[VEC] Forme analogiche di «stare», «dare» rifatte su «fare»

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Ferdinand Bardamu
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[VEC] Forme analogiche di «stare», «dare» rifatte su «fare»

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Nel mio dialetto alcune forme della coniugazione dei verbi stare, dare e nare (=andare) sono rifatte in analogia con la coniugazione di fare. Prendiamo, ad esempio, stare:
  • Indicativo presente: (vualtri) staxí (=voi state) come faxí (=fate).
    Indicativo imperfetto: mi staxea (=stavo), ti te staxei (=stavi), lu el staxea (=stava), vualtri staxívi (=stavate), luri i staxea (=stavano), come faxea, faxei, faxívi.
    Congiuntivo presente: che mi staga (=che io stia) come che mi faga.
Lo stesso vale per le coniugazioni di nare e dare. L’analogia, per quanto riguarda il verbo dare, si estende talvolta anche al participio passato: go dato (=gli/le ho dato) accanto a go dà.

Le forme che ho elencato — a eccezione dei congiuntivi (daga, staga, vaga) — non sono obbligatorie e si alternano con le regolari: (vualtri) stè, davi, stavi, mi stava, dava, ecc.

Esistono, nei vostri dialetti, forme analogiche simili?

Avatara utente
Infarinato
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Re: [VEC] Forme analogiche di «stare», «dare» rifatte su «fa

Intervento di Infarinato »

Certo! Per esempio, andiedi etc. per andai etc., quasi che andare fosse un composto di dare. :D

Avatara utente
Ferdinand Bardamu
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Intervento di Ferdinand Bardamu »

Caspita, è vero! Avevo aperto io stesso un filone al riguardo. :D

Avatara utente
Millermann
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Re: [VEC] Forme analogiche di «stare», «dare» rifatte su «fa

Intervento di Millermann »

Ferdinand Bardamu ha scritto:Nel mio dialetto alcune forme della coniugazione dei verbi stare, dare e nare (=andare) sono rifatte in analogia con la coniugazione di fare.
[…]
Esistono, nei vostri dialetti, forme analogiche simili?
Non precisamente nel mio dialetto (almeno non mi pare d'averlo mai notato), ma in diversi altri dialetti calabresi ho spesso sentito la versione di [alcune voci di] stare rifatta sul modello di fare.
In altre parole, queste voci (tipicamente nella quarta e quinta persona del presente indicativo) contengono la sillaba «ce» del latino facere, come se derivassero da un presunto *stacere. Dunque si ha qualcosa del tipo «(nui) stacímu, (vui) stacíti» come «(nui) facímu, (vui) facíti», al posto del "regolare" «(nui) stamu, (vui) stati».

Presento un esempio preso dalla Rete, evidentemente in un dialetto calabrese centro-meridionale (visto il "passato remoto"):

«Ma stacitivi queti ca ni rumpistivu i….timpani e jati facitilu… a n'atra parta ssu concertu…»

(Ma state(vi) quieti ché ci avete rotto i... timpani e andate a farlo... da un'altra parte sto concerto...)

Si nota qui chiaramente «staciti» rifatto come «faciti». Tra l'altro, mi pare che stacere per stare si ritrovi anche nel napoletano. :)
In Italia, dotta, Foro fatto dai latini

Ligure
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Re: [VEC] Forme analogiche di «stare», «dare» rifatte su «fare»

Intervento di Ligure »

Leggo solo ora. Certo, anche nei dialetti liguri e, in particolare, in quelli di tipo genovese.
In gran parte della coniugazione, ma cito, per semplicità, soltanto le I pers. dell'ind. pres..

Non sono, però, sicuro - almeno, per il ligure - che il "punto d'innesco" sia davvero il verbo
"fare". Il socioletto aristocratico urbano conosceva daggu = do, faggu = faccio, staggu = sto,
diggu = dico, vaggu = vado e veggu = vedo (da, rispettivamente, dâ = dare, fâ = fare, stâ =
stare, dî = dire, andâ = andare e vei = vedere).

Attualmente, andare si dice anâ - si usa solo la forma popolare - e vedere vedde - si usa solo l'italianismo, non più
l'esito di derivazione diretta -.

Inoltre, faggu, vaggu e veggu sono avvertiti come "provinciali" e, in città, si usano esclusivamente le forme fassu - anetimologica esattamente come quella italiana (che si potrebbe far risalire a una sillabazione /'fak-jo/ "emendata" in/'fak-kjo/ - esattamente come in /'brak-kjo/ -, altrimenti non si può spiegare l'esito italiano) -, ma di derivazione diretta, e gli esiti vaddu e veddu - chiaramente "italianismi" (come caratterizzato dalla relativa geminazione anetimologica) "storicamente" recenti -.

In Liguria, come, per altro, anche in Toscana, non si sarebbe potuto avere un esito di derivazione
diretta quale faggu da /'fak-kjo/, ma solo l'altra "forma", cioè fassu<fazzu<facciu</'fak-kjo/.

Quindi, l'innesco ligure - da cui, a seguire, tutti gli altri esiti (per analogia) - potrebbe essere
stato rappresentato da veggo>veggu ("analogo" sugli anetimologici - in quanto a geminazione -
leggo, reggo, posseggo et c. ... ?) ...

Infatti, nei dialetti genovesi occorrerebbe riuscire a spiegare anche la geminazione anetimologica,
in queste "occorrenze", evidentemente, non imputabile alla possibilità di essere degli italianismi.
L'esito vaggu = vado, ad es., non è chiaramente un prestito dalla lingua italiana e, se pure [-g-]
potrebbe essere stato inserito a seguito del "dileguo" di [-d-] dovuto al "normale" effetto locale
del processo di lenizione consonantica, non ci sarebbe stata alcuna ragione per cui si sarebbe
dovuta sviluppare una geminazione del fonema. Infatti, in űga ['y:ga] = uva, [-g-] rimpiazza [-v-],
ridottosi allo zero fonico in una voce di cui, evidentemente, sopravvisse esclusivamente la forma
del socioletto popolare, poi "riplasmata". Ma il fonema [-g-], introdotto "tardivamente", non è
geminato!

Se qualcuno conosce un italianista che abbia trattato - in modo convincente - queste forme dialettali
- non solo liguri -, sarei interessato a leggerlo per verificare se esiste una visione chiara e convincente
di questi tipi specifici di flessioni verbali.

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