitore 19 r. 13 (e contradirà 19 r. 11).
E non è ben chiaro se voglia proporre anche la mancanza di geminazione dopo contra come fatto generale del tempo, ma a questo punto direi di no. Per Dante sembra che i filologi convengano sul non-raddoppiamento (come in contrapesando o in contrapasso, per quanto questo sia un vero e proprio latinismo). Nel TLIO trovo che forme come contraddire sarebbero attestate per Bono Giamboni, nato anche prima di Dante, ma non riesco a risalire all'epoca dei codici. Comunque, Petrarca non presenta forme utili che io sappia, mentre Boccaccio ha contradire (2 volte), contradizione, contrafare (2 volte) ma anche contraffare (2 volte). Si tratta non ancora di vero fiorentino, ma di un certaldesismo? Erano già in variazione? O si tratta di un argenteismo post-1300 che Boccaccio dimostra tra i primi? Nel dubbio mi pare ora che la pronuncia non raddoppiante sia più certa e di sicuro più antica, ma se qualcuno può aiutarmi a sciogliere il dubbio, gli sarei grato.

Una seconda questione è la seguente. Poco dopo Larson scrive:
La documentazione superstite non permette invece di supporre per l’it. ant. un raddoppiamento generalizzato dopo parola ossitona di qualunque origine, analogo a quello che si verifica in fior. mod.
Al punto 4 di "Due note sul raddoppiamento fonosintattico", Loporcaro cita invece 10 esempi dall'OVI del tipo tu ssai (la parola "tu", presumo appositamente, non è tra quelle elencate da Larson come raddoppianti). Si tratta di un monosillabo, quindi non si può dire che "tu sai" abbia proprio la stessa struttura di "andò via" o "città partita", ma la ragione del raddoppiamento è comunque l'accento. Non va ciò in contrasto col capitolo del Larson?
Inoltre, propongo un ragionamento mio ma che probabilmente si presta ad essere smentito: come si spiega allora che facciano eccezione al RF da ossitonia quasi solo le parole colpite dalla dugentesca "apocope toscana", eccezione che per altro già Bembo notava? Parlo insomma di frasi come vorre' bere. Come ricostruzione più immediata (ma non per questo corretta) si sarebbe tentati di postulare che a FIrenze tutti gli ossitoni erano già stati caratterizzati come [+RF] all'inizio del 1200, e che questa "cogeminantizzazione" degli ossitoni, qual che ne sia la spiegazione secondo la teoria fonetica, non fosse già più produttiva quando l'apocope /Vj/ > /V/ divenne corrente nella seconda metà del secolo.

Grazie mille per la pazienza.
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Re: Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

Intervento di Infarinato »

Fuori tema
angiolierifan1260 ha scritto: mar, 12 mag 2026 3:29 Castellani ne "Il più antico statuto dell'arte degli oliandoli di Firenze"…
:evil: → DOP
Sí, sopra e contra dovevano provocare il RF (di tipo «irregolare» o morfolessicale) già in epoca antica (come dimostrano le varie voci del TLIO che hanno l’uno o l’atro come primo elemento), ma in maniera meno sistematica, probabilmente essendo ancora ben viva l’autorità del modello latino, e fortemente avvertito il prestigio delle relative voci (con super- e contra‑, ovviamente senza raddoppiamento della consonante successiva).
angiolierifan1260 ha scritto: mar, 12 mag 2026 3:29 Una seconda questione è la seguente. Poco dopo Larson scrive:
La documentazione superstite non permette invece di supporre per l’it. ant. un raddoppiamento generalizzato dopo parola ossitona di qualunque origine, analogo a quello che si verifica in fior. mod.
Al punto 4 di "Due note sul raddoppiamento fonosintattico", Loporcaro cita invece 10 esempi dall'OVI del tipo tu ssai (la parola "tu", presumo appositamente, non è tra quelle elencate da Larson come raddoppianti). Si tratta di un monosillabo, quindi non si può dire che "tu sai" abbia proprio la stessa struttura di "andò via" o "città partita", ma la ragione del raddoppiamento è comunque l'accento. Non va ciò in contrasto col capitolo del Larson?
Inoltre, propongo un ragionamento mio ma che probabilmente si presta ad essere smentito: come si spiega allora che facciano eccezione al RF da ossitonia quasi solo le parole colpite dalla dugentesca "apocope toscana", eccezione che per altro già Bembo notava? Parlo insomma di frasi come vorre' bere. Come ricostruzione più immediata (ma non per questo corretta) si sarebbe tentati di postulare che a FIrenze tutti gli ossitoni erano già stati caratterizzati come [+RF] all'inizio del 1200, e che questa "cogeminantizzazione" degli ossitoni, qual che ne sia la spiegazione secondo la teoria fonetica, non fosse già più produttiva quando l'apocope /Vj/ > /V/ divenne corrente nella seconda metà del secolo.
Purtroppo non si può dedurre molto da un articoletto di poche pagine, soprattutto se non si è già esperti dell’argomento: corra súbito a procurarsi in biblioteca L’origine del raddoppiamento fonosintattico: saggio di fonologia diacronica romanza di Michele Loporcaro (Basilea e Tubinga: «Francke Verlag», 1997). ;)

