Il salvadanaio

Spazio di discussione su questioni di dialettologia italiana e italoromanza

Moderatore: Dialettanti

Intervieni
Daphnókomos
Interventi: 624
Iscritto in data: sab, 08 giu 2019 14:26
Località: Bassa veronese

Il salvadanaio

Intervento di Daphnókomos »

Dialettalmente da me è la musina /mu'zina/, «forse dal "muso" della forma a maialino di certi salvadanai» - scrive Filippo Bonfante* nel suo dizionarietto veronese-italiano - «ma più verosimilmente dal termine greco da cui deriva il termine "elemosina"», ἐλεημοσύνη.

E da voi? :)

* Il dialetto veronese. Grammatica e dizionario essenziale, Cierre Edizioni, 2018
Graffiacane
Interventi: 453
Iscritto in data: ven, 30 lug 2021 11:21

Re: Il salvadanaio

Intervento di Graffiacane »

In dialetto piacentino si dice salvadinè (ma alcuni vocabolari riportano, credo erroneamente, l'accento acuto in luogo del grave).
Avatara utente
Millermann
Interventi: 1876
Iscritto in data: ven, 26 giu 2015 19:21
Località: Riviera dei Cedri

Re: Il salvadanaio

Intervento di Millermann »

In Calabria si usa la stessa parola, d'origine napoletana, presente, nelle sue diverse varianti, anche in siciliano e in gran parte dell'Italia centrale e meridionale.

Da me, in particolare, è 'u carusíëllu /karuˈsiəllu/, quasi uguale al napoletano carusiello /karuˈsjɛllə/; nel resto della regione troviamo varianti con il nesso /ll/ palatalizzato (caruseju) o piú spesso retroflesso (carus(i)eddhu), come avviene anche per il siciliano caruseddu.

Non è una semplice rassomiglianza, è proprio la parola che ha dato origine all'italiano carosello nelle sue diverse accezioni. Deriva inizialmente da caruso (ragazzo, cosí detto per la consuetudine di avere la testa «carusata», cioè rapata), che ricordava la forma tonda e liscia del tipico salvadanaio di coccio. ;)
Immagine

Ricordo che, da bambino, chiamavo cosí il mio salvadanaio, anche se non era di coccio ma di metallo, e con l'apertura a combinazione.  :P
In Italia, dotta, Foro fatto dai latini
Avatara utente
Ferdinand Bardamu
Moderatore
Interventi: 5217
Iscritto in data: mer, 21 ott 2009 14:25
Località: Legnago (Verona)

Re: Il salvadanaio

Intervento di Ferdinand Bardamu »

Daphnókomos ha scritto: mar, 10 feb 2026 17:25 Dialettalmente da me è la musina /mu'zina/, «forse dal "muso" della forma a maialino di certi salvadanai» - scrive Filippo Bonfante nel suo dizionarietto veronese-italiano - «ma più verosimilmente dal termine greco da cui deriva il termine "elemosina"», ἐλεημοσύνη.
Marcello Bondardo nel suo Dizionario etimologico del dialetto veronese scrive alla voce «muśína»:

[D]a un tardo lat. *alemosina, dal bizant. eleemosyne ‘elemosina’ (REW 2839, DEI musina, EV muśína). Direttamente dal greco per via dell'accento (eleemosýne), per il CORTELAZZO 152-3.
Avatara utente
u merlu rucà
Moderatore «Dialetti»
Interventi: 1347
Iscritto in data: mar, 26 apr 2005 8:41

Re: Il salvadanaio

Intervento di u merlu rucà »

Ligure occidentale bǜsciuřa ['byʃuɹa] ‘salvadanaio’ dal greco buxis/pyxis ‘scatola’ LEI 8,506-61;
genovese buscioeta [byˈʃweːta]
Largu de farina e strentu de brenu.
Ligure
Interventi: 431
Iscritto in data: lun, 31 ago 2015 13:18

Re: Il salvadanaio

Intervento di Ligure »

La voce genovese del socioletto borghese urbano bisciuêta /bi'ʃwe:ta/ = salvadanaio, caratterizzata da iotacismo di /y/>/i/, deriva da quella corrispondente del socioletto aristocratico (da tempo estinto), cioè bisciuŕetta /,biʃʃu'ŕetta/, quale risultato della transizione evolutiva rappresentabile come:

/,biʃʃu'ŕetta/>/,biʃʃu'etta/>/bi'ʃwe:ta/.

