D’Achille e gli anglicismi

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G.B.
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D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G.B. »

G. M. ha scritto: ven, 28 giu 2024 20:30 (Marazzini comunque non è più presidente; dall'aprile dell'anno scorso, il presidente è D'Achille).
Grazie dell'informazione. Correggo per evitare fraintendimenti. (In ogni modo, qui si dice che sarebbe Onorario.)
(Che cosa ne pensa del D'Achille?)
G.B.
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G. M.
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G. M. »

G.B. ha scritto: sab, 29 giu 2024 6:09 (Che cosa ne pensa del D'Achille?)
Lo conosco poco e non l'ho seguìto dalla sua elezione, quindi non do giudizi. Posso dire però che uno dei nostri, che è anche iscritto a questo fòro ma partecipa di rado, e del cui giudizio mi fido, proprio ieri me lo descriveva privatamente come «una contraddizione ambulante e perenne» riguardo all'itanglese, con l'affermazione che il fenomeno, «sì, è una malattia, ma ormai è cronicizzata e non ci si può fare niente» (non so se quest'ultimo virgolettato riporti le parole esatte di D'Achille o se sia una libera sintesi del mio amico)… Insomma, non mi aspetto una rivoluzione in positivo. :? Poi mai dire mai…

Lei invece lo conosce? Qual è il suo parere?
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G.B.
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G.B. »

G. M. ha scritto: sab, 29 giu 2024 10:53 Lei invece lo conosce? Qual è il suo parere?
Sulla sua attività scientifica nessuno, per ora, perché non lo conosco abbastanza. Sulla sua avversione per gli anglismi, mi sembra un moderato. Da L'italiano contemporaneo, Bologna, «Il Mulino», 2003, p. 82:
Le difficoltà di comprensione e anche quelle di pronuncia di una parte non certo trascurabile della popolazione dovrebbero insomma indurre gli addetti ai lavori (e in particolare i giornalisti: la stampa è oggi uno dei luoghi privilegiati degli anglicismi) a uno sforzo di adattare e di tradurre le nuove parole inglesi che vengono introdotte nel lessico italiano (il che non sarebbe affatto impossibile, come hanno dimostrato recentemente Claudio Giovanardi, Riccardo Gualdo e Alessandra Coco), o almeno dispiegarne più spesso il significato. In realtà glosse esplicative e parafrasi (inserite tra parentesi e/o introdotte da cioè, ossia, ecc.) vengono usate in genere solo al momento di ingresso degli anglicismi e delle altre voci straniere.
G.B.
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Asimiami
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di Asimiami »

G. M. ha scritto: sab, 29 giu 2024 10:53 Lo conosco poco e non l'ho seguìto dalla sua elezione, quindi non do giudizi. Posso dire però che uno dei nostri, che è anche iscritto a questo fòro ma partecipa di rado, e del cui giudizio mi fido, proprio ieri me lo descriveva privatamente come «una contraddizione ambulante e perenne» riguardo all'itanglese, con l'affermazione che il fenomeno, «sì, è una malattia, ma ormai è cronicizzata e non ci si può fare niente» (non so se quest'ultimo virgolettato riporti le parole esatte di D'Achille o se sia una libera sintesi del mio amico)... Insomma, non mi aspetto una rivoluzione in positivo. :? Poi mai dire mai...

Lei invece lo conosce? Qual è il suo parere?
Io ho ascoltato qualche sua intervista e letto qualche suo articolo e posso dirvi, attraverso l'ascolto delle sue descrizioni concernenti l'angloma, che possiede una visione chiara del fenomeno senza ricadere in negazionismi o pregiudizi d'inferiorità.
Purtroppo, tutti, qua, siamo consapevoli della forza militante spesa dall' Accademia nell'arginamento del fenomeno in questione, che se lavorassero nel dipartimento idrogeologico della protezione civile sarei già scappato in montagna. Vive in questo limbo bizzarro descritto perfettamente dalle sue parole «una contraddizione ambulante e perenne».
Il Presidente stesso mostra al pubblico le capacità di intendere il problema, ma nella pratica rimane chetamente baluardo del descrittivismo; perché nonostante la sua posizione di spicco non agisce veementemente, risaltando l'impoverimento linguistico o culturale al Paese, alle posizioni di potere, o agli organi amministrativi, e rimane nei comunicati stampa dell'Accademia. Forse ad agire ci vuole Tanto coraggio.
Rimane passivo, attivo solo se interpellato. (Con parole sue, «La Crusca non ha, istituzionalmente, funzioni di indirizzo linguistico, a meno che non venga esplicitamente interpellata da singoli organi statali»)

La passività la preferisco al negazionismo, nonostante nel risultato sia pressoché ugualmente inutile.

Oserei insinuare che dentro il suo comportamento si rifugia una solida rassegnazione, cioè: egli non crede veramente si possa fare qualcosa e allora non trova ragione di sforzarsi, per giunta, per qualcosa (mi azzardo d'aggiungere) di cui non gli importa abbastanza.