Nel [fondamentale] saggio di cui sopra l’autore spiega le ragioni fonologiche del mancato RF per le apocopi toscane, mentre qui io ne do una spiegazione piú propriamente fonetica.

Quanto all’antichità del RF «regolare» o fonologico (cioè condizionato dall’accento), il Larson si mostra cauto, ma i parecchi e svariati esempi addotti dal Loporcaro alle pp. 45–6 del suo saggio inducono a ritenere che già nel fiorentino dugentesco la situazione fosse identica a quella dell’italiano (toscano) odierno.
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Re: Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

Intervento di Carnby »

Contradire è ancora vivo nel toscano parlato.
angiolierifan1260
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Re: Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

Intervento di angiolierifan1260 »

Infarinato ha scritto: mar, 19 mag 2026 22:10 Nel [fondamentale] saggio di cui sopra l’autore spiega le ragioni fonologiche del mancato RF per le apocopi toscane, mentre qui io ne do una spiegazione piú propriamente fonetica.
La ringrazio per la risposta esaustiva. Mentre cerco di procurarmi il saggio di Loporcaro, le chiedo però se ho compreso bene il suo scritto. In poche parole spiega che l'apocope toscana a fine parola avviene solo in protonia, e che vorre' parlare non ha raddoppiamento perché non c'è una ipotetica forma tonica [vor'rE*] da cui trarre il carattere raddoppiante, ma solo [vor'rEi]. Lo stesso discorso varrebbe per po' che nasce (?) come variante protonica di poco. Mentre, mi viene da pensare che così vada inteso, città subisce proprio un'apocope completa in tutte le occorrenze del lemma (almeno come stadio finale), e quindi è oggetto del raddoppiamento analogico. Ho capito bene?
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Re: Raddoppiamento fonosintattico nell’italiano antico

Intervento di Infarinato »

angiolierifan1260 ha scritto: mer, 20 mag 2026 18:59 Mentre cerco di procurarmi il saggio di Loporcaro, le chiedo però se ho compreso bene il suo scritto. In poche parole spiega che l'apocope toscana a fine parola avviene solo in protonia […] Lo stesso discorso varrebbe per po' che nasce (?) come variante protonica di poco. Mentre, mi viene da pensare che così vada inteso, città subisce proprio un'apocope completa in tutte le occorrenze del lemma (almeno come stadio finale), e quindi è oggetto del raddoppiamento analogico.
Meglio: raddoppiamento «rianalitico». Sí, le apocopi toscane sono esclusivamente protoniche, mentre [un] po’ è prevalentemente/fondamentalmente protonico. Ma il discorso è piuttosto complicato e decisamente tecnico, difficile da comprendere senz’aver prima letto (e ben assimilato) il saggio del Loporcaro…

Ribadisco inoltre la mia (e non solo mia) personale convinzione che il RF come prodotto di una regola fonologica specifica (applicantesi in sandhi esterno nel contesto V[+acc]#_ e ordinata prima della regola di cancellazione di semivocale finale in contesto non prepausale) costituisca di gran lunga la tesi piú economica. Tuttavia, il mancato dittongamento in bene e in parecchie parole proparossitone m’ha portato a riflettere sul «fattore protonico» e su come non abbia molto senso tentare di confutare la tesi di un RF subordinato alla regola di buona formazione sillabica, in quanto quest’ultima non pare valere fuor di tonía.
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