In essa si può notare la riduzione allo zero fonico dell'approssimante /-ŕ-/ intervocalico, la formazione dello pseudodittongo /'-we:-/ e la conseguente degeminazione di /'-tt-/ originario (in quanto appartenente all'usuale desinenza dei suffissi diminutivi, la quale si sarebbe, invece, conservata - in assenza di processi evolutivi confrontabili con quello descritto sopra - come, ad es., in galettu /ga'lettu/ = galletto, dal simplex gallu /'gallu/ = gallo, et c.).

Appare evidente - dalla forma aristocratica urbana riferita, bisciuŕetta /,biʃʃu'ŕetta/ = salvadanaio - come, morfologicamente, essa potrebbe essere considerata il diminutivo del termine riscontrabile nel ligure occidentale.

Per altro - durante l'epoca di ancien régime - anche in città esisteva la voce simplex , rappresentata da bisciuŕa /'biʃʃuŕa/, ma essa indicava esclusivamente la “portantina”, la quale, sorretta da servitori, consentiva l'unica modalità con cui gli aristocratici potessero percorrere tutta l'estensione dell'ambito cittadino del tempo.

Infatti, moltissime residenze nobiliari non risultavano raggiungibili in carrozza, come, per altro, gran parte dell'agglomerato urbano d'allora. :?

Gli appartenenti alle altre classi sociali - non esistendo alcuna forma di trasporto pubblico - potevano contare esclusivamente su
ŕe ganbe. :wink:

P.S.: occorre, comunque, prestare attenzione al fatto che - per poter pervenire agli esiti liguri analizzati - non si può partire dal lat. bŭxĭdă (a sua volta proveniente dal greco tardo πυξίδα), ma risulta inevitabile dover ammettere un cambiamento di suffisso per poter giungere a bŭxŭlă(m) [proprio come si verificò anche relativamente alle voci italiane direttamente confrontabili, quale, ad es., “bussola”].

Questo non sono io, che non mi occupo d'etimologie, ad affermarlo, ma proprio E. Azaretti, l'autore del testo “L'evoluzione dei dialetti liguri”, il quale fornisce le informazioni linguistiche relative al ventimigliese e, inoltre - a pag. 127 -, tratta proprio del cambiamento di suffisso in questione.

Dal greco tardo πυξίδα - tramite il lat. pyxĭdĕ(m) - è giunta, invece, la voce dotta italiana “pisside”.

I termini riferiti nell'intervento hanno origine nel lat. bŭxŭs = bosso (in Toscana anche bossolo) - Buxus sempervirens -, a sua volta dal greco πύξος.

P.P.S.: alla famiglia di voci proposte se ne potrebbero aggiungere altre, seppure la loro affinità non risulti di tipo diretto. Ad es., il bisciulottu /ˌbiʃʃu'lɔttu/ indica l'urna per l'estrazione, un tempo - per antonomasia - quella del gioco del lotto, localmente detto semmenâju /ˌsemme'na:ju/. Si tratta, evidentemente, d'un italianismo in quanto /-l-/ non si sarebbe potuto conservare in una voce di derivazione diretta e sarebbe giunto - attraverso /-ŕ-/ - allo zero fonico. Ma così non è stato.

Il bisciulâju /ˌbiʃʃu'la:ju/ costituiva, invece, la denominazione originaria del “pasticciere”, da tempo sostituita dall'italianismo pastisê /ˌpasti'se:/. Anticamente il bisciulâju /ˌbiʃʃu'la:ju/ non era né un negoziante né un imprenditore. Lavorava nel palazzo di un nobile, che non era soltanto il suo cliente, ma, soprattutto, il suo padrone. Per altro, si contava molto sulle sue preparazioni per il successo dei banchetti offerti agli ospiti della casa. In questo caso l'antica voce locale, seppure - almeno apparentemente - “conforme”, sembra rappresentare, sotto l'aspetto linguistico, un parente “falso”, estraneo alle origini della famiglia.
Ligure
Interventi: 431
Iscritto in data: lun, 31 ago 2015 13:18

Re: Il salvadanaio

Intervento di Ligure »

Data la lunghezza del messaggio precedente, aggiungo - in modalità separata - un ulteriore (e legittimo) membro della famiglia linguistica illustrata, come m'è stato richiesto di fare.

Probabilmente lo ritenevo scontato, ma l'osservazione rivoltami - dato l'oggetto che riguarda, in un contesto storico di viaggi per mare - risulta più che adeguata.

Si tratta semplicemente della büsciua /'byʃʃwa/ = bussola (nell'estinto socioletto aristocratico büsciuŕa /'byʃʃuŕa/).

In una voce come la precedente la conservazione di /y/, che non subisce il fenomeno di iotacismo rilevabile in altri componenti familiari, appare, in qualche modo, intenzionale, in quanto il fonema /y/ rappresenta la modalità locale (d'un tempo) di conservare l'allineamento colla pronuncia della lingua di cultura.