Io stimo vivamente le figure come Antonio Zoppetti e voi che avete costruito questo fòro, perché malgrado le avversità discutete e lavorate su soluzioni (da anni :!: ). È grazie a codeste annose attività che ho maturato una consapevolezza intelligente sull'italiano. :D


Se qualcuno è interessato ad ascoltare le opinioni del Presidente della Crusca, ne parla estensivamente in questo documentario reziale di qualche mese fa; tra l'altro proprio qua, ai minuti 29:32, se ne esce con l'affermazione menzionata da G.M., si vede che spiegando un argomento si finisce spesso col ricadere negli aforismi abitudinari; consiglio di partire dai 28:00 per avere maggior contesto tra il doppiaggio dell'aldilà ed i tagli video.
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G. M.
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G. M. »

Asimiami ha scritto: lun, 01 lug 2024 0:07 […] proprio qua, ai minuti 29:32, se ne esce con l'affermazione menzionata da G.M., si vede che spiegando un argomento si finisce spesso col ricadere negli aforismi abitudinari […]
La ringrazio; no, credo che il mio amico facesse riferimento esattamente a quest'intervista.
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G. M.
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G. M. »

Vi segnalo il discorso «L’italiano tra passato, presente e futuro» tenuto da D'Achille, in cui si parla anche del tema dell'inglese.

Non so bene che dire. Se concordo facilmente con molti passaggi, che quasi ricalcano i discorsi che spesso abbiamo fatto in queste stanze, altri mi lasciano perplesso.
Il fatto che la conoscenza dell’inglese sia oggi indispensabile non può e non viene messo in dubbio da nessuno e, bisogna ammetterlo, è certamente positivo che le competenze linguistiche in inglese presso le generazioni più giovani siano costantemente in crescita (perfino migliori, secondo alcuni studi, rispetto a quelle possedute per l’italiano).
Mah.

Finché si continuerà ad avere la promozione dell'inglese come punto di partenza imprescindibile, quasi dogmatico («non può e non viene messo in dubbio da nessuno»), senza fare una riflessione critica sulla questione dell'ecologia linguistica più in generale, dubito che per l'italiano la tendenza possa cambiare. Mi tornano in mente i miei pensieri espressi qui e qui.
Carlo_Porta04
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di Carlo_Porta04 »

È stato riportato anche dalla Stampa e, per quanto mi concerne, il bilinguismo è di per sé un arricchimento desiderabile se dovutamente gestito.

Secondo me, il egli avrebbe dovuto sviscerare le questioni lambite in modo piú esauriente e ficcante: per esempio, non ha menzionato come il massiccio impiego dell'IA stia, a sua volta, diffondendo un modo di formulare frasi, espressioni e parole a metà tra l'italiano e l'inglese.

Un punto in cui mi trovo fortemente in disaccordo è la correlazione fra l'anglicizzazione dei programmi accademici e l'incentivo alla fuga dall'Italia:
ci sono corsi di studio universitari, anche triennali (nei quali la piena competenza dell'italiano è prevista dalla legge), che si svolgono interamente in inglese, in nome di una internazionalizzazione che potrebbe rivelarsi racconto solo sulla carta, e che comunque sembrano fatti apposta per invitare i giovani ad andare a lavorare all'estero (e poi, magari, ci si lamenta della 'fuga dei cervelli'!)
Le ragioni di tale fenomeno si radicano piú tosto nella situazione socioeconomica del nostro Paese e, di certo, i programmi in inglese svolgon un ruolo men che secondario in esso. L'uso della lingua inglese nei programmi accademici, per contro, non solo agevola scambi bilaterali con rinomati atenei stranieri, ma incentiva anche un buon novero di studenti stranieri a trasferirsi proprio in Italia per frequentare i corsi completi. In questo modo, la reputazione dell'università cresce e s'incoraggiano scambi culturali: anzi, molti studenti stranieri finiscono per frequentare corsi di lingua italiana apposta per integrarsi meglio.
Mi stupisce che un Professore universitario affronti il tema con una simile ubbía, attraverso luoghi comuni che fan cascare le braccia.
Ultima modifica di Carlo_Porta04 in data mer, 01 apr 2026 19:09, modificato 3 volte in totale.
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Carnby
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di Carnby »

I soliti discorsi di circostanza, molto generici. Non c’è la volontà di fare qualcosa di concreto. Forse è inutile, chissà, ma chi rinuncia a giocare la partita ha sempre perso.
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G.B.
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?«non può e non viene messo in dubbio»

Intervento di G.B. »

Fuori tema
G. M. ha scritto: mer, 01 apr 2026 16:48 Vi segnalo il discorso «L’italiano tra passato, presente e futuro» tenuto da D'Achille, in cui si parla anche del tema dell'inglese.

Non so bene che dire. Se concordo facilmente con molti passaggi, che quasi ricalcano i discorsi che spesso abbiamo fatto in queste stanze, altri mi lasciano perplesso.
Il fatto che la conoscenza dell’inglese sia oggi indispensabile non può e non viene messo in dubbio da nessuno e, bisogna ammetterlo, è certamente positivo che le competenze linguistiche in inglese presso le generazioni più giovani siano costantemente in crescita (perfino migliori, secondo alcuni studi, rispetto a quelle possedute per l’italiano).
Solecismo? Scriverei: non può essere e non viene messo in dubbio.
G.B.
Avatara utente
G. M.
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Re: D’Achille e gli anglicismi

Intervento di G. M. »

Fuori tema
Anche a me la costruzione è sembrata strana, ma m'intimoriva l'idea di fare le pulci alla grammatica del presidente della Crusca… 😅 Sentiamo che dicono i nostri compagni più esperti.
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