La voce genovese del socioletto borghese urbano
bisciuêta /bi'ʃwe:ta/ = salvadanaio, caratterizzata da iotacismo di /y/>/i/, deriva da quella corrispondente del socioletto aristocratico (da tempo estinto), cioè
bisciuŕetta /,biʃʃu'ŕetta/, quale risultato della transizione evolutiva rappresentabile come:
/,biʃʃu'ŕetta/>/,biʃʃu'etta/>/bi'ʃwe:ta/.
In essa si può notare la riduzione allo zero fonico dell'approssimante /-ŕ-/ intervocalico, la formazione dello pseudodittongo /'-we:-/ e la conseguente degeminazione di /'-tt-/ originario (in quanto appartenente all'usuale desinenza dei suffissi diminutivi, la quale si sarebbe, invece, conservata - in assenza di processi evolutivi confrontabili con quello descritto sopra - come, ad es., in
galettu /ga'lettu/ = galletto, dal
simplex gallu /'gallu/ = gallo, et c.).
Appare evidente - dalla forma aristocratica urbana riferita,
bisciuŕetta /,biʃʃu'ŕetta/ = salvadanaio - come, morfologicamente, essa potrebbe essere considerata il diminutivo del termine riscontrabile nel ligure occidentale.
Per altro - durante l'epoca di
ancien régime - anche in città esisteva la voce
simplex , rappresentata da
bisciuŕa /'biʃʃuŕa/, ma essa indicava esclusivamente la “portantina”, la quale, sorretta da servitori, consentiva l'unica modalità con cui gli aristocratici potessero percorrere tutta l'estensione dell'ambito cittadino del tempo.
Infatti, moltissime residenze nobiliari non risultavano raggiungibili in carrozza, come, per altro, gran parte dell'agglomerato urbano d'allora.
Gli appartenenti alle altre classi sociali - non esistendo alcuna forma di trasporto pubblico - potevano contare esclusivamente su
ŕe ganbe.
P.S.: occorre, comunque, prestare attenzione al fatto che - per poter pervenire agli esiti liguri analizzati - non si può partire dal lat.
bŭxĭdă (a sua volta proveniente dal greco tardo
πυξίδα), ma risulta inevitabile dover ammettere un cambiamento di suffisso per poter giungere a
bŭxŭlă(m) [proprio come si verificò anche relativamente alle voci italiane direttamente confrontabili, quale, ad es., “bussola”].
Questo non sono io, che non mi occupo d'etimologie, ad affermarlo, ma proprio E. Azaretti, l'autore del testo “
L'evoluzione dei dialetti liguri”, il quale fornisce le informazioni linguistiche relative al ventimigliese e, inoltre - a pag. 127 -, tratta proprio del cambiamento di suffisso in questione.
Dal greco tardo
πυξίδα - tramite il lat.
pyxĭdĕ(m) - è giunta, invece, la voce dotta italiana “pisside”.
I termini riferiti nell'intervento hanno origine nel lat.
bŭxŭs = bosso (in Toscana anche bossolo) -
Buxus sempervirens -, a sua volta dal greco
πύξος.
P.P.S.: alla famiglia di voci proposte se ne potrebbero aggiungere altre, seppure la loro affinità non risulti di tipo diretto. Ad es., il
bisciulottu /ˌbiʃʃu'lɔttu/ indica l'urna per l'estrazione, un tempo - per antonomasia - quella del gioco del lotto, localmente detto
semmenâju /ˌsemme'na:ju/. Si tratta, evidentemente, d'un italianismo in quanto /-l-/ non si sarebbe potuto conservare in una voce di derivazione diretta e sarebbe giunto - attraverso /-ŕ-/ - allo zero fonico. Ma così non è stato.
Il
bisciulâju /ˌbiʃʃu'la:ju/ costituiva, invece, la denominazione originaria del “pasticciere”, da tempo sostituita dall'italianismo
pastisê /ˌpasti'se:/. Anticamente il
bisciulâju /ˌbiʃʃu'la:ju/ non era né un negoziante né un imprenditore. Lavorava nel palazzo di un nobile, che non era soltanto il suo cliente, ma, soprattutto, il suo padrone. Per altro, si contava molto sulle sue preparazioni per il successo dei banchetti offerti agli ospiti della casa. In questo caso l'antica voce locale, seppure - almeno apparentemente - “conforme”, sembra rappresentare, sotto l'aspetto linguistico, un parente “falso”, estraneo alle origini della famiglia.