Per altre voci che la sensibilità del tempo riteneva potessero sottrarsi a un confronto "diretto" - come, ad es, nel caso della cassetta dell'elemosine in chiesa (tradizionalmente di legno) - si continuò ad adoperare la vocale /i/</y/ e a dire, quindi, bisciua /'biʃʃwa/ o bisciuŕa /'biʃʃuŕa/ nel linguaggio nobiliare. Era, infatti, ritenuto importante potersi capire bene ed evitare omonimie indesiderate.
Avatara utente
u merlu rucà
Moderatore «Dialetti»
Interventi: 1347
Iscritto in data: mar, 26 apr 2005 8:41

Re: Il salvadanaio

Intervento di u merlu rucà »

Mia madre e i miei nonni usavano büsciua per salvadanaio, ma si tratta di genovese della Val Polcevera (tra Pontedecimo e Bolzaneto).
Largu de farina e strentu de brenu.
Ligure
Interventi: 431
Iscritto in data: lun, 31 ago 2015 13:18

Re: Il salvadanaio

Intervento di Ligure »

Certo, lo iotacismo di /y/ originario costituiva una caratteristica identificativa del genovese urbano.

D'altronde, un locutore del socioletto borghese urbano avrebbe anche pronunciato "giuravo" come:
ziâva /'zja:va/.

A partire dallo stadio evolutivo corrispondente al socioletto aristocratico urbano -züŕâva /zy'ŕa:va/ = giuravo, si ebbe la transizione rappresentabile come:

zy'ŕa:va/>/zy'a:va/>/'zɥa:va/>/'zja:va/.

La voce verbale - come lei sa benissimo - era, infatti, pervenuta in città a una struttura bisillabica, in quanto, nel centro urbano, il nesso /'-ɥV:/ era passato, da tempo, a /'-jV:/ - v. sopra -.

Per altro, anche /y/ non seguito da vocale può passare a /i/. Infatti, il corrispondente locale tradizionale di "negozio" è bitêga /bi'te:ga/</by'te:ga/.

Infatti, tradizionalmente, si trattava, comunque, sempre di un genovese pronunciato - in modo specifico - in relazione a una località, talvolta una "zona" (mai molto ampia), e - non infrequentemente - anche in funzione (per determinati aspetti) della classe d'età cui apparteneva il locutore.

Si trattava ancora del dialetto in continuità storica con quello tradizionale. Che i "locutori nativi" dell'epoca (non ancora sostituiti dai "cultori", i quali non possono averlo appreso in famiglia per ragioni semplicemente anagrafiche - essendone stata interrotta, in città, la trasmissione diretta) avrebbero ancora definito tale (cioè "dialetto") esclusivamente in base a due soli parametri:

1) in quanto appreso direttamente dai genitori nell'ambiente familiare;

2) in quanto parlato - ancora spontaneamente - in conformità alla pronuncia (all'uso) locale.

Non certamente facendo riferimento a "regole", descrizioni, testi, "standard" (concetto del tutto alieno all'esperienza e alla convinzione dei "locutori nativi" del genovese urbano) e quant'altro ...

Ormai, per quanto riguarda il genovese urbano, non sarà più possibile ottenere informazioni nelle modalità - "circostanziate" - in cui lei è ancora in grado - e abituato - a fornirle (cioè quali persone come informatrici, le loro classi d'età, in senso "generazionale", località).

D'altronde, andrebbe riconosciuto che esse corrispondono a quella che era l'effettiva realtà linguistica tradizionale, cioè di quando il genovese era ancora parlato (non quale forma di "spettacolo" - in ambiti "dedicati", ma, tendenzialmente, un po' "ghettizzanti" -).

Il genovese ancora impiegato nelle relazioni interpersonali dai "locutori nativi" non corrispondeva a nessuna conformità specifica a regole o pronunce stabilite da "autori" o "associazioni". Ognuno parlava ancora - in continuità diretta con aspetti storici della realtà linguistica locale - il genovese del proprio quartiere, della propria località.

P.S.: anche parlando con un interlocutore urbano (che non avrebbe potuto nutrire alcun dubbio sulla sua identificazione specifica) un abitante di Sestri Pon., ad es., non avrebbe, comunque, mai evitato il ricorso alla velarizzazione di [a] accentata in sillaba aperta (ad es., ['ko:za] per "casa, abitazione - ['ka:za] nel dialetto urbano -) et c..
Intervieni

Chi c’è in linea

Utenti presenti in questa sezione: Nessuno e 2 ospiti